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martedì 6 dicembre 2011
Siamo sicuri al 100% che i cittadini interpellati abbiano risposto davvero come indicato nel sondaggio di Ballarò del 29 Novembre riportato sopra. Il problema è che la risposta giusta è la "C", quella che non hanno proposto. Da questa "crisi" non se ne esce. Si ostinano a non dirlo, ma per capirlo ci vuole veramente poco. Sondaggi come questo servono solo a far digerire ai cittadini-telespettatori le varie "stangate" che si susseguiranno, convincendo i cittadini che i "sacrifici" sono necessari, e che la maggioranza degli italiani sono disposti ad accettarli di buon grado: "mal comune, mezzo gaudio". Li accettano gli altri, perché non dovresti accettarli tu? E se davvero la gente è disposta a pagare ancora più di quanto stia pagando, è grazie al lavoro certosino che stanno facendo i partiti politici e i mass media a loro asserviti.
Continuano a paragonare la situazione attuale alla crisi del '29, che fu causata da circostanze ben diverse, in uno scenario economico post-bellico altrettanto diverso. Per definire la situazione di oggi infatti, la parola crisi è utilizzata a sproposito: questa non è una "crisi" ma la logica conseguenza di scelte politico-economiche pianificate a tavolino da quei poteri forti che gestiscono il sistema economico ed i mercati (il debito pubblico è conseguenza del sistema monetario a debito) e quelle multinazionali che si stanno trasferendo in massa nei paesi del terzo mondo.
Abbiamo perso milioni di posti di lavoro grazie alla delocalizzazione verso il terzo mondo, ma non è ancora finita. Ne perderemo altrettanti nei prossimi anni. Se alcune aziende hanno già terminato il processo di delocalizzazione, in alcuni casi è tuttora in corso: le fabbriche non chiudono mai i battenti all'improvviso, per ovvi motivi di immagine: se dichiarassero spudoratamente che si trasferiscono dove il costo del lavoro e le tasse sono convenienti, e le leggi sulle emissioni inquinanti sono permissive (risparmiando sui costi di depurazione e smaltimento dei rifiuti) rischierebbero di perdere clienti. Chiudono per gradi, come sta facendo la Fiat, tagliando il personale "a rate", adducendo a quella "crisi" che stanno aggravando loro stesse, licenziando in massa. E' di pochi giorni fa, la notizia che gli stabilimenti Whirpool presenti in Italia manderanno a casa 1.000 lavoratori. Lo hanno detto giornali e tv, che si sono "dimenticate" di farci presente che negli USA, "patria" della multinazionale, l'ultimo stabilimento Whirpool ha chiuso i battenti nel 2010. Si sono trasferiti in Messico, dove il costo della manodopera è di 4$ contro i 18$ necessari per pagare un lavoratore statunitense. L'indignazione dei cittadini di Evansville non è servita: tra l'altro, lo stabilimento Whirpool era l'ultima fabbrica presente in città: tanto per capire cosa dobbiamo aspettarci anche in Italia e in Europa.
Ai milioni di posti di lavoro persi direttamente a causa della delocalizzazione, dobbiamo sommare quelli che perdiamo come conseguenza indiretta della stessa:
Quando quindici, venti anni fa pochi economisti liberi avevano previsto quello che sta accadendo oggi, nessuno gli dette importanza. Le TV non gli concessero spazio, internet era cosa per pochi, e chi ebbe modo di ascoltare quelle previsioni disfattiste - ma realistiche - nella maggioranza dei casi le considerava "castronerie": roba da folli, da "complottisti", come probabilmente farà oggi qualcuno leggendo queste righe.
Le cose andavano a gonfie vele, a quei tempi tutte le famiglie potevano comprarsi una casa, sposarsi e fare dei figli non era un lusso, le ferie estive e la settimana bianca erano praticamente alla portata di tutti, se "babbo e mamma" lavoravano entrambi i figli potevano ancora chiedere loro il "regalino" fuori stagione. Alcune famiglie riuscivano a vivere con uno stipendio solo, se la cavavano pressappoco come quelle dove oggi lavorano entrambi. Il precariato non esisteva. Oggi tutto questo sembra un sogno, ieri era realtà. Guardavamo al futuro con fiducia, ci aspettavamo "il grande progresso", le auto volanti e la cura per tutte le malattie. Altri tempi.
Anche un altro movimento, dieci anni fa, aveva previsto tutto questo. Movimenti di tutto il mondo, di varia estrazione culturale - dai cattolici della rete Lilliput fino ai centri sociali - si erano uniti per dire NO alla globalizzazione, per contestare le scelte dei "grandi della terra", per denunciare come questo sistema selvaggio non avrebbe potuto reggere. Un movimento nato a Porto Alegre, in Brasile, e morto a Genova, dove ha avuto luogo la "più grande repressione di massa e sospensione dello stato di diritto dal dopoguerra", per utilizzare le parole con la quale Amnesty ha definito le vicende del G8 di Genova. Più di 200.000 persone (una cifra immensa se consideriamo la strategia della tensione alimentata dai mass media, che annunciavano attentati di ogni tipo) scesero in piazza gridando che "un mondo diverso è possibile". Furono massacrati.
Quello che è successo, lo sappiamo tutti. Un morto, e migliaia di persone inermi prese a manganellate. Non si contavano le persone con trauma cranico e ossa rotte. Quelle immagini hanno fatto il giro del mondo. I responsabili, anche quelli condannati (a pene lievissime, con molti capi di accusa finiti in prescrizione) in molti casi hanno fatto carriera, con il silenzio-assenso di tutto l'arco parlamentare: fu approvata, con il totale silenzio dell'opposizione, una legge per salvare i violenti dal dover risarcire le vittime.
Ma davvero qualcuno credeva che tale "macelleria messicana" potesse passare inosservata? La sanguinaria irruzione alla Diaz, le torture di Bolzaneto, le feroci cariche ai cortei pacifici... o forse, l'obiettivo era quello - raggiunto pienamente - di distruggere un movimento che iniziava a dare fastidio? I cittadini, shoccati da ciò che hanno subito, o terrorizzati da ciò che ha visto in TV, si sono ben guardati dal tornare in piazza. Al G8 successivo, parteciparono poche migliaia di persone. Tutto il lavoro svolto fino a quel momento, è andato in fumo.
Quali erano gli obiettivi del "Genoa Social Forum", alla quale avevano aderito oltre 700 organizzazioni di tutto il mondo? (elenco adesioni qui + qui)
Cosa contestavano?
Cosa proponevano?
Per farla breve, contestavano "il sistema" che ci ha condotto a questa situazione: in tutte le sue sfaccettature. Dal punto di vista sociale, legislativo, ambientale.
La maggioranza di quei cittadini che disprezzavano o comunque non davano importanza a quel grande movimento di massa - e tra questi mi inserisco anch'io, che all'epoca avevo 20 anni - grazie all'immagine distorta che ci trasmettevano i mass media, se avessero conosciuto a fondo "il messaggio" che essi proponevano, non avrebbero potuto che dargli ragione. Ma come al solito, tutto viene vissuto e interpretato dal punto di vista ideologico: senza obiettività, senza la minima razionalità... MA LA STORIA GLI HA DATO RAGIONE, anche se purtroppo, di quel movimento, di quei giorni, è rimasto solo il ricordo dei "black block", delle violenze delle forze dell'ordine, la città di Genova a ferro e fuoco...
Alessandro R. per www.nocensura.com
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Continuano a paragonare la situazione attuale alla crisi del '29, che fu causata da circostanze ben diverse, in uno scenario economico post-bellico altrettanto diverso. Per definire la situazione di oggi infatti, la parola crisi è utilizzata a sproposito: questa non è una "crisi" ma la logica conseguenza di scelte politico-economiche pianificate a tavolino da quei poteri forti che gestiscono il sistema economico ed i mercati (il debito pubblico è conseguenza del sistema monetario a debito) e quelle multinazionali che si stanno trasferendo in massa nei paesi del terzo mondo.
Abbiamo perso milioni di posti di lavoro grazie alla delocalizzazione verso il terzo mondo, ma non è ancora finita. Ne perderemo altrettanti nei prossimi anni. Se alcune aziende hanno già terminato il processo di delocalizzazione, in alcuni casi è tuttora in corso: le fabbriche non chiudono mai i battenti all'improvviso, per ovvi motivi di immagine: se dichiarassero spudoratamente che si trasferiscono dove il costo del lavoro e le tasse sono convenienti, e le leggi sulle emissioni inquinanti sono permissive (risparmiando sui costi di depurazione e smaltimento dei rifiuti) rischierebbero di perdere clienti. Chiudono per gradi, come sta facendo la Fiat, tagliando il personale "a rate", adducendo a quella "crisi" che stanno aggravando loro stesse, licenziando in massa. E' di pochi giorni fa, la notizia che gli stabilimenti Whirpool presenti in Italia manderanno a casa 1.000 lavoratori. Lo hanno detto giornali e tv, che si sono "dimenticate" di farci presente che negli USA, "patria" della multinazionale, l'ultimo stabilimento Whirpool ha chiuso i battenti nel 2010. Si sono trasferiti in Messico, dove il costo della manodopera è di 4$ contro i 18$ necessari per pagare un lavoratore statunitense. L'indignazione dei cittadini di Evansville non è servita: tra l'altro, lo stabilimento Whirpool era l'ultima fabbrica presente in città: tanto per capire cosa dobbiamo aspettarci anche in Italia e in Europa.
Ai milioni di posti di lavoro persi direttamente a causa della delocalizzazione, dobbiamo sommare quelli che perdiamo come conseguenza indiretta della stessa:- Le piccole imprese, che non hanno la possibilità di trasferirsi altrove, non reggono la concorrenza di chi produce con costi irrisori, finiscono "fuori mercato" e chiudono;
- Meno lavoro significa meno consumi, e i piccoli commercianti - quelli che hanno resistito all'avvento della "grande distribuzione - sono costretti a chiudere. Spesso la diminuzione degli incassi è progressiva: guadagnano sempre meno, fino a quando i guadagni non sono più sufficienti per coprire le spese; e quelli che non dispongono di risparmi per far fronte alla situazione - o qualcuno che li aiuta - finiscono per indebitarsi, finendo inevitabilmente nelle grinfie di equitalia.
- Se il commercio piange, gli artigiani non ridono. Tutti gli interventi che non sono strettamente necessari, vengono rimandati, e aumenta il fai-da-te.
- Anche il settore turistico, dalle strutture ricettive ai negozi di souvenir, risentono della crisi: si viaggia meno, e quando si viaggia si spende meno. Sono molti i turisti che pranzano con un panino all'ombra dei monumenti storici: e nei prossimi anni, ovviamente sarà sempre peggio. I dati tra l'altro, dimostrano che il calo più vistoso lo hanno registrato le strutture più economiche: anche i prezzi più bassi ormai sono proibitivi. Mentre gli alberghi di lusso, di contro, aumentano il fatturato.
- Nei mesi scorsi il numero dei cassaintegrati ha toccato la soglia record di 450.000 unità; e il trend dimostra che buona parte non saranno reintegrati. A questi, si aggiungono coloro che sono nelle liste di mobilità. Nel giro di pochi mesi, la maggioranza di queste persone finirà per ingrassare le liste di disoccupazione, e molte famiglie resteranno senza reddito...
Quando quindici, venti anni fa pochi economisti liberi avevano previsto quello che sta accadendo oggi, nessuno gli dette importanza. Le TV non gli concessero spazio, internet era cosa per pochi, e chi ebbe modo di ascoltare quelle previsioni disfattiste - ma realistiche - nella maggioranza dei casi le considerava "castronerie": roba da folli, da "complottisti", come probabilmente farà oggi qualcuno leggendo queste righe.
Le cose andavano a gonfie vele, a quei tempi tutte le famiglie potevano comprarsi una casa, sposarsi e fare dei figli non era un lusso, le ferie estive e la settimana bianca erano praticamente alla portata di tutti, se "babbo e mamma" lavoravano entrambi i figli potevano ancora chiedere loro il "regalino" fuori stagione. Alcune famiglie riuscivano a vivere con uno stipendio solo, se la cavavano pressappoco come quelle dove oggi lavorano entrambi. Il precariato non esisteva. Oggi tutto questo sembra un sogno, ieri era realtà. Guardavamo al futuro con fiducia, ci aspettavamo "il grande progresso", le auto volanti e la cura per tutte le malattie. Altri tempi.
Anche un altro movimento, dieci anni fa, aveva previsto tutto questo. Movimenti di tutto il mondo, di varia estrazione culturale - dai cattolici della rete Lilliput fino ai centri sociali - si erano uniti per dire NO alla globalizzazione, per contestare le scelte dei "grandi della terra", per denunciare come questo sistema selvaggio non avrebbe potuto reggere. Un movimento nato a Porto Alegre, in Brasile, e morto a Genova, dove ha avuto luogo la "più grande repressione di massa e sospensione dello stato di diritto dal dopoguerra", per utilizzare le parole con la quale Amnesty ha definito le vicende del G8 di Genova. Più di 200.000 persone (una cifra immensa se consideriamo la strategia della tensione alimentata dai mass media, che annunciavano attentati di ogni tipo) scesero in piazza gridando che "un mondo diverso è possibile". Furono massacrati.
Quello che è successo, lo sappiamo tutti. Un morto, e migliaia di persone inermi prese a manganellate. Non si contavano le persone con trauma cranico e ossa rotte. Quelle immagini hanno fatto il giro del mondo. I responsabili, anche quelli condannati (a pene lievissime, con molti capi di accusa finiti in prescrizione) in molti casi hanno fatto carriera, con il silenzio-assenso di tutto l'arco parlamentare: fu approvata, con il totale silenzio dell'opposizione, una legge per salvare i violenti dal dover risarcire le vittime.
Ma davvero qualcuno credeva che tale "macelleria messicana" potesse passare inosservata? La sanguinaria irruzione alla Diaz, le torture di Bolzaneto, le feroci cariche ai cortei pacifici... o forse, l'obiettivo era quello - raggiunto pienamente - di distruggere un movimento che iniziava a dare fastidio? I cittadini, shoccati da ciò che hanno subito, o terrorizzati da ciò che ha visto in TV, si sono ben guardati dal tornare in piazza. Al G8 successivo, parteciparono poche migliaia di persone. Tutto il lavoro svolto fino a quel momento, è andato in fumo.
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APPROFONDIMENTI:
- "La delocalizzazione delle imprese italiane" File PDF -Illustra la situazione e cita alcuni esempi di aziende italiane che hanno delocalizzato. a cura di UGL
- "Le aziende italiane emigrano all'estero" File PDF un articolo dell'Espresso del 2004 sulle delocalizzazioni
- Documento di presentazione del Genoa Social Forum
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2 commenti:
Io invece credo che ce la faremo. L'umanità se la caverà. Se l'è sempre cavata.
Ho letto l'articolo e sono d'accordo con quanto ha scritto l'autore, ma se posso permettermi vorrei fare una precisazione riguardo i fatti di Genova. Per quanto il movimento fosse basato su un buon ideale, ciò non giustifica e non spiega la motivazione per cui molte delle persone facente parti di questo gruppo si siano permesse di danneggiare (senza farsi troppi problemi) macchine e negozi di persone che nulla avevano a che fare con lo Stato, Banche o Multinazionali. Quindi anche queste cose secondo me vanno ricordate per i fatti successi a Genova, perchè quelle persone che avevano piccole attività ora probabilmente non le hanno più oppure hanno fatto fatica a riprendersi, purtroppo quelle persone hanno investito tutti i loro risparmi per quelle attività e non è giusto che gli si rovini la vita facendo queste azioni vergognose.
Comunque si può star certo che se aspettavano l'aiuto dello Stato potevano già chiudere subito!
Complimenti ancora per l'articolo e spero che la mia precisazione sia ben accolta.