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giovedì 25 ottobre 2012

Non è più tempo di scheletri nell'armadio o sotto al letto. Nell'era globale, la nostra ingombrante coscienza sporca riposa sul fondo del mare, stipata e ammassata nel ventre delle navi.
Giacciono sui fondali del Mar Mediterraneo oltre duecento navi, cariche di container stracolmi di rifiuti chimici, tossici, scorie radioattive. Duecento ordigni ad orologeria pronti ad esplodere, avvelenare le nostre acque, compromettendo l'ecosistema marino e la salute dei cittadini.
Le chiamano navi dei veleni e sono il modo più economico per smaltire rifiuti pericolosi. Si acquista una vecchia nave mercantile, si riempie di rifiuti tossici e infine la si fa affondare negli abissi, preferibilmente in una zona dove si è svolta qualche battaglia navale della seconda guerra mondiale, che ne giustifichi la presenza nel caso fosse rinvenuta. Prima dell'inabissamento molte di queste navi venivano usate per il traffico d'armi, o per il trasporto dei rifiuti nel terzo mondo.
Mistero su chi le ha fatte affondare. Un mistero su cui non si deve indagare, che il governo, la guardia costiera, la marina, sembrano voler preservare ad ogni costo negando perizie, impedendo l'accesso a registri pubblici, ricorrendo ad ogni trucco pur di insabbiare la faccenda.
Per fortuna c'è chi non si lascia scoraggiare. Gianni Lannes è un giornalista investigativo, che da anni si occupa delle navi dei veleni, chiamate anche navi a perdere. Ha per lungo tempo collaborato con importanti testate nazionali come La Stampa, Repubblica, l'Espresso. Poi nel 2009, stanco di veder rifiutati molti dei propri dossier ha fondato una testata online, Italiaterranostra.it.

Assieme ai suoi collaboratori ha condotto inchieste scottanti su smaltimento dei rifiuti, eco-mafie, traffico d'armi.
Si è a lungo battuto contro gli inceneritori, accusando il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia di aver fatto realizzare alle sue imprese alcuni impianti sorti in Puglia (con il sostegno del governatore Nichi Vendola), Calabria e Sicilia. Ha accusato la NATO per l'affondamento del peschereccio “Francesco Padre” nel '94 e la Marina militare statunitense per la strage dei cetacei spiaggiati sulle coste del Gargano,accusò lo Stato italiano ed il governo Berlusconi di aver affidato lo smantellamento delle centrali nucleari alla ‘ndrangheta, che tramite la società genovese Ecoge, caricava i rifiuti nucleari all'interno dei container che a loro volta venivano imbarcati a La Spezia su navi da far affondare.
Ha accusato l'avvocato Gaetano Pecorella, presidente della commissione “ecomafie”, di connivenze con la mafia. Ha tirato in ballo Stato, Guardia Costiera, multinazionali, servizi segreti. E la lista nera è ancora lunga.
Dal quadro che emerge il Mar Mediterraneo sembra un calderone in cui stanno a guazzo interessi politici ed economici, legami mafiosi, grandi multinazionali. Gli abissi profondi, lungi dall'essere considerati templi intatti ed incontaminati della natura, vengono visti piuttosto come nascondigli sicuri per le nostre scorie mortali. Enormi tappeti blu sotto cui spazzare i nostri peccati più inconfessabili.

da un articolo di Andrea dell'Innocenti, tratto da Rita Buccaro


Approfondisci leggendo le inchieste sulle ecomafie del giornalista Gianni Lannes


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