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sabato 3 settembre 2011

L’articolo di Olaf Henkel dell’edizione di oggi delFinancial Times sta facendo scalpore. D’accordo, Henkel è un uomo odioso, ma la mia opinione verso di lui – una volta lo ritenevo un tipico borderline – diventa col tempo piu positiva. I tedeschi volevano entrare in un’unione monetaria perché, con quell’accordo, si sarebbe rimossa l’arma del deprezzamento del tasso di cambio in mano ai paesi concorrenti. La disciplina di salari reali tedeschi, i miglioramenti della produttività del lavoro e l’innovazione non potevano essere spazzati via da un tratto di penna. Ricordiamoci che ci sono fondamentalmente tre Germanie:
Germania #1: la Bundesbank e il “finanzkapital“, che conserva enormi fobie sul ripetersi dell’iperinflazione stile Weimar e un credo quasi teologico nel “sound money” (ndt: una moneta che si appoggia su oro o argento, o altro che abbia un valore stabile). Si tratta della Germania degli entusiasti dell’oro fisico e degli economisti austriaci, che credono nella moneta forte, nelle politiche fiscali “responsabili”, e che erano fondamentalmente antitetici all’euro come grande unione allargata. Poi ci sono gli “Europeisti”, guidati da Kohl che essenzialmente riteneva di poter risolvere il “problema tedesco” legando più strettamente la Germania in una cornice pan-europea, di cui l’unione monetaria ne era parte fondamentale. Il voto indeciso era quello della Germania #3, la Germania industriale che fece sua l’ipotesi di un’unione monetaria proprio perché bloccava i concorrenti dell’industria tedesca a un tasso di cambio fisso e rimuoveva l’espediente della svalutazione.

“Mi spiace signora, non abbiamo soldi e non possiamo ordinare il farmaco per suo marito”. Questo il secco ‘no’ della farmacia ospedaliera ad un paziente malato di cancro in Calabria. L’Adnkronos Salute ha raccolto la sua storia.
Residente a Reggio e in cura all’ospedale Annunziata di Cosenza per un tumore in stadio avanzato, il paziente ha ricevuto la prescrizione per un antiangiogenetico (sorafenib). L’oncologo raccomanda di iniziare il prima possibile la terapiache dovrebbe rallentare la progressione del cancro.
La moglie, Maria S., si presenta dunque seguendo le indicazioni dello specialista alla farmacia ospedaliera del presidio ‘Riuniti’ di Reggio Calabria, la più grande struttura della città dello Stretto, con in mano la ricetta e il documento in cui l’oncologo descrive la diagnosi e motiva dettagliatamente la scelta di prescrivere l’antineoplastico in questione. Tutto in regola. In farmacia però si rifiutano di ordinare il medicinale. Una confezione da 112 compresse, per coprire un ciclo di terapia di 28 giorni (4 compresse giornaliere), ha un prezzo di vendita al pubblico che supera i 5 mila euro.

Tre italiani. Sequestrati dai gheddafiani al confine tra Libia e Tunisia. Liberati lo scorso 21 agosto, dopo quasi un mese di prigionia. Una storia piena di incongruenze e assurde ambiguità. Una storia che ricorda la triste (e quanto mai oscura) vicenda di Fabrizio Quattrocchi. Dietro la parola contractors spesso si nasconde un mondo su cui persino lo Stato ha più interesse a tacere. Spie, agenti segreti o guardie del corpo? Oppure semplici mercenari? Nessuno ne parla, eccetto la giornalista del Corsera Erika Dellacasa. Impressioni? Tutte in un flashback. Tutte in due parole: Nuova Gladio.

Un mercenario serbo in Libia
Stiamo parlando della vicenda – poco nota e della quale il “Corriere della Sera” sta svelando importanti retroscena – che ha visto come protagonisti Luca Boero, Vittorio Carella e Antonio Cataldo. I tre, il 23 luglio, sono stati sequestrati dai lealisti di Gheddafi al confine tra Libia e Tunisia, ma – a detta loro – si sarebbe trattato semplicemente di sorte avversa. I tre italiani, infatti, sarebbero stati diretti non in Libia, bensì in Tunisia per presentare “un progetto di sicurezza al Ministero dello Sport di Tunisi”, scrive il Corsera. La domanda è scontata a questo punto: che ci facevano i tre nella zona di confine dove poi sono stati arrestati? Pura casualità, hanno detto i tre: sarebbero stati portati lì a loro insaputa. Una tesi che – è evidente – lascia spazio a molti interrogativi. Anche perché, pur ammettendo che la posizione degli italiani sia nel vero, resta comunque difficile credere che abbiano deciso di recarsi in Tunisia in un periodo così turbolento per l’area nordafricana.
Ma continuiamo con il racconto. Il 23 luglio, come detto, Boero, Cataldo e Carella si trovano nella zona di confine, dove i lealisti li prendono prigionieri e li trasferiscono nel carcere di Abu Salim a Tripoli. Qui, a detta loro torturati, legati e picchiati, restano fino al 21 agosto, giorno in cui sono liberati dai ribelli del regime. E, finalmente, il 29 agosto il rientro in patria. Ma ad attenderli la Procura della Repubblica: è stata infatti aperta immediatamente un’inchiesta, coordinata dal procuratore Pietro Saviotti, per comprendere come mai i tre italiani si trovassero lì in un periodo così tumultuoso.

L’uomo era stato visitato al Policlinico e dimesso. Ricoverato di nuovo, era deceduto. Elsa: “È tornato a casa dopo la partita e stava già male. Mi ha detto che c’era stata una rissa ed era stato picchiato dai carabinieri”.
“In diciotto ore non si muore per una malattia”. Elsa Riva vuole fare chiarezza sulla morte di suo figlio Roberto Riva, il quarantacinquenne di San Martino Buon Albergo morto lunedì al Policlinico di Borgo Roma per cause ancora da accertare. Venerdì sera, come abbiamo raccontato ieri, Roberto era stato con alcuni amici al Bentegodi per assistere alla prima partita in serie B della sua squadra del cuore, l’Hellas Verona, contro il Pescara.
“È tornato verso le 23 ed è andato a letto, ma non ha dormito tutta la notte perché stava male e così la mattina è andato all’ospedale di Borgo Roma”. La madre Elsa ripercorre con gli occhi lucidi e la voce rotta le ultime ore di vita del figlio, che da qualche tempo viveva in un’altra casa, distante poche centinaia di metri.
“Quando è tornato, mi ha detto che lo avevano visitato, ma era risultato negativo a tutti gli esami”, racconta. “Anche quella notte, però, i dolori non lo hanno fatto dormire”. È stato allora che la madre gli ha chiesto di spiegare cosa fosse successo. “Mi ha detto che venerdì allo stadio c’era stata una rissa con i tifosi della squadra avversaria e che poi i carabinieri lo avevano picchiato”, prosegue Elsa. “Gli ho chiesto se aveva preso una manganellata. “Altro che una, ne ho prese tante”, mi ha risposto”.
Domenica la situazione è peggiorata ancora, tanto che il lunedì mattina Roberto ha chiamato il 118: l’ambulanza lo ha portato di nuovo al Policlinico di Borgo Roma. “Alle 13 mi hanno telefonato dall’ospedale. Mi sono precipitata là: un medico mi ha detto che mio figlio non avrebbe superato la notte”. E così è stato: intorno all’una Roberto è morto.

Gli hanno schiacciato il cuore. Anche la corte d’appello di Bologna ha messo nero su bianco che Federico Aldrovandi è stato ucciso dalla «violenta e pesante contenzione da parte delle forze di polizia». La droga non c’entra («dato tossicologico modesto»), né c’entra la “excited delirium syndrome” su cui si sono asserragliati i consulenti della difesa degli agenti - uno dei quali ritenuto tanto poco attendibile quanto pronto a smentire sé stesso - tanto nel primo, quanto nel secondo processo di cui sono appena uscite le motivazioni che confermano le condanne a 3 anni e mezzo per eccesso colposo.
E’ partito dal cuore di Federico il ragionamento del giudice di secondo grado. Da quella foto spuntata dopo molto dopo le «tormentate indagini preliminari» che hanno prodotto inservibili perizie. Quel cuore aveva due ematomi contrapposti: «Segno evidente e inequivocabile» di un trauma. In breve: il ragazzo ammanettato a faccia in giù aveva una fame d’ossigeno che non poteva soddisfare visto che lo schiacciavano i corpi dei suoi aggressori e la sua pressione arteriosa era aggravata dalla «violenta colluttazione fisica». I segni sul corpo sono anche quelli dei manganelli riportati a pezzi in centrale.

Un immigrato che ha passato metà della vita in Italia è stato prelevato in casa dai vigili urbani perché non ha più il permesso di soggiorno. Ha dovuto lasciare la compagna e racconta di aver subito un pestaggio nel Cie di Modena. Adesso è stato espulso e portato in Tunisia via nave. Aveva lasciato il suo paese nel 1982. Rilasciato a Bari, è tornato a Varese e da lì nuovamente a Modena. Infine l`espulsione. Maroni, siamo più sicuri dopo la sua deportazione?
La separazione forzata di una coppia di cinquantenni è una delle conseguenze del pacchetto sicurezza. E` accaduto a Sesto Calende, in provincia di Varese, nel cuore del regno leghista. E. P., lombarda, sta vivendo un agosto d`angoscia perché all`improvviso le è stato sottratto il compagno straniero con cui ha una relazione da tre anni. Adesso teme per la sua incolumità. L. è un tunisino senza permesso di soggiorno perché aveva perso il lavoro con la crisi. È stato portato via dai vigili urbani mentre si trovava a casa di un cugino, alle 8 del mattino del primo agosto, durante un banale controllo per un certificato di residenza. Trasferito e rinchiuso prima nel Centro di identificazione di Bari e poi in quello di Modena, ha raccontato di essere stato brutalmente picchiato e ferito dalla polizia, per rappresaglia dopo un tentativo di fuga di massa dal centro emiliano al quale lui non avrebbe partecipato.
La storia emerge dopo giorni di alta tensione nel Cie di Modena, dove tre persone sono riuscite a fuggire durante rivolte che avrebbero causato 20 mila euro di danni per la distruzione di porte e finestre. Daniele Giovanardi, fratello del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e presidente della Misericordia, ente gestore del Cie, ha parlato di “un contingente di malfattori comuni ed ex carcerati, gente che poco ha del profugo in senso stretto`. Dall`interno del Centro, alcuni reclusi denunciano per telefono pestaggi indiscriminati da parte degli agenti. “La polizia è entrata di notte con i manganelli e ha preso anche chi non ha fatto niente - dicono - mi hanno quasi spaccato l`occhio, a un altro la mano, mi hanno picchiato di brutto`.

Le shoccanti rivelazioni di una inviata in Libia: parla dei bombardamenti a tappeto della NATO, anche su obbiettivi civili, e di come viene costruita la falsa informazione che ci propinano i mass media, da giornalisti che riportano solo quello che scelgono di fargli vedere con tour guidati, con tanto di un vero e proprio "set" degno del cinema holliwoodiano. Da vedere!



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“Sembra di lavorare per la TV sovietica. Censura a pieno regime, accuratamente coordinata con la redazione di Londra. Qui a Tripoli abbiamo scattato una foto, in una zona controllata dai ribelli. Si vedevano dei cadaveri disarmati e in abiti civili, con segni di tortura. E’ stata elaborata dalla redazione. Poi è uscita con la didascalia: “L’esercito di Gheddafi uccide gli abitanti di Tripoli”. Gli ho telefonato e ho detto: “guardate che in questa zona non ci sono truppe di Gheddafi, qui gli islamisti hanno il controllo completo”. Risposta: “Ne sappiamo di più noi!” E così per ogni altra cosa”, ha raccontato ad Argumenti.ru un reporter che lavora per un’importante rete televisiva.
Egli dichiara: “Ciò che succede veramente, non interessa a nessuno”.
“A Tripoli è un disastro. Anarchia assoluta. Ad ogni passo c’è un posto di blocco che ti controlla accuratamente i documenti e quindi ti dà l’impressione di capire i caratteri inglesi. Ma non appena inizi a parlare, ti fissano a bocca aperta. Quasi tutti i gruppi hanno abbigliamento europeo, ma il modo di fare è quello dei locali. Trasmettono agli ispettori i documenti che gli sembrano sospetti e poi decidono loro se lasciarti andare o trattenerti. E’ interessante che nessuno abbia degli M-16 regolari, tutti hanno soltanto kalashnikov”, racconta il reporter.
giovedì 1 settembre 2011
L’Aidaa comunica di aver rintracciato la proprietaria. Che ha dato la sua versione dell’accaduto

Il cane trascinato dal suv – la cui storia aveva suscitato un ampio dibattito in rete -  “è vivo, ma ricoverato in terapia intensiva presso la clinica veterinaria Euganea di Monselice”. Al telefono di Aidaa, spiega l’associazione in una nota, “è arrivata una telefonata della signora Valentina che si è qualificata come la proprietaria del cane trascinato ieri pomeriggio dal suv nella zona di Faedo nei colli Euganei, in provincia di Padova, comunicandoci che effettivamente il cane era stato trascinato, ma dandoci una versione ‘colposa’ dell’accaduto”.

IL RACCONTO – Secondo la signora, è il racconto fatto, “il cane sarebbe stato affidato ieri pomeriggio a una persona che doveva ospitarlo per sei mesi e nel tragitto, nonostante il cane fosse messo in sicurezza, sarebbe riuscito ad uscire dal finestrino dell’auto e qui trainato per almeno un chilometro (su quel tratto sono state rinvenute le tracce di sangue dai Carabinieri). Abbiamo parlato anche con la dottoressa Lenora Mason della clinica veterinaria Euganea di Monselice, che ha in cura il cane, la quale ha confermato che il cane si trova ricoverato in terapia intensiva presso la clinica in questione e che il quadro per fortuna pur grave è in miglioramento”.

FELICI DELL’ERRORE - “Mai come questa volta sono felice di poter dire di aver sbagliato previsione: il cane non e’ morto come avevamo pensato in un primo momento e questa e’ un’ottima notizia- dice Lorenzo Croce, presidente di Aidaa- La telefonata ricevuta dalla proprietaria ci conferma pero’ la dinamica di quanto accaduto. Ora noi manteniamo la nostra denuncia alla Procura e lasciamo che siano le forze dell’ordine a verificare come sono andati i fatti. Una cosa e’ certa il cane si e’ salvato per miracolo e per questo motivo riteniamo si debba andare fino in fondo a questa vicenda per capire le responsabilita’ di quanto accaduto”

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Una parte della lunga scia di sangue sull'asfalto
***IMPORTANTISSIMO*** LEGGI E DIFFONDI IL PIU' POSSIBILE L'APPELLO, TROVIAMO QUESTO IMMONDO SADICO!!!


Taglia di 5000€ sul sadico che ieri ha legato un cane alla portiera e poi lo ha ucciso trascinandolo in corsa nei Colli Euganei.

Si è fermato solo quando il cane è morto consumato nelle sue stesse carni da quell’orrendo gesto fatto quasi sicuramente per puro sadismo: è successo ieri pomeriggio in provincia di Padova, sulla zona dei Colli Euganei, ed è stato segnalato al telefono amico di AIDAA da un testimone oculare che ha tentato dapprima di fermare il SUV, allontanatosi invece a forte velocità tirandosi dietro il cane che emetteva forti guaiti di dolore.
Il fatto è accaduto in via Roverello, a pochi metri dalla “Trattoria da Oci”, vicino a Faedo (PD). Il testimone, Federico Sabbadin, stava camminando sulla strada in direzione nord, quando un SUV nero, probabilmente BMW, è passato davanti a gran velocità diretto a sud, e attaccato alla portiera posteriore sinistra (lato guidatore) era fissato un guinzaglio da cui veniva trascinato un cagnolino di piccola taglia, tipo volpino color terra di Siena, che si dimenava e contorceva.
“E’ stata una scena orribile” racconta scosso Sabbadin. “La macchina mi è passata davanti e mi sono girato sbracciando e gridando al guidatore di fermarsi… non posso credere che non mi abbia visto o sentito. Ha continuato con la stessa velocità finché alla successiva curva l’ho perso di vista. Ho avuto un minuto di panico e mi sono maledetto per non aver preso la targa, ma non ne ho avuto il tempo. Sono corso alla macchina, che avevo parcheggiato un 100 metri più a nord, e ho cercato d’inseguirlo ma non sono riuscito a raggiungerlo. Ho proseguito lungo via per un paio di chilometri, seguendo, purtroppo, le tracce di sangue lasciate dalla povera bestiola, finchè a una curva le tracce sono cessate. Sono sceso dalla macchina, ho controllato nel campo, sul ciglio della strada, ma non ho trovato nulla. Ricordo che nel SUV nero ho visto una sola persona, uomo coi capelli scuri medio-corti, sui 40 anni, al volante. Il cane era legato a sinistra, quindi il guidatore non può non essersene accorto”.
“Si tratta quasi certamente di un atto di puro sadismo,” ha commentato Lorenzo Croce, presidente nazionale di AIDAA, “da qui la decisione di sporgere denuncia e di chiedere a chiunque avesse visto quanto accaduto ieri pomeriggio nella zona di dare immediate informazioni anche anonime all’associazione e ovviamente ai carabinieri per permettere di risalire alla persona o alle persone autrici di questo atroce atto di violenza ai danni di un cane trainato per tre chilometri ed ucciso in maniera che definire barbara è ancora poco.” AIDAA ha deciso di mettere una taglia di 5.000 euro, che verrà pagata a chiunque sarà in grado di fornire informazioni che permettano l’individuazione certa dell’autore del gesto atroce.

Claudia Resta

Fonte: Petpassion.tv – contatto: press@petpassion.tv


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mercoledì 31 agosto 2011

<p>Stoccolma, italiano arrestato per uno schiaffo al figlio</p>
C'è chi crede che ai bambini capricciosi faccia bene ricevere ogni tanto uno schiaffetto o un leggero scappellotto. Pensano che possa essere un modo per far rimanere impresso il rimprovero e per forgiare il carattere. Altri, invece, lo ritengono un gesto grave, sbagliato e assolutamente non necessario all'educazione di un figlio.
Della seconda scuola di pensiero fanno certamente parte gli svedesi, che nel 1966 hanno varato una legge, ancora in vigore, che vieta le "percosse ai minori" e i rimproveri troppo veementi. Niente schiaffi, dunque, nè sberle, strattoni o altri rimproveri che implicano l'uso delle mani, altrimenti il rischio è quello di finire in prigione.
Lo sa bene Giovanni Colasante, un consigliere comunale di Canosa di Puglia che la scorsa settimana, mentre si trovava in vacanza a Stoccolma con tutta la sua famiglia, è stato arrestato per aver tirato uno schiaffo al figlio 12enne che faceva i capricci. Secondo quanto raccontato da alcuni testimoni, il ragazzino non voleva entrare nel locale e piagnucolava, così il padre lo ha rimproverato gesticolando e, forse, è volato anche uno scappellotto.
Aldo BrancherAldo Brancher
Avete presente l'ex ministro di Berlusconi appena condannato in via definitiva a due anni? Bene: il governo lo ha nominato presidente con pieni poteri di un nuovo ricchissimo ente. Così l'esecutivo italiano ha un nuovo record: è l'unico al mondo che in tempi di sacrifici e di tagli affida una valanga di denaro a un pregiudicato


Per distribuire preziosi pacchi di soldi pubblici mentre l'Italia rischia la bancarotta, cosa c'è di meglio di un bel comitato politico, presieduto da un onorevole marchiato dalla giustizia come ladrone? Spesso in Italia, come insegnava Ennio Flaiano, la situazione è grave, ma non seria: a riconfermarlo è un atto del governo che affida un tesoretto di 160 milioni di euro a un nuovo ente presieduto e diretto da Aldo Brancher. Sì, proprio lui, il deputato berlusconiano fresco di condanna definitiva per i reati di ricettazione e appropriazione indebita.

Il neonato ente parastatale si chiama "Odi" ("Organismo di indirizzo") ed è stato istituito il 14 gennaio 2011 con un apposito decreto firmato nientemeno che da Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti. Richiamandosi a un codicillo semi-nascosto nella legge finanziaria 2010 ("articolo 2, comma 107, lettera h"), il presidente del Consiglio e il ministro dell'Economia autorizzano la spartizione di 160 milioni tondi entro la fine di quest'anno. I soldi sono destinati ai soli comuni veneti e lombardi delle fasce di confine con Trento e Bolzano. L'idea era stata lanciata già nel 2008 per frenare la mini-secessione dei centri di montagna, che progettavano di abbandonare le regioni padane per entrare nelle ricche province a statuto speciale. Allora però era previsto uno stanziamento di soli 20 milioni. Adesso il fondo è quadruplicato: 80 milioni all'anno. E la prima spartizione riguarda il biennio 2010-2011, per cui la cifra in gioco raddoppia. Il nuovo ente ha pieni poteri sulla distribuzione dei soldi. Mentre i costi sono a carico delle due province autonome, che non sono amministrate dal centrodestra. Oltre a nominare gli otto componenti dell'Odi (quattro per il governo, quattro per gli enti locali), è lo stesso decreto Berlusconi-Tremonti a regalare a Brancher la poltronissima di "presidente, in rappresentanza del ministero dell'Economia, per i prossimi cinque anni". 

martedì 30 agosto 2011
Gli scienziati del CERN, sono a caccia della cosiddetta "particella di Dio" o bosone di Higgs, considerata la particella che ha giocato un ruolo fondamentale nella creazione dell'universo. Nei giorni scorsi però, l'Organizzazione Europea per la Ricerca Nucleare sta consideranto l'ipotesi della non esistenza di tutto ciò.  Il centro di ricerca del CERN ha riferito, durante una conferenza a Mumbai, che i possibili segni di Higgs notati il mese scorso sono stati successivamente considerati non significativi. "Qualunque sia il verdetto finale sulla Higgs, stiamo vivendo tempi molto eccitanti per tutti i soggetti coinvolti nella ricerca", ha dichiarato Guido Tonelli, portavoce del CERN, che si trova nei pressi di Ginevra. "Sotto ciò che è noto come il Modello Standard della fisica, il bosone, che prende il nome dal fisico britannico Peter Higgs e conosciuto come la particella di Dio, si pone come essere stato l'agente che ha dato massa ed energia alla materia subito dopo il Big Bang 13.7 miliardi di anni. Per alcuni scienziati, il bosone di Higgs rimane la spiegazione più semplice di come la materia abbia sviluppato massa. Non è chiaro tuttavia cosa potrebbe sostituirlo come spiegazione. "Sappiamo che qualcosa manca, semplicemente non so bene cosa, ma potrebbe essere qualcosa di nuovo", ha scritto il blogger del CERN Pauline Gagnon.


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Austria – Dopo 35 anni, trascorsi in gabbie e recinti, al chiuso, Susi ( nella foto al centro, sorridente ) ora può respirare per la prima volta all’aria aperta, può sentire il sole sulla pelle, l’erba tra le dita dei piedi, e può correre arrampicarsi come più le piace.
Susie era un animale da laboratorio, rapita nella jungla quando era ancora una cucciola, dai bracconieri. Adesso per lei e i suoi amici scimpanzé inizia una nuova vita, nella prima area all’aperto di 2500 mq realizzata appositamente per loro.
Per anni, gli animali sono stati rinchiusi in celle singole e infettati con virus mortali. Sono stati contagiati con aids, epatite e decine di altri terribili virus, ma non solo sono stati testati sulla loro pelle nuovi farmaci che a volte danno più problemi del virus stesso.
Solo nel 1997 sono stati interrotti questi esperimenti con gli scimpanzé. Così, le scimmie sono state sistemate in un Parco Safari, poi fallito, dove non erano previsti appositi spazi per questi poveri animali. Nel 2010 infine la Aiderbichl una fondazione per gli animali in difficoltà, si è impegnata per assicurare un futuro dignitoso alle scimmie – e di dare loro un recinto all’aperto. Più di tre milioni di euro il costo degli undici nuovi impianti, cofinanziati con fondi statali. Gradualmente, le scimmie dovrebbe essere liberate nel recinto. Oggi è stato il gran giorno di Susi e di un gruppo di dieci scimpanzé traumatizzati.






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L’AMORE degli svizzeri per gli animali non è così appassionato, né storicamente famoso come quello degli inglesi, ma ciò non toglie che per circa otto milioni di abitanti la Confederazione elvetica conta almeno nove milioni di polli, quasi quattro milioni di bovini, un numero altrettanto elevato di maiali, pecore e capre, un paio di milioni di cani ed 1,3 milioni di gatti. A passarsela peggio di tutti sono questi ultimi, poiché sempre più spesso vengono abbandonati dai loro proprietari e finiscono, quando va bene, nelle pensioni per animali, oppure diventano randagi, con il rischio di finire impallinati dai discendenti di Guglielmo Tell, che invece dell’arco adesso dispongono di efficacissime doppiette.
A confermare la licenza di uccidere i gatti randagi se si trovano a più di 180 metri dalle case è il Bundesrat, il Consiglio federale elvetico, che ha appena respinto una petizione presentata nel giugno scorso dall’associazione “SOS Chats”, che ha raccolto quasi 13 mila firme ed è stata sostenuta dal consigliere ginevrino Luc Barthassat, con cui si chiedeva di mettere fine all’inumana caccia ai mici randagi. Il deputato cantonale ha sottolineato che «sparare ai gatti randagi è indegno di un paese moderno e civile» e ha ricordato che nella vicina Francia questo tipo di caccia ai felini rimasti senza padrone è vietata.

Blitz della guardia di finanza negli uffici del Comune e di Hera: sul sistema fognature e gli scarichi in mare delle acque nere stanno lavorando tre pubblici ministeri. Il sindaco Gnassi: "Massima collaborazione, ma andiamo avanti coi nostri piani"

E adesso il caos delle fogne di Rimini, una delle vergogne del sistema riviera, finisce sotto la lente d’ingrandimento della Procura della Repubblica. I magistrati riminesi, infatti, da qualche giorno hanno aperto un’inchiesta su un problema che da almeno quarant’anni colpisce Rimini e dintorni: quello degli sversamenti degli scarichi fognari in mare ogni volta che, causa un temporale, le tubature vanno in tilt.
Delle indagini (entrate nel vivo, dunque, a stagione turistica ormai terminata) si stanno occupando i pm Gemma Gualdi, che le coordina, Davide Ercolani e Stefano Celli. Al momento i tre non avrebbero iscritto nessuno nel registro degli indagati, i reati ipotizzati nel fascicolo restano a carico di persone ancora da identificare. Tra questi ci sono alcune fattispecie come epidemia colposa,delitti colposi contro la salute pubblicalesioni personali colposegetto di cose pericolose.
Ieri mattina la sezione navale della guardia di Finanza, su delega dell’autorità giudiziaria, si è resa protagonista di un blitz negli uffici del Comune e di Hera Rimini per sequestrare diversi documenti. Oltre che nella sede locale della multiutility, gli ufficiali hanno visita agli uffici della direzione Infrastrutture, Mobilità e Ambiente del Comune di Rimini. L’amministrazione diPalazzo Garampi ha consegnato a finanzieri e agenti di Polizia giudiziaria il materiale richiesto inerente agli scarichi fognari della città (si tratta in particolare di estratti di deliberazioni e convenzioni tra enti) “affinché l’indagine aperta dalla Procura della Repubblica di Rimini possa proseguire con il pieno apporto e con la fattiva collaborazione di questa amministrazione comunale”, osserva in una nota il Comune riminese.


L'intervento sulle pensioni deciso nel vertice di Arcore smentisce clamorosamente i proclami di Bossi, che fino a pochi giorni fa ringhiava: "La previdenza non si tocca". Il quotidiano del Carroccio scorda le parole che solo una settimana fa erano "scritte sul marmo". Sallusti premia invece il Cavaliere, Libero celebra se stesso

Dov’è la vittoria? La Padania non ha dubbi: “Manovra, passa la linea della Lega”, titola oggi in prima pagina. E nel trionfale sommario, il quotidiano del Carroccio parla della “quadra” trovata da Bossi e Berlusconi ad Arcore, di “tagli alla politica”, di “lotta agli evasori”, di “Province” ed “enti locali” parzialmente salvati. Manca però una parolina: “pensioni”. Strano, perché su tutti gli altri giornali quella parolina si trova scritta in grosso nei titoli di apertura. “Stretta sulle pensioni”, è per esempio la scelta di Il Sole 24 Ore.

Per risolvere il mistero della parolina scomparsa basta andare indietro di una settimana esatta e recuperare La Padania di martedì 23 agosto, dove, sempre in prima pagina, Alessandro Montanari scriveva: “La Lega nord non fa retromarcia… e scrive sul marmo i paletti già ripetutamente annunciati da Umberto Bossi nei comizi d’agosto: le pensioni non si toccano”. Il tutto rafforzato da un titolo perentorio: “La Lega detta le condizioni”.

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