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sabato 6 novembre 2010

In un ospedale di Jerez de la Frontera a sud della Spagna, Elena, una bambina di 10 anni, ha dato alla luce una neonata di 2,9 chili,come riporta il quotidiano locale "Diario de Jerez".

La bambina è di origine rumena e la sua famiglia ha detto che per loro è normale partorire a quell'età.

Micaela Navarro, ministro degli affari sociali, riferisce che anche il padre del neonato è minorenne (13 anni) e che mamma e figlia stanno bene.

Gli esperti ritengono che la bambina abbia corso dei rischi in quanto è ancora in crescita e il neonato sarebbe potuto nascere prematuro o addirittura correre il rischio di morire.

Le autorità stanno valutando se lasciare la custodia della bimba alla mamma e alla sua famiglia.

In Andalusia, nel 2008, sono nati 177 bambini da madri che avevano meno di 14 anni.



Fonte

Un'allegra comitiva di cinesi impicca e scuoia un cane. Una pratica che ai nostri occhi appare decisamente barbara e crudele, rientra nella normalità dei cinesi, che vedono nei cani una normale "fonte di approvvigionamento di carne" come noi usiamo fare per suini e bovini.
Vedere queste foto, tuttavia non può che suscitare sdegno: anche per il contesto di divertimento e di disumanità con i quali uccidono il povero cagnolino.

Si sconsiglia il proseguimento delle foto alle persone impressionabili.










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Lo stato risarcirà la famiglia con 2 milioni, ma in cambio a chiesto alla famiglia di non costituirsi parte civile al processo: e comunque qualsiasi cifra non renderà certo la vita al giovane Federico, appena maggiorenne.

Lo stato ammette le proprie colpe, ma i colpevoli non pagano:  i quattro poliziotti che uccisero Federico Aldovrandi a suon di botte, (Le perizie parlano addirittura di un testicolo schiacciato), gli agenti Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri NON SONO STATI ESPULSI DALLA POLIZIA!!!
Secondo quanto riporta “Il Manifesto”, la multinazionale delle bevande Coca Cola sarebbe stata condannata a pagare un maxi risarcimento ad uno Stato del sud dell’India: 352 milioni di euro per inquinamento ambientale , danni alla falda acquifera in un villaggio dello Stato di Kerala.

La vicenda, per come la riporta il quotidiano romano, ha i classici connotati dello sfruttamento coloniale: nel 2000 l’azienda americana apre uno stabilimento in un piccolo villaggio e inizia ad attingere acqua potabile dai pozzi della zona. Dopo poco arriva ad emungere un milione e mezzo di litri da sei pozzi lasciando a secco la popolazione locale.
Come se non bastasse, Coca Cola non applica il trattamento dei reflui industriali dello stabilimento ma, al contrario, vende i reflui “tal quali” agli agricoltori del villaggio spacciandoli per compost agricolo. In quel compost, che in realtà era un rifiuto, c’erano parecchi metalli pesanti come il piombo, il cadmio e il cromo; tutta roba che non aiuta nè l’agricoltura nè la salute umana.

Per questi motivi, nel 2003, il consiglio elettivo del piccolo villaggio non rinnova la concessione allo stabilimento e, di fatto, invita la Coca Cola a fare le valigie. Ma la multinazionale non ci sta e fa ricorso, innescando una battaglia legale durata sette anni e conclusasi con un’inchiesta di una commissione statale che ha accertato le colpe di Coca Cola che, ora, dovrà risarcire i danni. Un risarcimento forse anche basso se si considerano i sei pozzi prosciugati, l’economia agricola locale messa sul lastrico, l’inquinamento dei terreni e i rischi per la salute dei cittadini.



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La lotta alla clandestinità e agli sbarchi è il principale "cavallo di battaglia" della Lega Nord e del ministro Maroni, e stando ai dati che spesso riportano, gli sbarchi sarebbero "diminuiti, quasi azzerati": e questo è vero, ma solo a Lampedusa: fate caso infatti, come molte volte le note ufficiali del governo riportino proprio il dato dell'isola siciliana, vantando che il CIE che una volta era addirittura sovraffollato, adesso invece è sgombro: come se l'unica "porta di accesso" dei clandestini fosse quella. Peccato non dicono che le "rotte" dei clandestini sono semplicemente cambiate, adesso approdano in Salento, e non più in Sicilia, con un aumento del 50% dei clandestini che passano dalla Turchia alla Grecia per arrivare in Italia, oltre all'aumento delle "intrusioni" dai confini terrestri del nord Italia. Un altro "escamotage" spesso utilizzato, è quello di entrare in Italia con un "visto" trimestrale o semestrale, e trattenersi ben oltre tale termine.


Oliviero Forti, responsabile immigrazione della Caritas italiana si è recentemente espresso così: “Il Salento si candida a diventare la nuova frontiera” - “Inoltre, i trafficanti stanno rivedendo la loro organizzazione. Per la prima volta ci troviamo di fronte a migranti trasportati su imbarcazioni di lusso”.
La "classifica" l'ha pubblicata "Il Messaggero" di qualche giorno fa: Italia penultima tra i paesi OCSE, davanti alla sola Slovacchia in base alla percentuale di PIL dedicata alla pubblica istruzione. Per trovare il nostro paese in cima a una classifica, basterebbe prendere in esame gli stipendi e i privilegi dei nostri politici: in quelli, certamente non ci batte nessuno...

Siete sconvolti anche voi per la battuta di Berlusconi sui gay?
Be', risparmiatevi un po' di indignazione per tutti gli altri politici che, più o meno esplicitamente, hanno espresso posizioni altrettanto omofobiche, se non addirittura peggiori.
Date un'occhiata qua sotto e arrivate fino in fondo: ne varrà la pena, perché fra i giustizieri degli omosessuali ce ne sono alcuni che fino ad oggi avevate considerato assolutamente insospettabili. Siamo messi molto peggio di quanto sembra, o sbaglio?

Come direbbe Beppe Grillo: ci hanno preso per i fondelli. Tutti: destra e sinistra. Politici impegnati a recitare nel loro teatrino elettorale, ma in realtà ridotti a semplici sudditi, servi ottusi e corrotti del pensiero unico, meri esecutori dei diktat del vero potere, quello dell’industria e della finanza, complice anche l’appoggio della politica cattolica. Firmato: Maurizio Pallante, il guru della Decrescita all’italiana. Che stavolta non tiene una conferenza e non firma un saggio sul dogma folle dello sviluppo illimitato, ma addirittura un romanzo: ambientato nell’hinterland di Torino, in un ex paese divenuto città. Un plastico perfetto per mettere in mostra, spietatamente, tutti gli orrori dei “trent’anni che sconvolsero il mondo”: una trappola dalla quale, ormai è evidente, non sappiamo più come uscire.

Destra e sinistra? Mentivano, entrambe: perché proclamavano di battersi per un umanesimo che nei fatti tradivano ogni giorno. Giuravano di lottare per l’uomo, invece erano agli ordini della Grande Macchina, il sistema stritolatore e irresponsabile fondato sulla produzione suicida di consumi, veleni e rifiuti, in cambio di profitto a qualsiasi costo. Il Sol dell’Avvenire? Sarebbe sorto su un mondo ridotto a sterminata discarica per masse ormai inebetite dalla televisione.
Un immondezzaio di tradimenti: contro la libertà, l’uomo, la felicità, la terra, l’acqua, l’aria. Hanno rubato tutto, anche il futuro. Senza mai dire la verità. Mai, neppure una volta, vittime com’erano – anche loro, i “mezzi uomini” della politica – di un sistema feudale, fondato sulla dittatura dell’economia e sorretto dal potere dei partiti che, attraverso le elezioni, regalavano al pubblico pagante l’illusione ottica del grande gioco chiamato democrazia.

Pallante si appella a Pasolini per mettere al bando lo sviluppo, nemico del progresso umano, e cita la celebre invettiva di Elémire Zolla contro l’impero totalitario dell’industria; sfiora il pensiero di un grande eretico come Guido Ceronetti e torna con affetto al lirismo di Tomasi di Lampedusa, che nel racconto “La Sirena” rimpiange la Sicilia antica, scomparsa dopo che l’isola «tanto scioccamente ha voltato le spalle alla sua vocazione, quella di servir da pascolo per gli armenti del sole», votandosi allo scempio di Augusta e di Gela in nome del miraggio petrolifero, annunciato da Enrico Mattei nel 1962, in un discorso che Pallante cita come pietra miliare di una storia, privata e pubblica, che muove proprio dalla Sicilia – terra d’origine della famiglia del politico democristiano protagonista del romanzo – per arrivare molto più a nord, sull’orlo del cratere che sta per eruttare il suo destino: il micidiale boom economico della metropoli Fiat, atroce emblema di ogni sulfurea contraddizione.

Nei panni di romanziere, il teorico italiano della Decrescita non risparmia nessuno: le tronfie architetture innalzate a Torino cinquant’anni fa per celebrare l’invasione sabauda della Penisola, spacciata per Unità d’Italia, e i salotti chic dell’arte contemporanea ridotta a specchio ossequiente della Casta e pronta a degradare l’opera artistica in vile merce “usa e getta”, piegando anche l’ingegno alla macchina del business controllato dal potere economico attraverso la politica. Non manca una severa analisi sul ruolo del Vaticano, che non si è vergognato, all’epoca, di straparlare di “miracolo” economico dopo aver agitato madonne pellegrine per controllare politicamente le sue pecorelle, salvo poi subire la ribellione mal tollerata dei preti operai; nel romanzo di Pallante l’unico religioso che lo scrittore assolve è un frate, che sceglie la terza via: meglio la solitudine dell’eremita, pur di non sentirsi più complici del sistema.

Tra ironie e sarcasmi che ricordano accenti calviniani, all’interno di un impianto da romanzo politico, Pallante mette in scena – alla periferia di Torino – un teatro di frammenti che insieme costruiscono una storia corale e polifonica, comicamente parallela: quella del politico di origine siciliana, figlio di immigrati devotamente democristiani, e quella dell’anonimo popolo della sinistra metropolitana, affollato di neo-assessori rozzi e sbrigativi, alle prese con appalti, prebende e spettacolari speculazioni edilizie. Dopo trent’anni di battaglie, vere o soltanto simulate, nelle quali ciascuno prendeva ordini dai rispettivi feudatari – la Casta dominante torinese, industriale e finanziaria, o viceversa i dominus delle coop rosse – finiranno ingloriosamente seduti alla stessa tavola, dopo aver predicato – di fatto – la medesima politica di espansione, per trenta lunghissimi anni. Salvo poi ritrovarsi assediati dai rifiuti e minacciati da una folla ormai impazzita dalle compulsioni consumistiche, pronta a dare l’assalto ai supermercati.

Un’opera narrativa, quella di Pallante, che diluisce con fluente ironia l’elevatissima densità di contenuto ideologico, distillando gli intenti quasi pedagogici – svelare al lettore quello che l’autore considera il grande imbroglio recitato per almeno tre decenni dalla politica sviluppista – nella piccola storia dell’hinterland torinese, specchio della vicenda sociale nazionale: un sociologo straniero che avesse visitato quella cittadina negli anni ’50 quando era ancora quasi un paese, poi negli anni ’60 quando stava diventando città e infine negli anni ’70 quando lo era ormai diventata, «non avrebbe mai sospettato che nel primo decennio l’amministrazione fosse stata di centro-destra, nel secondo di centro-sinistra, nel terzo di sinistra». Una continuità senza crepe né sbavature, scrive Pallante: nessuno di quelli che avevano amministrato la città, impegnandosi in dure battaglie elettorali, aveva «cantato la propria canzone». Al contrario: «Uno dopo l’altro si erano solo limitati a eseguire un karaoke».


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Non sarà Berlusconi ad aprire la Conferenza nazionale della famiglia. Lo fa sapere il governo che oggi ha dato mandato di aprire i  lavori al sottosegretario con delega alle politiche per la famigliaCarlo Giovanardi. E’ stato il senatore a illustrare durante il consiglio i contenuti e gli obiettivi della seconda conferenza nazionale della famiglia che si svolgerà a Milano dall’8 al 10 novembre. E’ una decisione assunta a margine del Consiglio dei ministri per “evitare attacchi e  strumentalizzazioni preannunciate” contro il premier.

La decisione del premier di non partecipare alla Conferenza “toglie quindi ogni alibi di disturbo. Il governo invece ritiene che questa sia un’occasione assolutamente importante per approfondire le tematiche della famiglia. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega alle Politiche per la famiglia, sen. Carlo Giovanardi, ha illustrato in Consiglio dei ministri contenuti e obiettivi della seconda Conferenza nazionale della famiglia che si svolgerà a Milano dall’8 al 10 novembre”, si legge in una nota di palazzo Chigi.

La decisione arriva dopo la pubblica dichiarazione di “imbarazzo”, fatta ieri, da Francesco Belletti, presidente del Forum delle associazioni familiari. “La sua presenza era prevista fin dall’inizio” aveva precisato Belletti, ma alla luce degli ultimi eventi “ci imbarazza, è un fatto delicato. Il dibattito sui comportamenti pubblici e privati del premier non ci vede in sintonia”. Chiaro il riferimento allo scandalo Ruby, scoppiato negli ultimi giorni e che ha coinvolto il premier.

Dichiarazioni che hanno portato il governo a un passo indietro: “Se la Conferenza deve essere un momento in cui si parla della famiglia, non vogliamo che possa essere un’occasione per attaccare e strumentalizzare il presidente del Consiglio, come molti hanno già preannunciato. Il governo ritiene che questa sia un’occasione assolutamente importante per approfondire le tematiche della famiglia”.





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Maroni annuncia che l'anno prossimo il decreto Pisanu non verrà più rinnovato. Ma rimane l'obbligo di identificazione per chi si collega da una rete pubblica

L’annuncio del mancato rinnovo del decretoPisanu al 31 dicembre è stato accolto da grida di giubilo da parte della politica, ma per il mondo di Internet si tratta di tanto rumore per nulla. Almeno fino all’approvazione del nuovo testo di legge.

In vigore dal 2005 a seguito degli attentati nella metropolitana di Londra, il decreto Pisanu era stato adottato come misura antiterrorismo e nel suo articolo 7, oggetto delle limitazioni sul wi-fi, prevedeva l’identificazione degli utenti negli internet point e nei locali commerciali, come bar e ristoranti, obbligati anche a conservare un registro di chi si fosse collegato. Una trafila burocratica che ha sbarrato la strada allo sviluppo della rete a cui gli esercenti, viste le difficoltà, rinunciavano sopraffatti dalle montagne di carta. Con la liberalizzazione (che tale però non sarà) annunciata da Roberto Maroni, i gestori non dovranno più chiedere l’autorizzazione per concedere il servizio. Ma di certo la necessità di sicurezza non cederà il passo alla navigazione libera: infatti gli Interni insieme ai ministri PaoloRomani e Renato Brunetta, stanno pensando a un disegno di legge per trovare misure alternative per tracciare l’identità di chi si connette a una rete pubblica. Secondo Massimo Mantellini, blogger ed esperto di tecnologie, il decreto che ci attende sarà solo una restyling sotto mentite spoglie. “In sostanza non cambia nulla perché stanno già pensando ad altri metodi di identificazione. La vera liberalizzazione sarebbe se, come nel resto del mondo, non si tenesse nota di chi accede alla rete, con i dovuti e relativi limiti di controllo e di sicurezza, specie se legati a particolari modelli di business. La verità è che si vuole mantenere l’impianto che aveva dato origine al Pisanu, che è semplicemente una richiesta di controllo”. E a fronte del silenzio sull’abrogazione esplicita del decreto, l’esperto di diritto telematico e blogger del fattoquotidiano.itGuido Scorza spiega: “Il ministro dimentica che l’unico comma che aveva necessità di essere prorogato di anno in anno era il primo. Quello che obbliga gli internet point a chiedere l’autorizzazione in questura”. Gli altri punti della legge, quelli che parlano di identificazione sono “a tempo indeterminato. E per essere cancellati hanno bisogno di un abrogazione esplicita”.

Nessuna ombra e ovazioni bipartisan, al contrario, nel mondo della politica. Per la maggioranza le dichiarazioni di Maroni sono l’approdo ufficiale alla Rete libera, mentre l’opposizione accoglie con favore i propositi del governo. “Il wi-fi libero? E’ una promessa mantenuta, non un decreto Pisanu camuffato: il governo ha mantenuto la parola e ha deciso di abolire la burocrazia cartacea relativa all’identificazione degli utenti”, spiega Antonio Palmieri, responsabile Web del Popolo della Libertà. “Non ho ancora visto il testo che è al vaglio degli esperti”, prosegue Palmieri, “ma l’uso della carta di identità è superato. Siamo alla ricerca di sistemi moderni e tecnologici che permettano di individuare il dispositivo in caso di reati di pedofilia e terrorismo”. Il piano B di nei progetti del governo non prevede più la fotocopia del documento di identità ma la sim card, che tuttavia taglia fuori, ad esempio, i turisti. Quelli insomma che più di altri avrebbero bisogno di usare hot spot e connessioni libere. “Quello della sim è solo un passaggio di transizione, poi troveremo una via anche per gli stranieri. Ciò che importa è ridurre a impatto zero il cartaceo”. Quale sia poi il mezzo è ancora un mistero. E non è chiaro se gli esercenti dovranno mantenere il registro degli accessi.

Fiducioso delle prospettive di liberalizzazione è anche Paolo Gentiloni del Partito Democratico che insieme a Luca Barbareschi (Futuro e Libertà), a Linda Lanzillotta (Api), Udc e Italia dei Valori aveva presentato una proposta di legge bipartisan per l’abolizione dell’articolo 7: “Maroni ha emesso un comunicato con la promessa di non reiterare il decreto Pisanu e ha avvisato che è in corso la preparazione di un decreto ad hoc che non sarà più limitante rispetto a Internet. Sono soddisfatto delle promesse ma voglio vedere il testo. So che il governo sembrava orientato a introdurre un regime diverso per l’accesso pubblico e gli esercenti, tuttavia Maroni ha rinviato la comunicazione per approfondimenti tecnici. Se la promessa verrà mantenuta saremo i primi a rimettere nel cassetto la proposta abrogativa. Per ora la teniamo in piedi”. Certo, l’identificazione rimarrà il principio cardine per l’uso del wi-fi anche con l’abrogazione dell’articolo 7. “E’ un bene che comunque avvenga senza richiedere alcun particolare adempimento da parte dell’utente con l’uso, ad esempio, della sim. Ed era ora di abolirlo: anche secondo lo stesso Pisanu, il bilancio di questi anni non ne ha dimostrato l’efficacia nella lotta al terrorismo e lui stesso sarebbe il primo ad opporsi alla sua proroga. In più ha solo creato caos sulla possibilità del wi-fi”. Eppure anche il centrosinistra di Giuliano Amato era stato complice della sua proroga nel 2007 perché, secondo le valutazioni dei tecnici di allora, “non era ancora chiara la sua inutilità”, conclude Gentiloni. Oggi questo è stato appurato visto che i dati raccolti negli internet point e con il blocco del wi-fi non si sono rivelati dirimenti nella lotta al terrorismo. Eppure l’identificazione in Rete, per la politica nostrana, rimane il leit motiv di qualsiasi riforma che riguarda Internet.



Fonte: Il Fatto quotidiano

«Brunetta? E’ il ministro della disfunzione pubblica, molta propaganda e altrettanta demagogia». Rossana Dettori, segretaria generale della Funzione pubblica Cgil, non usa mezzi termini: «Si tratta del ministro che più si è accanito contro il lavoro pubblico. Mentre dovrebbe fare l’esatto contrario. Il 6 novembre ci mobiliteremo in tutta Italia per difendere il lavoro».

 Sorpresa dall’annuncio dei 300 mila tagli? «Nesuna sorpresa. Le cifre sono vere ma non nuove. Noi purtroppo avevamo previsto e denunciato in anticipo che saremmo arrivati a questo punto a causa delle norme emanate dal governo sul blocco del turn over, sui licenziamenti dei precari, sui pensionamenti, sui contratti di lavoro flessibili. Anzi quei provvedimenti potrebbero determinare ulteriori danni e lasciare a casa almeno 400 mila lavoratori».
 Brunetta afferma che il calo occupazionale non causerà una diminuzione dei servizi.
 «Non è vero. Caleranno le prestazioni e la loro qualità. Ci sarà anche un aggravio dei costi per le famiglie che saranno costrette a rivolgersi al privato in più di un settore. Da due anni siamo di fronte a riduzioni e chiusure di servizi essenziali pubblici».
 Ieri Brunetta ha ammesso un certo isolamento e difficoltà. «I risultati sono quelli previsti: attacco al lavoro pubblico e diminuzione di servizi. Altro che successi. Penso che Brunetta sia il ministro della Funzione pubblica che più si accanisce contro i lavoratori del suo settore e quindi contro i servizi da erogare ai cittadini».
 Cosa contestate al ministro? «Di fare propaganda, demagogia e non mantenere gli impegni. Non abbiamo risposte sui nuovi comparti contrattuali e sulle elezioni per il rinnovo delle Rsu che dovevano tenersi a novembre.

venerdì 5 novembre 2010

Le ragioni che portarono gli italiani a dire no all'atomo 23 anni fa sono tuttora valide e l'unica strada sostenibile in materia di energia è quella del risparmio, dell'efficienza e dello sviluppo delle fonti rinnovabili e pulite. È questo il messaggio del Comitato "Fermiamo il nucleare, non serve all'Italia", che si è riunito oggi a Roma in conferenza stampa.
Il nucleare costa troppo, non dà indipendenza energetica e, soprattutto, costituisce un grave rischio per l'ambientale e per la salute. Come ha sottolineato il nostro direttore esecutivo Giuseppe Onufrioaprendo il dibattito, non è vero che l'energia nucleare sia più conveniente delle altre fonti. Oltre a ricordare che l'uranio è una risorsa che entro qualche decennio sarà esaurita, Onufrio ha richiamato l'attenzione su un fatto accaduto negli Stati Uniti, ma che ci riguarda da vicino. Una delle aziende elettriche Usa, la Constellation Energy (socia di EDF nella società Unistar) ha ricevuto - e poi rifiutato - dal Governo federale un fondo di garanzia di 7,5 miliardi di dollari (a fronte di un prospetto di spesa che ammontava a 10 miliardi) per la costruzione di un reattore EPR.
Alla luce di questo dato qualcosa non torna nei conti fatti da Enel in Italia: come è possibile che la previsione di spesa dell'azienda italiana per la costruzione dello stesso tipo di reattore non arrivi nemmeno a 5 miliardi di dollari?
Il problema dei rischi sanitari è stato al centro del dibattito. Molti dei relatori hanno ribattuto alle dichiarazioni rilasciate nei giorni scorsi dal candidato alla presidenza dell'Agenzia per la Sicurezza nucleare, Umberto Veronesi, che pare sottostimare molto i rischi legati all'atomo. Giovanni Ghirga, dell'associazione Medici per l'ambiente si è soffermato su vari studi. Nella sua relazione, Ghirga ha citato il libro "Chernobyl: Consequences of the Catastrophe for People and the Environment" pubblicato quest'anno dalla New York Academy of Sciences, secondo cui circa un milione di persone sono morte a causa dell'incidente nella centrale del reattore ucraino. Il nucleare, infatti, continua a far sentire i suoi effetti a distanza di tempo dal momento del disastro e, più in generale, è nocivo anche quando non si verificano incidenti.

Ricerche condotte in Germania, Inghilterra e Francia dimostrano che le zone nelle immediate vicinanze di una centrale sono inquinate dalla radioattività, che causa malattie gravi tra la popolazione. Secondo uno studio governativo tedesco, realizzato dagli epidemiologi dell'Università di Magonza sui 16 impianti nucleari della Germania, i bambini che abitano a meno di 5 chilometri dai reattori subiscono un incremento del 76% del rischio di ammalarsi di leucemia rispetto ai coetanei che vivono a più di 50 chilometri.
Oggi il Governo vuole smantellare la volontà popolare attraverso provvedimenti che mirano al ritorno al nucleare nel nostro Paese. Le associazioni e organizzazioni del Comitato sono unite e compatte in un deciso rifiuto di adeguarsi a questa idea.


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Requisiti i beni al segretario Udc. Dal Gip di Roma sequestro di un milione di euro. Il pm Toro lo aveva tenuto fermo un anno. Era l'inchiesta di De Magistris

Le quote della società che gestisce l’Auditorium di via della Conciliazione, i terreni di famiglia ad Arcinazzo e anche la Mercedes da 45 mila euro. Il giudice delle indagini preliminari di Roma,Rosalba Liso, ha decretato di sequestrare questi beni intestati al segretario dell’Udc Lorenzo Cesanell’ambito di un’indagine per truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche per lo sviluppo della Calabria.

L’inchiesta Poseidone
Il decreto del Gip di Roma conferma l’ipotesi accusatoria formulata da Luigi De Magistris nel lontano 2006, una bella soddisfazione per l’ex pm. La storia merita di essere raccontata dall’inizio, a partire dai suoi protagonisti. La società ‘incriminata’ è la Digitaleco Srl nata per fabbricare dvd in un capannone a Piano Lago in provincia di Cosenza. Gli azionisti, ora indagati, formano un piccolo parlamentino. Ci sono Lorenzo Cesa, segretario dell’Udc con il pallino degli affari e i suoi due amici Fabio Schettini e Giovanbattista Papello. La famiglia Cesa possiede società di eventi come la Global Media (che incassa milioni di euro anche grazie alle commesse dell’Udc e di società pubbliche) e ha una quota nella I Borghi Srl, che gestisce l’Auditorium di via della Conciliazione, del Vaticano. Giovambattista Papello è un pezzo grosso di An, già responsabile del Commissariato per l’emergenza ambientale in Calabria e consigliere dell’Anas in quota An, oggi tesoriere della Fondazione del ministro Pdl Altero Matteoli. Il terzo socio è Fabio Schettinidi Forza Italia, segretario dell’allora commissario all’Unione europea, Franco Frattini. I tre amici romani improvvisamente scelgono la Calabria per esercitare il loro bernoccolo imprenditoriale e ottengono un contributo di 1,5 milioni, incassato solo per 1 milione e 54 mila. Ottenuto il via libera al finanziamento, vendono tutto. Così, dopo un passaggio intermedio, la società finisce a un vero imprenditore del settore: Augusto Pelliccia. Il quale però compra a una condizione: l’arrivo dei fondi europei. Quando i Carabinieri lo vanno a sentire nel febbraio 2006, su delega di De Magistris, Pelliccia racconta: “Al momento di rilevare l’azienda rimasi notevolmente sorpreso nel constatare che la stessa aveva già superato il collaudo, in quanto si trovava ancora in fase di costruzione e completamento, tant’è vero, per esempio, era mancante del tetto e non aveva ancora l’allaccio alla rete fognaria.

Collaudi pilotati
Addirittura, amministrativamente, risultava aver superato il collaudo un macchinario utilizzato per il confezionamento dei compact-disc nelle bustine di plastica, nonostante lo stesso risultasse ancora completamente imballato”. Pellicia è spietato anche con Cesa, che resta suo socio con una piccola quota di Global Media: “ritengo che il solo fine per cui il Papello con il Cesa – che ne era il responsabile attraverso la Global-media s.r.l. cioè il responsabile dei servizi, del marketing e degli eventi legati alla promozione dell’attività – avessero deciso di creare tale società fosse quello di accedere alle già menzionate sovvenzioni europee … per poter raggiungere questo risultato, nel progetto presentato formalmente dal Papello e da Schettini, la nascente società s’impegnava a raggiungere entro il giugno 2004 un cospicuo livello occupazionale, non inferiore alle 40 unità lavorative”. Nell’avviso di chiusura delle indagine contro Papello, Cesa, Schettini e compagni si legge che i soci devono restituire i soldi erogati perché sono accusati di:

1) “avere acquistato macchinari obsoleti e non efficienti”;
2) “avere fittiziamente assunto le unità lavorative da destinare allo stabilimento nel numero previsto dalla normativa contrattuale, in realtà mai impiegato presso detto stabilimento se non in misura assolutamente deficitaria, con impiego di forza lavoro pari al 22,5 per cento rispetto alle previsioni”;
3) “non avere mai attivato la produzione di Dvd risultando, in tale periodo, l’assenza di commesse”;
4) “non avere conseguito la certificazione ISO 14001;
5) “non avere conseguito alcuno degli obiettivi prefissati, nonostante l’erogazione di tre delle quattro rate del finanziamento, all’anno di regime”.

La Procura di Roma così certifica la bontà di uno dei filoni dell’inchiesta Poseidone di De Magistris, bloccato prima dalla revoca del fascicolo da parte del capo della procura Mariano Lombardi (indagato anche per questo) poi dal trasferimento a Roma dell’indagine nel 2008 e poi ancora, da quello che risulta al Fatto Quotidiano dall’atteggiamento cauto del procuratore aggiunto Achille Toro. Una circostanza che, se confermata, sarebbe inquietante perché Toro, negli stessi giorni in cui (secondo le fonti del Fatto) fermava l’ex inchiesta di De Magistris su Cesa, dall’altro lato indagava sulle attività di De Magistris e del suo perito Genchi, ponendo le basi per la probabile richiesta di rinvio a giudizio contro l’ex pm e il suo collaboratore. Qualcosa non torna nei tempi di questa indagine: il fascicolo su Cesa arriva a Roma nel 2008 ma solo dopo l’addio di Toro, accusato di corruzione a Perugia per i suoi rapporti con la cricca dei Grandi eventi, riprende il volo. Il pm Maria Cristina Palaia, da quello che raccontano al Fatto Quotidiano alcuni investigatori, aveva preparato la richiesta di sequestro poco meno di un anno fa. La richiesta però rimase ferma perché il coordinatore del pool contro la pubblica amministrazione, Achille Toro, per mesi non ha concesso il suo visto. Toro a Il Fatto dice: “Non ricordo di avere mai visto questo fascicolo con indagato Lorenzo Cesa”. Resta inspiegabile il tempo impiegato dalla Procura di Roma per riformulare una richiesta di sequestro che era stata già formulata a Catanzaro. Un altro giallo che i pm di Perugia dovranno chiarire.



giovedì 4 novembre 2010

Un detenuto ha chiesto i danni al Signore per non averlo tolto dai guai. Una donna contro il marito: mai orgasmi

LONDRA - Chi frequenta abitualmente uno studio legale sa che a volte le persone si rivolgono a un avvocato per i casi più strani. Capita poi che alcuni di queste bizzarre controversie diventino delle vere e proprie cause legali. Il quotidiano inglese The Times ha chiesto a Gary Slapper, un noto professore di diritto che ama conoscere gli aneddoti più divertenti discussi nei tribunali di tutto il mondo, di stilare una sorta di classifica delle 20 cause legali più bizzarre della storia. E' inutile sottolineare che molte di queste controversie, sebbene siano state discusse in normali processi, siano state presto archiviate.

TV E ORGASMO - La prima causa ricordata da Slapper fu intentata nel 2004 dall’ americano Timothy Dumouchel contro una tv locale, perché secondo il cittadino di Fond du Lac, paese del Wisconsin, questa rete televisiva era colpevole dell'obesità di sua moglie e della "accidiosa teledipenza" di suo figlio. Dumouchel tentò di difendere così le sue ragioni: "Sono un accanito fumatore e bevitore e mia moglie è un'obesa perché da circa 4 anni guardiamo la tv ogni giorno». Ben presto questa causa fu archiviata. Segue tra gli aneddoti raccolti dal professor Slapper la storia di una donna brasiliana che fece causa al suo partner perché quest'ultimo non le faceva raggiungere mai l'orgasmo. La donna, originaria della cittadina carioca di Jundiai, affermava che il suo compagno era solito interrompere le prestazioni sessuali dopo aver raggiunto un precoce piacere, lasciandola sempre insoddisfatta.

PARCELLA SALATA E RAPPORTI POCO ORTODOSSI - La terza controversia narrata da Slapper ha come protagonista l'avvocato tedesco Juergen Graefe, che difese un vecchio pensionato di Bonn, in Germania, al quale lo Stato tedesco nel 2004 aveva erroneamente presentato una multa di 287 milioni di euro per non aver pagato le tasse. L'avvocato riuscì facilmente a dimostrare l'errore visto che il suo cliente riceveva una pensione di 17.000 euro. Tuttavia quando presentò la parcella, il pensionato rimase di stucco: l’avvocato chiedeva ben 440 mila euro, sottolineando che aveva fatto risparmiare al vecchio pensionato quasi mezzo milione di euro. Segue il caso che vide coinvolto un uomo dello Yorkshire, che con la sua impresa di demolizione distrusse, a scopi personali, un palazzo in disuso e rubò 24 tonnellate di rotaie nella stazione di Cleckheaton. L'uomo ammise le colpe, ma sottolineò che il lavoro era stato fatto per ordine di una terza società, che risultò sconosciuta e riuscì a ottenere l'archiviazione del caso. Tra i casi più bizzarri vi è anche quello che vide protagonista una donna del Massachusetts che, senza il consenso del suo uomo, durante un rapporto sessuale poco ortodosso provocò la frattura del suo pene. La Corte archiviò il caso, affermando che sebbene in casi estremi la condotta sessuale può essere sanzionata, questa volta si trattava di una semplice negligenza.

CAUSA A DIO - La storia forse più inverosimile è quella che vide come protagonista nel 2005 Pavel M, un prigioniere romeno, in carcere per 20 anni a causa di un omicidio. L'uomo ebbe la brillante idea di far causa niente meno che a Dio colpevole secondo Pavel di non aver rispettato le sue promesse. Infatti secondo il prigioniero, egli con il battesimo avrebbe stipulato con il Creatore un accordo: questo prevedeva che in cambio di preghiere, il Signore lo avrebbe tolto dai guai. A distanza di tanti anni Pavel M. si sentiva truffato.

GLI ALTRI CASI - Anche i successivi casi appaiono sorprendenti: si va dalla causa da 200 milioni di euro intentata dall'astrologa russa Marina Bai contro la Nasa, colpevole di aver distrutto "l'equilibrio dell'Universo" con l'operazione spaziale "Deep Impact" alla recente controversia presentata ad una corte indiana che ha dovuto stabilire se un condom che vibra, chiamato "Crezendo" sia un contraccettivo o un giocattolo sessuale (in India è proibito ogni sex-toy). Nella lunga top 20 presentata dal Times si distinguono anche la storia di un uomo cinese di Shanghai che dopo aver messo in vendita la sua anima online si trovò a discutere in tribunale sulla legittima proprietà del suo spirito, quella del cittadino americano Frank D'Alessandro che intentò nel 2004 una causa da circa 5 milioni di dollari contro la città di New York perché mentre stava effettuando i suoi bisogni in un bagno pubblico il water esplose procurandogli "fastidiose" disfunzioni e dolorose ferite e quella di un genitore cinese, originario di Zhengzhou a cui una corte dell'ex celeste impero proibì di aggiungere al nome del proprio figlio il segno "@". Secondo la corte cinese infatti ciò non era possibile perché tutti i nomi devono avere la possibilità di essere tradotti in mandarino.

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Durante il periodo pasquale, nelle Filippine sono frequenti cruente repliche della "Via Crucis", con auto-flagellazioni degli astanti e con crocifissioni (con chiodi veri) di fedeli. Ovviamente, i soggetti crocifissi, sono volontari. Questi riti, sui quali la Chiesa Cattolica non ha mai assunto una posizione chiara, comportano spesso danni per chi li pratica, e il ministero della salute filippino ha pensato bene di lanciare una specie di "decalogo del sano flagellante" con consigli come quello di usare chiodi puliti, senza ruggine, e non scambiare la frusta per flagellarsi, che ovviamente può essere veicolo di infezioni e malattie.






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Riportiamo la notizia, astenendoci da ogni commento: rischieremmo di non essere 'educati'.
Matrimonio forzato tra una bambina di 12 anni di Buraidah e un uomo di 80 anni, in Arabia Saudita. Un matrimonio combinato dal padre della minore a sua insaputa che ha mosso l’opinione pubblica dentro e fuori il regno saudita. La stessa madre della piccola si era opposta alle nozze, decise dall’ex marito, che ha venduto la figlia per 85mila riyal sauditi. L’usanza di combinare matrimoni per denaro o convenzienza tra giovanissime spose e uomini adulti è talmente diffusa in Arabia Saudita da aver scatenato un acceso dibattito tra i sudditi, che chiedono venga stabilita per legge un’età minima per convolare a nozze. Anche i mezzi di informazione sauditi stanno programmando una campagna mediatica per mettere in luce gli effetti negativi di un matrimonio precoce per i miniori coinvolti, tentando così di scoraggiare i genitori a continuare questa pratica (che però la legge consente). La necessità di proibire i matrimoni con bambine è stata sottolineata da Abdul Rahman Al Subeihi, esperto della Commissione nazionale per l’infanzia. Suo l’appello rivolto al ministero della Giustizia saudita di emanare una legge che vieti le nozze con minori di 18 anni. «L’impatto psicologico, fisico ed emotivo di questi matrimoni provoca molte vittime di depressione e problemi fisici – ha detto il medico -. Alcune di loro sono arrivate a suicidarsi». Il matrimonio con le bambine, ha proseguito, è voluto soprattutto da uomini anziani ricchi. «Questi uomini vogliono soddisfare i propri desideri sessuali e molti dei loro matrimoni sono falliti in divorsi», ha aggiunto Al Subeihi. Secondo quanto appreso da ‘Gulf News’, inoltre, la Commissione per i Diritti umani ha formato un team che monitorerà i matrimoni e farà pressioni sull’Arabia Saudita attraverso una campagna mediatica e con le organizzazioni umanitarie.


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NAPOLI - Aveva rubato un pacco di wafer da 1,29 euro in un discount ed è stato condannato a tre anni di reclusione. Salvatore Scognamiglio, 40 anni, non ha potuto beneficiare dell'attenuante del danno lieve per gli effetti della legge Cirielli che ha introdotto un giro di vite per i recidivi.

La sentenza è stata emessa oggi dal giudice monocratico di Marano, sezione distaccata del Tribunale di Napoli, al termine di un breve dibattimento che era stato chiesto dal pm nelle forme del giudizio immediato. Assistito da un difensore di ufficio, l'imputato - che per questa accusa si trova agli arresti domiciliari - non ha chiesto l'adozione di riti alternativi come patteggiamento o rito abbreviato che avrebbero determinato una pena più lieve.

Scognamiglio è stato riconosciuto responsabile di rapina impropria. Nei giorni scorsi all'interno di un discount di Melito, in provincia di Napoli, fu bloccato da due addetti alla sicurezza che lo avevano notato mentre si impossessava di un pacco di biscotti. Invitato a consegnare la refurtiva - come emerso oggi al processo - tentò di divincolarsi, ma fu presto immobilizzato e consegnato ai carabinieri. "Mi vergogno, avevo fame...", si è giustificato Scognamiglio, che è tossicodipendente e che in passato ha già riportato condanne per piccoli furti.

Il giudice, in base alle norme sulla recidiva della Cirielli, che non consente in questi casi di concedere le attenuanti (generiche e danno lieve) prevalenti, gli ha inflitto tre anni di reclusione, il minimo consentito dalla legge.




In genere preferiamo affrontare notizie che vengono taciute dai mass media, ma di fronte a questa, non possiamo astenerci dal commentare. Riassumendo i fatti per coloro a cui la notizia è sfuggita, un giovane motociclista di 26 anni è stato travolto da una vettura con targa "diplomatica" ecudoriana, che procedeva a grande velocità: dopo il mortale 'impatto, l'autista ha pensato bene, oltretutto di dileguarsi, facendo perdere le proprie tracce e non avvertendo nessuno. I vigili urbani sono risaliti al personale diplomatico grazie alle telecamere di sorveglianza e le testimonianze raccolte. Il fatto è successo da 3 giorni, ma ancora il nome del conducente non è ancora venuto fuori, e non è nemmeno detto che emerga. Anche se fosse reso noto, comunque, non sarà perseguibile, in quanto il personale diplomatico gode della totale immunità. Se un tempo la cosiddetta "immunità diplomatica" poteva avere ragione di esistere, adesso che lo scenario politico è stabile, quantomeno in Europa, è incomprensibile come mai gli ambasciatori e i diplomatici, debbano godere di simili privilegi, che li pongono al di sopra di tutte le leggi. Apparte l'incidente, che certo non è un elemento secondario, suscita sdegno il fatto che non ci sia stata nemmeno l'accortezza di soccorrere, di farsi vivi, di assumersi le proprie responsabilità, visto che il colpevole, oltretutto, non pagherà nemmeno il proprio errore, che è costata la vita a uno studente modello laureato da poco. Ai lettori romani, raccomandiamo la massima attenzione: ci sono centinaia di ambasciate, e ognuna di queste chissà quante auto "diplomatiche" hanno in giro per la capitale...

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