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sabato 4 dicembre 2010

Il tutto nasce da una lettera fatta da un gruppo di operatori all'interno della struttura. Indice puntato contro il direttore generale Walter Locatelli, già dg dell'Asl di Lecco

Parentopoli alla Lega Nord. Una denuncia pesante che un gruppo di operatori dell’Asl di Milano hanno indirizzato direttamente al ministro dell’Interno. “Caro Maroni – si legge in una lettera spedita questa mattina – in tempi recenti ti sei espresso (noi ci facciamo gli affari degli altri) intendendo così garantire le priorità e gli interessi dei cittadini. In realtà anche la Lega si sta adeguando al clima di clientelismo che oramai impera nel nostro paese”. La lettera prosegue documentando la denuncia e mettendo sotto accusa il direttore generale dell’Asl Walter Locatelli“già ex sindaco di una maggioranza leghista a Brembate -anche lui bergamasco- di nomina leghista e lui stesso fiero di questa appartenenza”. I fatti della denuncia: “Dopo pochi mesi dal suo insediamento come direttore generale ha ritenuto di dover nominare direttore della Struttura Complessa Sistema Informativo Aziendale (incarico che sino al suo arrivo non esisteva) la Monaci Veronica proveniente dalla ASL di Lecco dove (guarda caso) era stato DG lo stesso Locatelli”.

Subito dopo sente l’obbligo di nominare Direttore del Dipartimento Sanità Pubblica Veterinari il Monaci Claudio (non avendone i titoli). “Lo stupore è stato non solo quello di scoprire che i due Monaci sono tra di loro parenti (fratello e sorella), ma soprattutto parenti strettissimi del direttore generale, e che gli incarichi affidati siano avvenuti per chiamata diretta escludendo tutte le risorse di personale già presenti all’interno della ASL Milano”. I fratelli Monaci sarebbero nipoti del Locatelli, due figli della sorella della moglie. Una vicenda che rappresenta la classica goccia che fa traboccare il vaso, tanto da fare imbestialire anche operatori di stretta fede leghista.  “Lavoriamo all’Asl da decenni – protesta uno degli autori della lettera denuncia – ma mai come ora ci sentiamo frustrati: le nostre competenze non contano nulla, per fare carriera bisogna essere parenti di chi comanda”. E la carriera significa ovviamente anche stipendi migliori. Ma quanto guadagnano i fratelli Monaci? Hanno incarichi da “primari”, quindi dai quattro ai cinquemila euro al mese. La lettera indirizzata a Maroni così continua: “Troviamo immorale questa modalità di valorizzare le competenze di parenti strettissimi sia inventando incarichi apicali sia trascurando la mancanza di titoli (se non quello della stretta parentela) per occupare la posizione. Si vocifera che il direttore generale della ASL Milano non voglia espletare, per alto senso morale, concorsi truccati per favorire i propri parenti ma preferisca la chiamata diretta”.






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Io non so quale sia il reato di cui si sarebbe macchiato Julian Assange, e condivido i dubbi di molti che lo conoscono, sulle indagini riguardanti le sue peripezie sentimentali. Quello che so è che da giorni, e precisamente da quando sono cominciate le pubblicazioni di Wikileaks, mi si accampa davanti, ogni sera in Tv, la faccia di un signore che in Italia fa il ministro degli Esteri e che si agita e che dice che quell’uomo lì va catturato al più presto perché – mirabile a udirsi! – “vuol distruggere il mondo”. Non ricordo un’analoga frase usata per Bin Laden, dopo l’11 settembre 2001. Si disse che voleva distruggere l’America. Ma di abbattere il mondo, nientemeno, nessuno parlò. Quanto alla religione musulmana, i più ragionevoli seppero evitare contaminazioni, lasciando in cattiva compagnia chi sproloquiò su una civiltà inferiore (Berlusconi, 26-9-2001: “L’Occidente deve esser consapevole della superiorità della sua civiltà”). Non fosse altro perché c’è una sura del Corano (la 3: 97) che in proposito parla chiaro: Dio non si scompone davanti agli increduli, poiché “basta a se stesso e può fare a meno dei mondi”.

Nei file di Wikileaks non c’è un granché, per la verità, ma in fondo non è quello che conta eFrattini lo sa: quel che davvero conta, e che per i governanti italiani è la calamità satanica cruciale, è la rivoluzione dei media, che Wikileaks conferma e amplifica straordinariamente. È l’assalto ai Palazzi d’Inverno, che mette spavento ai falsi troni dove siedono, spesso, falsi re. Anche nell’informazione regnava, fino a ieri, l’ordine westphaliano: ogni Stato sovrano ha la sua informazione, chiusa in recinti nazionali accuratamente separati. Invece ecco che Wikileaks parla del mondo e al mondo, apre su di esso un grande occhio indagatore, sfata re che non sono re, diplomazie che sfangano senza uscire dal fango. I cabli sono spesso insipidi perché insipidi sono i regnanti cui sono riservati. E a poco servono gli sforzi in cui s’imbarca Leslie Gelb, presidente del Council of Foreign Relations, fulminato dalla scoperta, nei dispacci, di una diplomazia Usa zoppicante forse, ma che almeno sgobba per sciogliere nodi planetari; che almeno “si dà da fare”.
Anche questo ci si accampa davanti: un globale, trasversale partito del fare, che Assange non solo discredita ma insidia mortalmente. Deve essere il motivo per cui Hillary Clinton, senza accorgersi del ridicolo e fingendo un soccorso alla nostra stabilità finanziaria, ha deciso di prendere una sedia, di piazzarla a fianco di Berlusconi, e di proclamarlo “migliore amico dell’America”. Una difesa imbarazzante, d’altronde, perché il segretario di Stato esce assai malandata da questa storia, e averla accanto come intercessore è un vantaggio quantomeno relativo.

Wikileaks getta infatti sulla Clinton una luce sgradevole, oscura. Fu lei a indurre molti diplomatici, che pure fanno un mestiere nobile, a indossare una veste affatto diversa: quella della spia, che avvicina subdolamente gli interlocutori (compresi i vertici dell’Onu, compreso Ban Ki-moon) per carpire numeri di carte di credito, codici di carte Frequent Flyer, magari dettagli privati da usare un giorno come pressione o ricatto. Non è sotto accusa, qui, la classica ipocrisia del linguaggio e dell’agire diplomatico: ben venga questo vizio, che nelle ambasciate è una forma di cortesia, di pacificazione del litigio. Sotto accusa è l’attività non poco vergognosa di diplomatici degradati a sicofanti. Dicono che dappertutto si fanno cose simili: non consola.

Ma quel che i dispacci rivelano è più sostanziale: è la politica degli Stati – America in testa – e la loro frastornante impreparazione. Impreparazione all’emergere rivoluzionario della trasparenza online, iniziata molto prima che nascesse Wikileaks nel 2006: se davvero si tiene al segreto, non lo si mette in circolo come è avvenuto con i cabli, rendendoli disponibili a 3 milioni di funzionari Usa oltre che al sito del ministero della Difesa Siprnet. Si scrive top secret sui dispacci, e Wikileaks pare lo rispetti.

È colpa della politica e non dei media se i segreti escono, rovinando ragnatele diplomatiche laboriose e mettendo a rischio le fonti degli ambasciatori. Né è colpa dei dispacci se l’intera politica occidentale risulta colma di torbide contraddizioni. Contraddizioni che Wikileaks non scopre, ma conferma: a cominciare dalle complicità nella lotta anti-terrore con paesi poco raccomandabili, tra cui Arabia Saudita e Pakistan. L’Iran appare l’avversario assoluto, scrive Stephen Kinzer sul Guardian-online, “ma che ne è di Riad, di Islamabad”? Nello stesso momento in cui re Abdullah chiede all’ambasciatore Usa di “tagliare la testa al serpente” iraniano, un altro dispaccio constata: “I donatori sauditi restano i principali finanziatori di gruppi militanti sunniti come al Qaeda”. Sono scene che potrebbero figurare nel serial mozzafiato 24: ennesime sventure dell’agente Jack Bauer, alle prese con le sinistre caligini dell’Amministrazione. È questo paese della doppiezza, l’Arabia Saudita, che Washington rifornisce di armi, sempre più smisuratamente: l’ultima vendita risale al settembre scorso e ammonta a 60 miliardi di dollari, un record mai raggiunto. Lo stesso si dica del patto con Karzai, corrotto presidente afghano, e soprattutto con Islamabad, cui Washington ha donato, a partire dall’11 settembre, ben 18 miliardi di dollari. Da tempo i servizi pachistani (Isi) sostengono i talebani sottobanco.

Su tutte queste cose Assange getta una luce forte, strappa veli. Così come in Italia strappa veli sulle visite clandestine di Berlusconi in Russia: nessun giornalista lo segue, le Tv tanto prodighe di sue immagini non mostrano nulla o ce lo mostrano che s’aggira a Roma – boss attorniato da guardie del corpo: il filmato è un tormentone del Tg1 – mentre se ne sta nella dacia con Putin a fabbricare non si sa quale lucroso accordo energetico, indifferente alla solidarietà tra europei e al diritto degli italiani all’informazione. Il Tg1 ha perfino azzardato, giovedì, un paragone glorioso tra il premier ed Enrico Mattei. Frattini avrebbe detto, stando a Wikileaks: nulla so di questi connubi. Ma perché parla, se non sa?
Parla perché questa è la parola d’ordine, nell’America conservatrice e nel governo italiano: criminalizzare Assange. Sarah Palin, all’unisono con Roma, chiede che il fondatore di Wikileaks sia “abbattuto come un agente antiamericano con il sangue nelle mani”. L’ex candidato presidenziale Huckabee invoca l’esecuzione capitale per tradimento. Tutto questo perché Assange, l’informatore a valanga, è una folata di aria in stanze che mancano di ossigeno. È come Beppe Grillo, quando il 22-11-2005 elencò sull’Herald Tribune i politici condannati che sono in Parlamento. È sbagliato, forse, denudare ipocrisie e segreti delle diplomazie: la guerra all’ipocrisia ha sempre qualcosa di troppo puro. Ma di qui al terrorismo, ce ne vuole. L’immagine di Assange distruttore del pianeta è la più colossale banalizzazione del male.

Ancor peggio sarebbe infliggere 52 anni di galera a Bradley Manning, il ventitreenne analista militare accusato di aver dato a Wikileaks notizie e video sulle azioni Usa in Iraq o Afghanistan. Il bavaglio di cui si è parlato in Italia diverrebbe globale, e la condanna di Manning un crimine contro la libertà di coscienza e di parola. Sarebbe una pena non meno indecente del carcere inflitto decenni fa a Mordechai Vanunu, il tecnico nucleare israeliano che svelò al mondo, il 5 ottobre ‘86 sul Sunday Times, l’esistenza della centrale atomica di Dimona nel deserto del Negev (18 anni di carcere, di cui 11 in isolamento). Seumas Milne sul Guardian del 2 dicembre ricorda l’essenziale: mentre Manning era demonizzato, gli aviatori americani che nel 2007 uccisero quasi per gioco, in Iraq, una dozzina di civili inermi (tra cui due giornalisti della Reuters) venivano elogiati dal comando militare Usa per il loro “giudizio sensato” (sound judgement).

Manning è un whistleblower, come dicono gli americani: una persona che dall’interno di un’organizzazione ne smaschera i misfatti. Una figura da proteggere, che serve la democrazia prima delle gerarchie. Non a caso Daniel Ellsberg, il whistleblower che permise la pubblicazione nel 1971 dei Pentagon Papers sulla disastrosa guerra in Vietnam, considera Manning “un eroe”.

Può darsi che Assange sia un caotico; un torrente che la stampa scritta argina con intelligenza. La diplomazia riceve un colpo pericolosissimo: per migliorare dovrà imparare a tenere meglio i segreti, prima di prendersela con il direttore di Wikileaks. Ma di certo il mondo dell’informazione dovrebbe difenderlo con pubbliche iniziative, quali che siano i danni che ha procurato. Proprio perché è stata fatta questa equazione oscena fra il sangue e l’inchiostro, fra il terrore e l’informazione che sbugiarda i sovrani. Compresi i sovrani mondialmente deprezzati come Berlusconi.



fonte

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Video a cura del deputato radicale Maurizio Turco, ci racconta del Crimen Sollicitationis, quel documento segreto tra le altre cose, contiene oltre venti allegati. Sono le formule attraverso le quali i preti pedofili possono redimersi. Qualche preghiera, un po’ di scuse,  e anche il peggiore dei peccatori di carne può salvarsi…
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Il video descrive il più grande scandalo dell'Irlanda, un vescovo che sapeva e copriva un prete pedofilo, la testimonianza di una vittima, che da bambino veniva abusato quotidianamente, anche più volte al giorno...
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Questo il servizio delle Iene sul prete pedofilo che si è suicidato pochi giorni fa.





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Nelle regioni del nord, e in particolare in Veneto, cresce il numero dei lavoratori con la tessera della CGIL in tasca che votano Lega Nord:  per capirne i motivi, la Flai-Cgil (l’organizzazione dei lavoratori dell’agroindustria) ha realizzato con l’università Ca’ Foscari un' inchiesta dal titolo «Veneto Agro - Operai e sindacato alla prova del leghismo (1980-2010)». L’indagine è stata fatta attraverso questionari e interviste realizzate tra i dirigenti e i delegati sindacali iscritti alla Cgil in Veneto che non mostrano alcun imbarazzo nell’avere in tasca la tessera del sindacato più di sinistra e votare per la Lega Nord. In alcune interviste emergono chiaramente i motivi che spingono i lavoratori e i delegati sindacali a praticare questa "doppia identità", che non viene percepita come un controsenso. La Cgil, secondo un lavoratore che vota Lega, «è il sindacato che lotta, ha nome, ha dei valori». La Cgil in fabbrica dà risposte, ed è vissuta, alla pari della Lega, come un modo, uno stile, una scelta di vita quasi antropologica. Nella Cgil ci sono dentro uomini e donne che «tengono botta», che non si sottomettono davanti alle prepotenze e alle ingiustizie. La Lega è vista come un partito di destra che vuole soprattutto limitare l’immigrazione (49% delle risposte), ma che svolge anche azioni positive come la capacità di essere presente nella vita delle comunità, di offrire un’appartenenza, di garantire sicurezza e di difendere gli interessi degli operai. La maggioranza dei lavoratori percepisce "lontana" la politica, e la giudicano negativamente: «i partiti sono tutti uguali, pensano solo alle poltrone»(68%),

e la Cgil per il 45% degli intervistati «fa troppa politica». Il 49,6% dei delegati sindacali, non fanno politica, e la ritengono motivo di divisione tra sindacati: questi i motivi, indicati dal 71,7% del campione, per cui le organizzazioni sindacali  «non hanno presa sui lavoratori» (71,7%).

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Dopo un breve periodo di destabilizzazione, auto giustificazione e occasionali mea culpa, gli stessi uomini e le stesse istituzioni che hanno precipitato il mondo nella crisi sono riemersi sani e salvi come fonte della verità e di ogni politica ragionevole.

Ricordate come le dottrine dell’onniscienza, infallibilità e autoregolazione dei mercati e dei pericolo dell’ingerenza statale nell’industria finanziaria si sono improvvisamente rivelate dei miti ingannevoli? Come i banchieri di investimento hanno smesso di dire in giro come si guadagnavano da vivere? Come la rabbia del pubblico contro i giganteschi salvataggi e bonus sembrasse per un momento pronta ad esplodere in direzioni imprevedibili?

Il pubblico aveva ragione. Grazie a due funzionari della Bank of England sappiamo che per la fine del 2009 i governi europeo, inglese e americano avevano regalato più di 14 trilioni di dollari (14.000.000.000.000 di dollari) alle banche in una varietà di pacchetti di sostegno. Nel caso dell’Inghilterra e degli Stati Uniti questa prodigalità riversata su istituzioni finanziarie spericolate e irresponsabili è stata pari a tre quarti del loro PIL.

Cosa hanno avuto poi i popoli dell’Inghilterra, degli Stati Uniti e dell’Europa in cambio di questi colossali salvataggi che sono caduti dal cielo ma sono stati presi dalle tasche dei cittadini? Richieste di ulteriori sacrifici. I deficit governativi si sono gonfiati in gran parte a causa dalle spese e dai prestiti per salvare il sistema finanziario. Doveva essere salvato, sì, ma non a spese della gente comune, per la maggior parte appartenente alle classi povera e media.

I cittadini ora pagano una seconda volta e i governi hanno dimostrato di governare per conto di quella minuscola frazione che io chiamo la Classe di Davos: le elite finanziarie, economiche e politiche che si incontrano ogni gennaio nella località sciistica svizzera di Davos per fare il punto e discutere le proprie mosse successive.

La gente comunque, tuttavia, è sottoposta a programmi di austerità che comportano tagli profondi ai servizi pubblici, tasse più elevate, misure ‘taglia e brucia’ applicate a salari, pensioni e sussidi; vite lavorative più lunghe e crescente disoccupazione. [‘taglia e brucia’, slash-and-burn nell’originale, si riferisce alla pratica dell’abbattimento delle piante o degli incendi dei boschi per ricavarne terra coltivabile o altrimenti sfruttabile a fini di profitto – n.d.t.]

Ad eccezioni dei privilegiati, tutti i bambini soffriranno dell’imposizione di stringenti riduzioni di fondi ai sistemi educativi nazionali. Le diseguaglianze continueranno ad ampliarsi. Gli investimenti promessi nella scienza, nell’energia pulita e in un futuro più verde sono tenuti in sospeso. Un ingorgo ecologico oggi significa assenza di garanzie che gli esseri umani continueranno a sopravvivere, non parliamo di prosperare, nel clima di domani.

E dunque, questa volta possiamo fidarci delle banche? Cominceranno a pagare la loro corretta quota? Non contateci. Ci sono stati alcuni gesti ma, come ha recentemente titolato il Financial Times, “l’imposta di Osborne non è poi quella gran tassa” [ George Osborne – Cancelliere dello Scacchiere inglese – ha proposto una tassa sulle banche – n.d.t.]. Le banche che erano “troppo grandi per fallire” prima della crisi, lo sono diventate ancora di più ora. Alcune detengono quantità pericolose di debiti sovrani. Una regolamentazione e una ristrutturazione serie non sono in agenda. Il settore finanziario pone tuttora gravi rischi sistemici ma i governi che hanno accettato praticamente tutte le richieste. Nel 2008-2009 il G-8 e il G-20 in preda al panico hanno emesso alcuni positivi borbottamenti riformisti ma si sono ora ritirati nell’autocompiacimento e negli ‘affari come al solito’. Abbiamo, in breve, una ricetta perfetta per un altro grosso crollo del casinò. Burocrati nazionali e internazionali dovranno intervenire di nuovo sulla scia di future follie finanziarie.

Cosa si potrebbe fare se i governi mostrassero un po’ di spina dorsale, se i cittadini li costringessero ad agire? Il mondo è inondato di soldi ma i legislatori non ci andranno dietro, lì dove si trova. Si prenda il recente Rapporto annuale della Sanità Mondiale della società di intermediazione Merrill-Lynch che annunciava un soddisfacente rimbalzo degli attivi liquidi totali di qualche decina di milioni di “persone di elevato patrimonio” nel mondo. Questi pochi eletti dispongono di una ricchezza complessiva di 39 trilioni di dollari, circa tre volte il PIL degli Stati Uniti o dell’Unione Europea. Sono anche sufficientemente mobili e sufficientemente ricchi da proteggersi dalla tassazione.

Chiudere i paradisi fiscali garantirebbe almeno 250 miliardi di tasse extra a vari stati. Un’esigua tassa sulle transazioni finanziarie di una percentuale dell’uno per mille potrebbe garantire altri 600 miliardi all’anno, in pratica sufficienti a riparare il nostro sistema di sussidi al nord, far uscire dalla povertà endemica il sud e passare a un’economia interamente verde. Le banche che non sarebbero più qui se non fosse stato per i contributi dei cittadini dovrebbe essere socializzate almeno in parte o obbligate a finanziare imprese medie e piccole, specialmente quelle con un progetto sociale o ecologico fattibile, ora affamate di credito.

Proposte di questo tipo sono pratiche, non utopiche, e le tecniche per attivarle sono ben note. La prospettiva di un mondo più verde, più equo e più ricco ci sono di fronte e la via più rapida per arrivarci sarà l’unione dei cittadini, la comprensione da parte loro che gli interessi di qualsiasi numero di gruppi apparentemente diversi – piccoli contadini, operai e sindacalisti, imprese medio/piccole, donne, ecologisti, pensionati, studenti, organizzazioni non governative – sono effettivamente gli stessi. Una volta che comprendiamo questo e agiamo in base a tale comprensione, le politiche che puniscono gli innocenti mentre premiano il colpevoli non saranno più un’opzione.

*Susan George è uno dei membri del TNI (Translational Institute) famosa per le sue innovative analisi di temi globali a lungo termine. 

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Un pensionato su due vive in condizioni economiche disagiate, quota che sale al 70% tra gli artigiani in pensione. Per il 32% dei senior italiani e per il 45% degli ex artigiani l'assegno dell'Inps non basta ad arrivare a fine mese e per condurre una vecchiaia dignitosa; in 10 anni il quadro e' decisamente cambiato in peggio e il 33% degli over 60 guarda al futuro ''con timore e vede avvicinarsi tempi ancora peggiori''. E' quanto emerge da una ricerca della Cna sulle condizioni di vita degli anziani realizzata da Swg e presentata oggi nel corso di un convegno della Cna Pensionati .

Il quadro generale che emerge dalla ricerca, che ha indagato aspetti economici ma anche socio-culturali, raffigura un processo di lento ma inesorabile depauperamento dell'universo dei senior italiani, con una caduta non solo del potere di acquisto, ma anche con un mutamento del percepito esistenziale che incide profondamente sulle visioni e sui valori degli over 60. Il 53% dei pensionati compresi tra i 60 e i 75 anni vive in una condizione di precarieta' economica. Rispetto a dieci anni fa, evidenzia lo studio, le condizioni sono nettamente peggiorate: se nel 2000 buona parte dei pensionati pensava di poter progettare con tranquillita' gli anni delle propria 'vita verde', 10 anni dopo la situazione e' precipitata e nel 2010 il numero dei pensionati che avverte una certa sicurezza e' crollato al 37%, al 28% tra i pensionati Cna. Tre pensionati su quattro hanno la netta percezione che l'Italia ''stia regredendo'' (dieci anni fa la sensazione era condivisa da meno della meta', il 47%).
Oltre alla percezione di indebolimento, si e' ampliata l'idea che ''l'Italia stia smarrendo il senso e la capacita' di costruire il futuro'': lo pensa l'81% degli ultrasessantenni. A rimanere stabile nel decennio e' il senso di insicurezza e di paura della criminalita': se nel 2000 la paura coinvolgeva il 54% della popolazione anziana, oggi la quota si attesta intorno al 56%. Solo il 30% degli anziani pero' (contro il 35% della media della popolazione) ritiene gli immigrati responsabili dell'aumento dell'insicurezza nelle citta'.
Sul welfare, dice ancora lo studio, i pensionati denunciano una complessiva situazione di stagnazione con peggioramenti significativi soprattutto nel trasporto pubblico e una situazione ondivaga per servizi di assistenza e sanita'. In calo (meno della meta') chi ritiene superato l'intervento dello Stato nei servizi pubblici e nel sistema pensionistico. Ma e' soprattutto sulle pensioni integrative private che i senior nutrono dubbi: nel 2000 oltre il 60% dei pensionati guardava con favore alle pensioni private. Oggi la quota e' crollata a poco piu' del 30%. Qualche sostenitore in piu' tra gli artigiani che devono fare i conti con assegni pensionistici piu' risicati. Frenata della spinta privatistica anche nella sanita': se, nel 2000 poco piu' del 50% dei senior riteneva che le prestazioni sanitarie dovessero essere pubbliche, oggi la quota e' volata oltre l'80% e tale opinione e' ancora piu' forte tra gli ex artigiani.
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La sinistra di governo offre ampi servizi a banche e padroni di tutta Europa. Grecia, Spagna, e Portogallo sono utili esempi che confermano il trend, del resto potrebbe essere un utile modello per far pagare la crisi al popolo fargli credere che si va verso l'alternativa di società per portarlo invece nella fossa dell'Austerity.

CRISI:PORTOGALLO,APPROVATA FINANZIARIA CON MISURE AUSTERITÀ SALGADO SMENTISCE RUMORS, NESSUN BISOGNO DI SALVATAGGIO (ANSAmed) - LISBONA, 26 NOV - Il Parlamento portoghese ha approvato la finanziaria antideficit 2011 presentata dal governo del premier socialista Josè Socrates. Il documento finanziario è stato adottato con il voto favorevole dei socialisti e l'astensione del principale partito di opposizione, il Psd. Il giro di vite senza precedenti deciso dal governo per il 2011 punta a riportare il deficit pubblico dal 7,3% al 4,6% l'anno prossimo. La manovra prevede tagli agli stipendi degli statali, agli investimenti pubblici e alla spesa sociale, il congelamento delle pensioni, l'aumento di Iva e Irpef. È stata definita «una dichiarazione di guerra ai lavoratori» dai sindacati, che mercoledì hanno paralizzato il paese con uno sciopero generale. L'adozione definitiva della finanziaria 2011 interviene mentre il debito del paese è sottoposto alla pressione dei mercati, che scommettono su un ricorso da parte di Lisbona all'aiuto di Ue e Fmi. Il rischio default portoghese ha toccato oggi un nuovo record a 507,5 punti. Dopo il voto del Parlamento sulla finanziaria il ministro delle Finanze Fernando Teixeira dos Santos ha detto che «ora dobbiamo fare tutto il necessario per creare le condizioni per la sua attuazione». Con la finanziaria, ha commentato il ministro dell'Economia Elena Salgado, sono state approvate «le misure» antideficit previste che «nelle prossime settimane saranno messe in applicazione». Salgado ha aggiunto di «non vedere alcuna necessità che il Portogallo faccia ricorso a un aiuto» internazionale. «Non è necessario che si parli di un piano di salvataggio per il Portogallo», ha insistito.

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venerdì 3 dicembre 2010

Che a Brescia ci fossero stati scontri tra la polizia e i cittadini che facevano presidio sotto la gru dove erano saliti per protesta il "famoso" gruppetto di stranieri, è cosa nota: a tempo debito, non avevamo ritenuto opportuno parlarne, poiché la vicenda era ampiamente riportata da molti siti e persino da giornali e TV "di regime": ma questo video, che ci ha gentilmente segnalato da Anna P. che ringraziamo, non si può ignorare: 


Il video riprende ARRESTI evidentemente IMMOTIVATI, ordinati dal dirigente di PS che soprintendeva le operazioni, che alla fine ordina persino di caricare la folla: SENZA ALCUN VALIDO MOTIVO. 


Come è possibile, in un paese civile e democratico, che un dirigente di Polizia possa comportarsi in questo modo impunemente? Per di più, davanti alle telecamere che stanno filmando la scena, con la massima tranquillità, come se tutto fosse normale, dimostrando di essere sicuro di "poterlo fare", o se vogliamo di "passarla liscia"... 


diffondetelo x favore!!!
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Ringraziamo Giuseppina, una utente della nostra pagina Facebook per la segnalazione: le TV hanno detto che il sito di Wikileaks è oscurato, ma in realtà è ancora visibile:


Dalle pagine di Twitter Julian Assange accusa gli Stati Uniti di omicidio, dell'omicidio virtuale del dominio wikileaks.org, oggi non più raggiungibile in quanto il DNS sarebbe stato bloccato dal provider EveryDNS.net su ordine della Casa Bianca.

In realtà il provider si difende sostenendo che la chiusura del DNS è stata causata da una violazione del regolamento interno che disciplina il servizio, avendo WikiLeaks comportato disturbo al servizio offerto agli altri clienti: "L'interferenza - come dichiarato dall'azienda - sorge dal fatto che wikileaks.org è diventato l'obiettivo di numerosi e diffusi attacchi di rifiuto di servizio (DDOS). Questi attacchi hanno minacciato (e quelli futuri potrebbero minacciare) la stabilità dell'infrastruttura di EveryDNS.net, che premette l'accesso a quasi 500.000 altri siti web".

Nonostante tutto, ovviamente, WikiLeaks non si ferma. Secondo la Associated Press la creatura di Assange avrebbe già trovato un nuovo provider - la svedese Bahnhof Internet AB - e nel frattempo le sue pagine continuerebbero ad essere visibili digitando nel browser l'IP del server - 213.251.145.96 - oppure cliccando sul dominio wikileaks.ch.


fonte
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L'11 e il 12 Dicembre incroceranno le braccia - anzi, le gambe - i calciatori di serie A.

Causa della protesta, il nuovo contratto, che prevederebbe la possibilità per le società di vendere il cartellino dei calciatori a un'altra squadra anche senza il suo consenso, e una regola riguardante i calciatori "fuori rosa", che secondo le nuove regole dovrebbero allenarsi separatamente rispetto alla "prima squadra".

In Italia...
centinaia di migliaia di lavoratori sono in cassa integrazione o in mobilità
cresce la disoccupazione, ogni anno migliaia di famiglie varcano la "soglia di povertà"
Le famiglie che prima non arrivavano alla "quarta settimana", ora non arrivano alla terza
...

Nel mondo...
Milioni di persone muoiono di fame o per cause legate all'assoluta miseria.
1.200.000.000 di persone vive con meno di 2 dollari al giorno 
muoiono ogni giorno 26.000 bambini, uno ogni 3 secondi
...

Cosa dire? Non ci sono parole...


VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA !!!
Ma come fanno milioni di lavoratori ad andare allo stadio a inneggiare a questa gente?

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Quanto ha risparmiato il proprietario di tre case in Italia e una all’estero - Ecco la cronaca di due anni e mezzo di manovre e del loro impatto sui ricchi contribuenti

Il signor X è un benestante, diciamo pure un superbenestante. È anche piuttosto pignolo ed è solito annotare su un diario le notizie economiche più rilevanti per se stesso e per la sua famiglia. Questa è la storia di un caso emblematico, il caso di quegli italiani - non molti ma neppure pochissimi - che hanno un ottimo reddito e un cospicuo patrimonio, magari in parte nascosto al fisco. È la storia delle sorprese, tutte piacevoli, riservate loro, nonostante la peggiore crisi del dopoguerra, dagli ultimi due anni e mezzo di manovre. E puntualmente ricostruite in un immaginario ma realistico diario di famiglia.

Superbenestante, dicevamo. Il signor X possiede, oltre a un buon numero di obbligazioni e di azioni, tre appartamenti in Italia e uno all’estero. Su quest’ultimo non ha mai versato un euro al fisco. Sugli immobili italiani, invece, ha sempre pagato le tasse. Un carico pesante come pesante è il timore che un giorno o l’altro possa essere scoperta la sua evasione sulle attività oltreconfine: si troverebbe a pagare l’intera imposta, più gli interessi, più le sanzioni.
Poco importa dove lavora X, se sia un libero professionista, un manager o un commerciante. Basterà sapere che guadagna più di 75 mila euro, soglia oltre la quale si applica l’aliquota massima. Residenza: Roma. Abitazione signorile in pieno centro: salone, cucina, 3 camere, 2 bagni, ingresso e ripostiglio per lui sua moglie e i suoi due figli. Sempre a Roma, X è proprietario di altri due appartamenti: un bilocale in periferia affittato a 750 euro al mese e un’abitazione di 80 metri quadri in zona semicentrale affittato a 1.300 euro. Cinque anni fa, consigliato da due amici stranieri, X ha anche comprato un delizioso immobile nel centro di Parigi al prezzo di 500 mila euro per darlo in affitto. Gli amici, - uno inglese e uno statunitense - hanno fatto altrettanto comprando altri due immobili di identico valore nello stesso stabile della capitale francese.

È il 29 maggio 2008. Appena tre settimane fa si è insediato il quarto governo Berlusconi. Il signor X scrive sul diario: «Oggi è entrato in vigore il decreto che abolisce del tutto l’Ici». Breve antefatto per capire la questione: il governo Prodi aveva cancellato l’Ici al 40% dei proprietari di case, in gran parte con redditi medio-bassi. Il nuovo esecutivo Berlusconi ha esteso l’esenzione a tutti gli altri. Continua il signor X: «Facciamo un po’ di conti. Sulla mia abitazione finora io pagavo il 4,6 per mille e quindi versavo 790 euro l’anno. Ora non li pagherò più. Un bel risparmio».

Arriva l’autunno. Sul diario del signor X è evidenziata una nuova data: 2 ottobre 2009. Seguita da un commento: «Sono passate appena le 13,30, il Tg1 ha dato una notizia tranquillizzante: "Sì della Camera al decreto sullo scudo fiscale". Si pagherà solo il 5% delle attività detenute all’estero e tutto sarà regolarizzato. Niente imposte pregresse, niente sanzioni, niente interessi, e soprattutto pieno anonimato». «Facciamo due conti - continua X - il mio appartamento a Parigi vale 500 mila euro. Applicando il 5% mi trovo a dover pagare solo 25 mila euro e stop. Molto peggio andrà ai miei amici stranieri: anche loro possono usufruire dello scudo ma con costi di gran lunga maggiori. L’inglese si troverà a pagare il 10% (il doppio) ma dovrà aggiungervi tutte le imposte dovute per cinque anni, più gli interessi maturati. Conti ancora più salati per il mio amico americano: costo iniziale del 20% (100 mila euro) più imposte e interessi. E poi c’è un’altra differenza di non poco conto: io conservo l’anonimato, loro no».

Passano i mesi: la primavera 2010 porta con sé una bufera economica di proporzioni giganti. È la crisi dell’euro. Tutto sembra precipitare: i paesi europei preparano feroci finanziarie taglia-deficit. Il signor X scrive: «Il governo di Londra ha già alzato dal 40 al 50% l’aliquota massima, quella che si applica ai superbenestanti. Portogallo e Spagna prendono analoghe misure. Persino Sarkozy, accusato di favorire i ricchi, annuncia l’aumento della loro aliquota dal 40 al 41%. Qui in Italia, invece, nessuno pensa di chiedere qualcosa a chi guadagna di più. Neppure le proposte di opposizione, sindacati e Confindustria di aumentare le tasse sulle rendite finanziarie, oggi ferme al 12,50%, vengono prese in considerazione. Eppure altrove si paga molto di più sugli interessi: il 20% in Gran Bretagna, il 25% in Germania, il 27% in Francia. La manovra di Tremonti è passata e io mi trovo a non aver pagato neppure un euro».

C’è ancora una pagina fondamentale scritta sul diario del signor X, forse la più importante. E una data: 4 agosto 2010. «Oggi il governo ha approvato uno dei decreti sul federalismo fiscale e ha introdotto, a partire dall’anno prossimo, la cedolare secca sugli affitti. In sostanza, chi dà in affitto un’abitazione, invece di pagare l’aliquota Irpef, che per noi benestanti arriva al 43%, pagherà solo il 20%. Quasi nullo, invece, il risparmio per chi ha redditi bassi: dal 23 al 20%. Ecco allora cosa cambia per me e per la mia famiglia: dai due appartamenti che affitto ricavo 24.600 euro l’anno. Con il vecchio regime Irpef pagavo circa 9 mila euro di tasse. Con la cedolare ne pagherò 5 mila. Risparmio: 4 mila euro l’anno».

Riassunto finale: il signor X risparmia quasi 5 mila euro l’anno sulle attività immobiliari in Italia, regolarizza quelle all’estero pagando solo il 5%, non versa un euro in occasione della manovra taglia-deficit, e continua a poter contare su una tassazione di favore sul proprio tesoretto finanziario. Una manna dal cielo. Anzi da Palazzo Chigi.

fonte: La Repubblica, 14 novembre 2010 

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Poco dopo il decesso di Stefano Cucchi, Giovanardi se uscì difendendo gli agenti a scatola chiusa, nel tentativo evidente di insabbiare il tutto e confondere le idee all'opinione pubblica, dicendo "è morto perchè drogato e anoressico" (nonostante foto eloquenti) poi il caso è emerso nella sua gravità, e non si può certo nascondere, il Dipartimento Politiche Antidroga guidato da Giovanardi si costituisce parte civile...


"Giovanardi: Cucchi morto perchè drogato"
http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/cronaca/morte-cucchi-2/giovanardi-cucchi/giovanardi-cucchi.html


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Il video, segnalato da Alberto T. che ringraziamo, è eloquente: durante il discorso di Berlusconi al "Congresso" degli Stati Uniti,  Obama appare completamente distratto, non applaude, e ad un certo punto, sembra quasi abbioccarsi...

Redazione nocensura.com



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Un quinto di coloro che andranno in pensione nel 2050 avranno diritto a una previdenza pubblica (quella derivante dai contributi versati durante l'attivita' lavorativa) piu' bassa dell'assegno sociale, che oggi e' di circa 450 euro. I piu' colpiti saranno donne e lavoratori precari. E secondo una ricerca dell'Universita' di Bologna con la fondazione Unipolis il rapporto fra pensione e salario percepito nell'ultimo anno di lavoro scendera' dal 70% attuale a poco meno del 50% fra 40 anni. (ANSA)

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Dopo la condanna per omicidio volontario, l’assassino del tifoso laziale decide di far finta di non aver capito perché

In questo Paese non c’e’ verita’ …nessuno vuole dire la verita’. I morti sono santi”. E’ lo sfogo del poliziotto Luigi Spaccarotella, condannato in appello a 9 anni e 4 mesi di carcere per l’omicidio volontario del tifoso laziale Gabriele Sandri. In un’intervista a ‘Oggi‘ – di cui il sito www.oggi.it diffonde alcune anticipazioni e una registrazioni audio – il poliziotto dichiara tutto il suo sconforto e la sua rabbia. “Sono un padre di famiglia, ma di me e dei miei figli non importa niente a nessuno”, sostiene Spaccarotella in un’affermazione che pare piuttosto senza senso: fosse anche poligamo e l’uomo più fertile dell’universo, questo non lo autorizzerebbe a mettere in pericolo le vite altrui in modo inutile.

LA RICOSTRUZIONE
“Adesso so che non rientrero’ piu’ in polizia – aggiunge – So che sono stato abbandonato da tutti anche da chi credevo amico … sono scomodo, hanno paura di aiutarmi, di schierarsi con un perdente, con chi e’ stato giudicato ancora prima della sentenza. Questa sentenza era gia’ scritta … sono stato condannato quel giorno, al casello di Arezzo”, dice ancora Spaccarotella, inanellando una serie di assurdità una dopo l’altra. Che non rientri in polizia un condannato per omicidio è una semplice questione di civiltà. Se c’è qualcuno che non è stato condannato ad Arezzo è proprio lui, anzi: quando ancora non erano uscite le circostanze dell’evento c’era già chi giustificava o scusava quanto accaduto prendendosela con “i tifosi”, gli “ultras” e così via, confondendo quanto accaduto dopo con quello che è successo ad Arezzo. Che, secondo i difensori di Spaccarotella era qualcosa di puramente accidentale: all’agente era partito un colpo mentre correva dopo averne sparato un altro in aria per fermare un’automobile che scappava dopo una rissa tra tifosi laziali e juventini in autogrill. Secondo cinque testimoni che assistevano alla scena, le cose non sono andate così:


«Vidi il poliziotto cercare la mira per cinque secondi a braccia tese, poi esplose il colpo verso l’ auto in movimento», fu la deposizione più robusta, quella di Keiko Korihoshi, guida turistica giapponese.


Più robusta perché altre vennero contestate nel corso del dibattimento per motivi risibili, come che uno dei testimoni era tifoso della stessa squadra del morto. Al giapponese non potevano mettere le bandierine della Lazio, eppure il giudice di primo grado non lo considerò credibile. Quello di secondo, gentilmente, ha riportato la logica nei tribunali. E adesso Spaccarotella ha anche il coraggio di lamentarsene.

ALTRE AMENITA’
Spaccarotella sostiene di avere accanto la moglie, la sorella e i genitori. Nessun altro. Teme l’arresto (“Non so neanche dove dormiro’ stanotte. O se domani dormiro’ a casa”) e nutre timori anche per la propria incolumita’.E’ strano che abbia paura di essere arrestato, visto che un poliziotto dovrebbe sapere che in mancanza di decisioni avverse sul punto – che non sembrano nell’aria – e visto che lui di giorni in carcere non ne ha ancora fatti, mentre altri, meno fortunati di lui, ne fanno pur risultando poi innocenti in primo o secondo grado. Ma la fine dell’intervento di Spaccarotella è particolarmente interessante: “Anche in questi mesi, sono stato un poliziotto comunque, sempre – conclude -: lo scorso agosto, mentre ero fuori col cane, un ragazzo di colore ha cercato di forzare il lucchetto di un’edicola. Sono intervenuto, lui aveva un coltello …io ho chiamato il 113? e l’ho messo in fuga”. Eh, bravo, forse ha finalmente capito che non era il caso di mettersi a sparare ad altezza d’uomo in mezzo alla strada. Se l’avesse capito prima, un ragazzo di vent’anni che dormiva in auto mentre i suoi amici facevano i teppisti oggi sarebbe ancora vivo.


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L’Unesco, l’agenzia delle Nazioni Unite per la tutela del patrimonio culturale, si dice “preoccupata” dei continui crolli. E manda gli ispettori.

Per l’Onu ciò che continua a succedere nel sito archeologico di Pompei inizia ad essere abbastanza. “Una serie di collassi strutturali a Pompei ha indotto a disporre una visita urgente da parte di esperti delle Nazioni Unite per ispezionare ed esaminare l’estensione dei danni ad uno dei maggiori siti archeologici”, recita il comunicato ufficiale del Palazzo di Vetro. Insomma, forse i provvedimenti degli staff tecnici italiani non erano sufficienti, se è vero che l’agenzia delle Nazioni Unite che tutela il patrimonio culturale, l’Unesco, ha disposto una ispezione ufficiale. Dopo la distruzione della Scuola dei gladiatori “e di altri crolli nei giorni scorsi, gli specialisti dell’Onu”, recita il comunicato, “arriveranno domani in Italia per esaminare lo stato di conservazione al World Heritage Site”. Un intervento che vuole riuscire a prevenire ulteriori minacce al sito che è patrimonio mondiale dell’umanità: in sostanza gli ispettori dell’Onu vogliono vederci chiaro sullo stato attuale della struttura e sono pronti a far innalzare il livello di sorveglianza. “La missione identificherà rischi ad altre strutture e potrà suggerire ulteriori provvedimenti, incluse misure legali, per evitare ulteriori rischi. I risultati dell’ispezione”, continua il comunicato, non saranno però disponibili per iscritto prima del prossimo giugno, quando l’Unesco pubblicherà il suo rapporto annuale.

I giovani lavoratori sotto i 31 anni non hanno fiducia nelle organizzazioni sindacali: a rivelarlo, sono i numeri. La CGIL conta circa 450.000 iscritti under 31, che costituiscono circa l'8% del totale degli iscritti, che si attestano a 5.697.774 (dato 2007). Poco meglio le altre sigle: La CISL ha 323mila iscritti under 31, mentre la UIL 315mila: rispettivamente il 14,2 e il 14,8 dei tesserati. Su base percentuale, il sindacato che piace di più ai giovani è l'UGL: anche se ha solo 164mila iscritti under 30, questi rappresentano il 30% degli iscritti.

Antonio - nocensura.com

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Questa volta a ridursi in calcinacci (come disse Zaia in riferimento al crollo del Domus dei gladiatori) è stata la "Casa del moralista", chiusa al pubblico da sempre e situata a venti metri dall'edificio crollato un mese fa. Alla notizia, all'estero è stato dato molto più risalto di quanto ne ha avuto nel belpaese, destando stupore e indignazione in tutti gli amanti dell'arte. Fortunatamente, quest'ultimo crollo riguarda un muro di fondo della casa, sei-sette metri di materiale "incerto" e di scarso valore, formato solo da tufo e calcare.

Se il primo crollo poteva essere inaspettato (anche se di fatto non lo era, in quanto le condizioni in cui versava potevano presagire la caduta da un momento all'altro, e in ogni caso le autorità preposte, trattandosi di un'opera d'arte di valore inestimabile, dovrebbero vigilare con la massima attenzione) questa volta non ci sono scuse. Secondo autorevoli esperti, l'intero sito è a rischio.

Ma cosa stanno aspettando a mettere in sicurezza il sito e procedere al recupero? In questo paese dai mille sprechi, sembrano esserci i fondi per tutto, tranne che per le questioni serie. Il nostro paese è un vero e proprio "museo a cielo aperto", ammirato dal mondo intero, e non riuscire a tutelare e valorizzare questo patrimonio, che attira ogni anno milioni di turisti "nonostante tutto", fa veramente rabbia.

La responsabilità di questa situazione, non può essere attribuita totalmente all'attuale governo, poiché anche quelli precedenti non hanno mai intrapreso misure adeguate, anche se governando quasi ininterrottamente da oltre 15 anni, il centrodestra ha sicuramente delle responsabilità: ora però non ci sono scuse: Tremonti deve trovare i soldi per intervenire, che sieda al tavolo e reperisca le risorse eliminando qualche spreco!

Serena di nocensura.com

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E’ la parola definitiva?  Certamente è una parola che volevamo sentire: la scuola di Adro (Brescia), diventata famosa per i circa 700 simboli del Sole delle Alpi che campeggiavano nell’istituto scolastico, voluti dal sindaco leghista Oscar Lancini, dovra’ esporre la bandiera italiana e quella dell’Unione Europea. Lo ha stabilito il Tribunale civile di Brescia, accogliendo un ricorso della Cgil, ordinando anche la rimozione definitiva ‘a spese del Comune’ del ’simbolo partitico’.

VIA IL SOLE, SI’ IL TRICOLORE
Il “Sole delle Alpi” nella scuola pubblica discrimina. Cosi’ il giudice Gianluca Alessio del Tribunale di Brescia accogliendo il ricorso della Camera del Lavoro, Flc e Cgil sul carattere considerato “discriminatorio” degli oltre 700 simboli affissi dall’amministrazione comunale su banchi, zerbini e vetrate della scuola di Adro.
Il Tribunale ha quindi ordinato la rimozione definitiva “a spese del Comune di Adro del simbolo partitico” e “l’esposizione della Bandiera della Repubblica Italiana e di quella dell’Unione europea in modo permanente”. Nel ricorso si faceva riferimento alla “necessita’ di evitare che i lavoratori della scuola pubblica siano obbligati ad operare all’interno di un ambiente politicamente connotato in contrasto con la natura laica e non ideologica del soggetto con il quale i lavoratori stessi hanno stipulato il loro contratto di lavoro”.

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Nei giorni scorsi si era diffusa la notizia (che abbiamo riportato anche noi) che Luigi Chiatti sarebbe uscito in permesso, suscitando un'ondata di indignazione. Il suo avvocato è intervenuto, chiarendo che il mostro di Foligno «non ha mai goduto di alcun permesso» ma infatti la concessione dei permessi è prevista per Giugno prossimo: condannato a due ergastoli in primo grado, la pena è stata ridotta a 30 anni in appello: e ovviamente la legge gozzini, che prevede per buona condotta, una reclusione della pena di 45 giorni ogni sei mesi, vale anche per lui: che ha beneficiato persino dell'indulto.

Ucciderà ancora
Nel 2004 fu lui stesso a dirlo: «uscirò tra venti anni e tornerò a uccidere, ma farò più attenzione». Lo psichiatra Vittorino Andreolli, al quale il pm affidò la perizia psichiatrica di Chiatti scrisse: «La sua personalità lo porta a comportarsi come un detenuto modello, ma con l'opportunità di uscire tornerà ad uccidere; e questo  lui lo sa perfettamente». Un profilo che coincide pienamente con quanto delineato dal celebre criminologo statunitense Palermo, secondo il quale Chiatti potrebbe tornare ad uccidere una volta uscito dal carcere.

Uccise due bambini
Chi all'epoca dei fatti era abbastanza grande, ricorda sicuramente la vicenda: di quelle che rimangono ben impresse nella memoria: nel 1992 Luigi Chiatti rapisce, violenta e uccide Simone Allegretti, 4 anni. Sarà lui stesso a confessare di averlo notato in strada, e di averlo invitato a salire in auto per condurlo nella sua abitazione: «l'ho soffocato perché non ne potevo più di sentirlo urlare»: ovviamente, il bambino piangeva. Meno di un anno dopo il mostro colpisce ancora: Lorenzo Paolucci, 13 anni, Chiatti lo colpisce con un forchettone, il corpo fu ritrovato a meno di un km dal luogo dove aveva abbandonato il piccolo Simone Allegretti.

La rivendicazione del primo omicidio
Questo è ciò che chiatti ha scritto dopo aver commesso il primo omicidio:
"AIUTO! AIUTATEMI PER FAVORE. IL 4 OTTOBRE HO COMMESSO UN OMICIDIO. SONO PENTITO ORA, ANCHE SE SO CHE NON MI FERMERO' QUI. IL CORPO DI SIMONE SI TROVA VICINO LA STRADA CHE COLLEGA CASALE (FRAZ. FOLIGNO) E SCOPOLI. E' NUDO E NON H...A L'OROLOGIO CON IL CINTURINO NERO E QUADRANTE BIANCO. PS NON CERCATE LE IMPRONTE SUL FOGLIO, NON SONO STUPIDO FINO A QUESTO PUNTO. HO USATO DEI GUANTI. SALUTI, AL PROSSIMO OMICIDIO. IL MOSTRO". 
(Ringraziamo Giulia F. per averci gentilmente indicato questo testo)

Alessandro di nocensura.com

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Niente soldi per le aziende che ascoltano gli indagati a nome dello stato. Stanno tutte fallendo, e scrivono a Di Pietro.
Le aziende del comparto intercettazioni non possono accettare nuovi incarichi dalle Procure della Repubblica a causa dello stato di crisi dovuto ai crediti scaduti da diversi anni, vantati nei confronti del Ministero della Giustizia che, al 31 dicembre 2010, sfioreranno i 500 milioni di euro”: ricordate la polemica del governo contro le intercettazioni telefoniche ed ambientali? “Tutte le volte che allungo la mano sul telefono non mi sento di vivere in un paese civile in cui è garantita l’inviolabilità delle conversazioni”, diceva Silvio Berlusconi ospite ad Atreju, la festa dei giovani del PdL: solo una delle tante uscite affini sul tema. Era anche previsto un ddl che disciplinasse in maniera molto restrittiva la materia, definito dai critici la “legge bavaglio”: poi, per l’opposizione principalmente di Gianfranco Fini, saltò tutto. E allora, a quanto pare, per trovare un’altro modo di impedire la proliferazione dello strumento investigativo, il governo sarebbe passato alle vie di fatto: molto semplicemente, avrebbe smesso di pagare le imprese che, per conto dello Stato, esercitano questo servizio.

FALLIMENTI A CASCATA
Questa situazione provochera’ un evidente pregiudizio dell’attivita’ investigativa futura e non potra’ assicurare anche il regolare espletamento degli incarichi in corso con grave danno per le indagini gia’ in atto”, scrive l’Ilia, ovvero Italian Lawful Interception & Intelligence Association, l’organizzazione che riunisce le imprese che si occupano di questa attività. “La gran parte degli operatori del settore” aggiunge il comunicato dell’associazione riportata dalla Radiocor “fanno appello alle massime cariche dello Stato perché  possa essere varato un emendamento urgente al Ddl Stabilita’ in grado di programmare, gia’ per il 2011, uno stanziamento idoneo a colmare il peso del debito contratto dal Ministero della Giustizia”. Niente soldi per gli ascolti ambientali di giustizia, dunque, e qualcosa bisognerà pure farci, dicono gli operatori del settore: “Il sistema di aziende che lavora silenziosamente a fianco dello Stato nelle fasi d’intelligence investigativa e monitoraggio del territorio nella lotta al crimine rischia il fallimento”. Senza un’intervento rapido ed efficace, infatti, non potrà causarsi altro che “la chiusura di numerosi operatori con notevole impatto sui livelli occupazionali e rendera’ ardua la lotta alla criminalità”.

LA LETTERA
La situazione è critica, dunque. E nel cercare un referente politico, le associazioni delle intercettazioni lo trovano in Antonio di Pietro, il leader dell’Italia dei Valori che ha oggi ricevuto una lettera molto eloquente. “Stamattina mi è stata recapitata una busta, e come me la hanno ricevuta altri esponenti dell’Italia dei valori e anche alcuni giornalisti. Dentro c’era una cornetta di telefono staccata e un cartoncino, come quelli di auguri che si mandano a Natale, con su scritto “Il silenzio è d’oro”. Però non era un biglietto d’auguri: era una richiesta d’aiuto e una denuncia gravissima, firmata dalla ItalianLawfulInterception& Intelligence Association”, scrive il leader IdV sul suo blog: “Berlusconi e il suo obbediente portaordini ministro Alfano non sono riusciti a fare passare in Parlamento la legge sulle intercettazioni che avrebbe reso impossibile una quantità di indagini importantissime. Così si sono inventati un espediente per aggirare l’ostacolo e ignorare le decisioni del Parlamento, esattamente come provano a fare ogni volta che il Parlamento non vota come vogliono loro. Visto che non si potevano vietare le intercettazioni, hanno smesso di pagare quelli che dovevano farle per conto dello Stato. Così, in un modo o nell’altro, finiranno per raggiungere comunque il loro obiettivo: rendere impossibili le indagini. Io credo che questo inganno ai danni dei cittadini e del Parlamento, questo generoso favore fatto a ‘ndrangheta, camorra e Cosa nostra, debba essere contrastato in ogni modo. Per questo tutta l’Italia dei Valori chiede che il governo spieghi pubblicamente il suo comportamento e che sia accolta subito la richiesta di queste aziende”.

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Dal XXX congresso dell'Associazione l'allarme delle toghe: "La lotta alla corruzione diventi una priorità". Poi l'attacco al governo: "La riforma è pensata per colpire la nostra indipendenza". Napolitano: "Ritrovare fiducia nella giustizia"

"Abbiamo assistito, a una serie di interventi episodici e contingenti dettati dall'esigenza di risolvere situazioni legate a singole vicende processuali e sempre mirati a limitare l'autonomia e l'indipendenza della magistratura". Lo ha detto il presidente dell'Anm dal palco del XXX congresso dell'Associazione il presidente Luca Palamara. Nel mirino c'è non solo l'annunciata riforma costituzionale ma anche i "non meno insidiosi progetti di legge ordinaria in materia di intercettazioni, processo breve e polizia giudiziaria svincolata dal pm".

Palamara si è detto poi "convinto che il rapporto tra la magistratura e gli altri poteri debba accantonare sterili polemiche e strumentali antagonismi, per individuare validi strumenti di politica giudiziaria che, invece, purtroppo, a tutt'oggi, latitano, come continua a mancare un'organica e razionale riforma della giustizia".

Poi, un affondo specifico sulla corruzione: "In Italia il fenomeno è ancora largamente diffuso; nel 2009 le tangenti nel nostro Paese hanno inciso sulle tasche degli italiani per circa 60 miliardi di euro". E per questo il presidente dell'Anm ritiene "essenziale" che la lotta alla corruzione sia "tra le priorità dell'agenda delle riforme'.

A causa di questa 'piaga', ricorda Palamara, l'Italia è al 67/o posto nel rapporto pubblicato da Trasparency International. Stanno meglio di noi non solo "tutti i Paesi Ue, G8 e G20", con poche eccezioni, ma anche Malesia, Turchia, Tunisia, Croazia, Macedonia, Ghana, Samoa e Ruanda. Secondo Palamara occorre anche "un serio sforzo" nella lotta alle mafie che "non può esaurirsi limitandosi ad applaudire in occasione degli arresti o del sequestro dei beni", ma ha bisogno anche "di interventi mirati sul piano legislativo".

E in occasione del congresso dell'Anm, parole di sostegno alle toghe arrivano dal presidente della Camera Gianfranco Fini che in un messaggio inviato all'associazione afferma che è "compito delle istituzioni democratiche e di tutte le forze politiche del Paese, senza distinzione di parte, è quello di sostenere costantemente l'operato della magistratura la cui azione riveste un ruolo centrale per la salvaguardia del principio di legalità".

Importante anche l'intervento del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano che ha sottolineato come "è indispensabile che, in una fase difficile come l'attuale, il cittadino recuperi fiducia nel sistema giudiziario "anche attraverso un corretto rapporto tra magistratura e politica". Poi il Presidente della Repubblica ha ribadito che "l'Anm resta, e più che mai appare, un interlocutore rappresentativo ed essenziale in una fase difficile come quella attuale".

Poi, uscendo dal Teatro 'Capranica' al termine della prima sessione di lavori del congresso dell'Anm il Presidente della Repubblica ha risposto così a chi gli chiedeva un giudizio sulla riforma della Giustizia del Governo Berlusconi: "Quale riforma? Non sono aggiornato su quello che farà il governo...".

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Procedura d'infrazione per l'Italia.

L'Italia nel mirino della Commissione Europea per non aver recepito correttamente la normativa europea sulla sicurezza e salute nei luoghi di lavoro.

In seguito al ricorso presentato da Marco Bazzoni, operaio metalmeccanico e delegato per la sicurezza, i servizi della Commissione intendono proporre all'esecutivo europeo l'avvio di una procedura d'infrazione per la violazione dell'articolo 5 della direttiva europea, relativo alla deresponsabilizzazione del datore di lavoro.

La proposta per l'avvio di una procedura d'infrazione potrebbe arrivare dall'esecutivo comunitario il prossimo gennaio.

Oltre alla violazione dell'articolo 5, Bruxelles ritiene che nell'ordinamento italiano ci siano anche altre disposizioni che possono risultare non congrue con il diritto europeo: la postizipazione dell'obbligo di valutazione del rischio di stress legato al lavoro e la proroga dei termini impartiti per la redazione del documento di valutazione dei rischi per una nuova impresa o per le modifiche sostanziali apportate a un'impresa esistente.

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giovedì 2 dicembre 2010

La statistica si commenta da sola...


Svezia 62,3 %

Finlandia 61,8 % 

Danimarca 58,9 % 

Germania 48,0 %

Regno Unito 46,0 % 

Austria 44,0 %

Francia 39,0 %

Paesi Bassi 33,0 % 

Media UE 15 29,0 % 

Belgio 23,0 %

Romania 15,0 % 

Spagna 8,6 %

Lussemburgo 7,8 % 

Portogallo 7,0 %

Italia 3,0 % 

I giovani italiani sono "bamboccioni", come disse Padoa Schioppa? ... Oppure dipenderà dagli affitti troppo cari, la disoccupazione (o la precarietà del lavoro) e la debolezza dell'edilizia sociale italiana?

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