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sabato 6 novembre 2010

Come direbbe Beppe Grillo: ci hanno preso per i fondelli. Tutti: destra e sinistra. Politici impegnati a recitare nel loro teatrino elettorale, ma in realtà ridotti a semplici sudditi, servi ottusi e corrotti del pensiero unico, meri esecutori dei diktat del vero potere, quello dell’industria e della finanza, complice anche l’appoggio della politica cattolica. Firmato: Maurizio Pallante, il guru della Decrescita all’italiana. Che stavolta non tiene una conferenza e non firma un saggio sul dogma folle dello sviluppo illimitato, ma addirittura un romanzo: ambientato nell’hinterland di Torino, in un ex paese divenuto città. Un plastico perfetto per mettere in mostra, spietatamente, tutti gli orrori dei “trent’anni che sconvolsero il mondo”: una trappola dalla quale, ormai è evidente, non sappiamo più come uscire.

Destra e sinistra? Mentivano, entrambe: perché proclamavano di battersi per un umanesimo che nei fatti tradivano ogni giorno. Giuravano di lottare per l’uomo, invece erano agli ordini della Grande Macchina, il sistema stritolatore e irresponsabile fondato sulla produzione suicida di consumi, veleni e rifiuti, in cambio di profitto a qualsiasi costo. Il Sol dell’Avvenire? Sarebbe sorto su un mondo ridotto a sterminata discarica per masse ormai inebetite dalla televisione.
Un immondezzaio di tradimenti: contro la libertà, l’uomo, la felicità, la terra, l’acqua, l’aria. Hanno rubato tutto, anche il futuro. Senza mai dire la verità. Mai, neppure una volta, vittime com’erano – anche loro, i “mezzi uomini” della politica – di un sistema feudale, fondato sulla dittatura dell’economia e sorretto dal potere dei partiti che, attraverso le elezioni, regalavano al pubblico pagante l’illusione ottica del grande gioco chiamato democrazia.

Pallante si appella a Pasolini per mettere al bando lo sviluppo, nemico del progresso umano, e cita la celebre invettiva di Elémire Zolla contro l’impero totalitario dell’industria; sfiora il pensiero di un grande eretico come Guido Ceronetti e torna con affetto al lirismo di Tomasi di Lampedusa, che nel racconto “La Sirena” rimpiange la Sicilia antica, scomparsa dopo che l’isola «tanto scioccamente ha voltato le spalle alla sua vocazione, quella di servir da pascolo per gli armenti del sole», votandosi allo scempio di Augusta e di Gela in nome del miraggio petrolifero, annunciato da Enrico Mattei nel 1962, in un discorso che Pallante cita come pietra miliare di una storia, privata e pubblica, che muove proprio dalla Sicilia – terra d’origine della famiglia del politico democristiano protagonista del romanzo – per arrivare molto più a nord, sull’orlo del cratere che sta per eruttare il suo destino: il micidiale boom economico della metropoli Fiat, atroce emblema di ogni sulfurea contraddizione.

Nei panni di romanziere, il teorico italiano della Decrescita non risparmia nessuno: le tronfie architetture innalzate a Torino cinquant’anni fa per celebrare l’invasione sabauda della Penisola, spacciata per Unità d’Italia, e i salotti chic dell’arte contemporanea ridotta a specchio ossequiente della Casta e pronta a degradare l’opera artistica in vile merce “usa e getta”, piegando anche l’ingegno alla macchina del business controllato dal potere economico attraverso la politica. Non manca una severa analisi sul ruolo del Vaticano, che non si è vergognato, all’epoca, di straparlare di “miracolo” economico dopo aver agitato madonne pellegrine per controllare politicamente le sue pecorelle, salvo poi subire la ribellione mal tollerata dei preti operai; nel romanzo di Pallante l’unico religioso che lo scrittore assolve è un frate, che sceglie la terza via: meglio la solitudine dell’eremita, pur di non sentirsi più complici del sistema.

Tra ironie e sarcasmi che ricordano accenti calviniani, all’interno di un impianto da romanzo politico, Pallante mette in scena – alla periferia di Torino – un teatro di frammenti che insieme costruiscono una storia corale e polifonica, comicamente parallela: quella del politico di origine siciliana, figlio di immigrati devotamente democristiani, e quella dell’anonimo popolo della sinistra metropolitana, affollato di neo-assessori rozzi e sbrigativi, alle prese con appalti, prebende e spettacolari speculazioni edilizie. Dopo trent’anni di battaglie, vere o soltanto simulate, nelle quali ciascuno prendeva ordini dai rispettivi feudatari – la Casta dominante torinese, industriale e finanziaria, o viceversa i dominus delle coop rosse – finiranno ingloriosamente seduti alla stessa tavola, dopo aver predicato – di fatto – la medesima politica di espansione, per trenta lunghissimi anni. Salvo poi ritrovarsi assediati dai rifiuti e minacciati da una folla ormai impazzita dalle compulsioni consumistiche, pronta a dare l’assalto ai supermercati.

Un’opera narrativa, quella di Pallante, che diluisce con fluente ironia l’elevatissima densità di contenuto ideologico, distillando gli intenti quasi pedagogici – svelare al lettore quello che l’autore considera il grande imbroglio recitato per almeno tre decenni dalla politica sviluppista – nella piccola storia dell’hinterland torinese, specchio della vicenda sociale nazionale: un sociologo straniero che avesse visitato quella cittadina negli anni ’50 quando era ancora quasi un paese, poi negli anni ’60 quando stava diventando città e infine negli anni ’70 quando lo era ormai diventata, «non avrebbe mai sospettato che nel primo decennio l’amministrazione fosse stata di centro-destra, nel secondo di centro-sinistra, nel terzo di sinistra». Una continuità senza crepe né sbavature, scrive Pallante: nessuno di quelli che avevano amministrato la città, impegnandosi in dure battaglie elettorali, aveva «cantato la propria canzone». Al contrario: «Uno dopo l’altro si erano solo limitati a eseguire un karaoke».


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