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venerdì 12 novembre 2010

Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato un articolo de "L'Espresso" (questo qui) secondo il quale la Polizia Postale italiana, grazie ad accordi stipulati con Facebook, dispone di "libero accesso" ai profili degli utenti, in modo "arbitrario" e senza necessità dell'autorizzazione di un magistrato, prevista nel caso di intercettazioni ambientali e telefoniche, o di perquisizione: non si è fatta attendere la smentita della Polizia, alla quale ha avuto seguito un'immediata replica de "L'Espresso": pubblichiamo entrambi di seguito.

La smentita della Polizia Postale
 La polizia "non può accedere ai profili degli utenti di Facebook, se non dopo un'autorizzazione del magistrato e con l'utilizzo di una rogatoria internazionale". Lo precisa il direttore della polizia postale e delle comunicazioni, Antonio Apruzzese, in riferimento all'articolo che sarà pubblicato domani dall'Espresso. "Si tratta di un equivoco" afferma Apruzzese, che poi spiega: "Alcune settimane fa sono venuti i responsabili di Facebook in Italia, in seguito ad una serie di contatti che abbiamo avuto nei mesi passati con l'obiettivo di capire come funziona la loro macchina".
 Nel corso dell'incontro, i responsabili dell'azienda di Palo Alto hanno fornito alla polizia postale - che le ha a sua volta inoltrate a tutte le forze di polizia italiane - le ?€˜linee guida' per gestire tutto ciò che richiede l'intervento della polizia giudiziaria. "Ci hanno spiegato le loro procedure d'intervento - dice ancora Apruzzese - e si tratta di procedure che non ci consentono in alcun modo di accedere ai profili". Dunque nessuna possibilità di spiare gli utenti. "Noi - prosegue il direttore della polizia Postale - svolgiamo quotidianamente un'attività di monitoraggio della rete, che è la stessa che fanno i colleghi in strada con le volanti. Non abbiamo la possibilità di entrare nei domicili informatici né nelle caselle postali degli utenti internet, senza autorizzazione della magistratura". Una cosa che tra l'altro, conclude Apruzzese, "non ci passa neanche per la testa, visto che sarebbe un reato e non sarebbe utilizzabile come fonte di prova". (ANSA).



La replica de L'espresso
'L'espresso' conferma parola per parola il contenuto dell'articolo, per la stesura del quale 'L'espresso' si è basato proprio su fonti interne alla polizia Postale.
In particolare il dirigente della polizia postale S.S., da noi personalmente contattato, ha ammesso di essere recentemente stato a Palo Alto (curiosamente, il comunicato della Polizia postale parla solo degli incontri con Facebook avvenuti in Italia e omette quelli avvenuti a Palo Alto, che sono al centro del nostro articolo).
Il dirigente in questione descriveva l'accordo raggiunto in California con grande soddisfazione e orgoglio perché si tratta del primo del genere in Europa. Ha detto (testuale) tra l'altro: «L'accordo prevede la collaborazione tra Facebook e la Polizia delle Comunicazioni che prevede di evitare la richiesta all'Ag (autorità giudiziaria, ndr) e un decreto (del pm, ndr) per permettere la tempestività, che in questo settore è importante»..
Lo stesso dirigente, sollecitato sulle possibili ripercussioni di questo accordo, ha dettato la seguente frase: «La fantasia investigativa può spaziare, si tratta di osservazioni virtuali, che verranno utilizzate anche in indagini preventive».
Dato che a parlare è stato un alto funzionario della Polizia, pare difficile pensare che abbia erroneamente pronunciato i termini «evitare la richiesta all'Ag», «fantasia investigativa«, «osservazioni telematiche» e «indagini preventive». Tutti termini che concordemente e univocamente indicano quello che è stato scritto.
Inoltre, 'L'espresso' ha contattato il dr. D.B., altro dirigente della Polizia postale, che ha confermato che le Digos da tempo infiltrano, anche senza delega dell'Autorità giudiziaria, i movimenti antagonisti o le tifoserie anche senza delega della magistratura («Le Digos sono ormai maestre in questo, utilizzano nomi di fantasia, basta dotarsi di un nick name ed entrare in una chat, del resto tutti usano dei nick name nelle chat, non è un reato. Semmai la legge prevede l'utilizzo di agenti infiltrati nelle organizzazioni terroristiche ma in questo caso le indagini sono coordinate dalla magistratura»).
Infine, le informazioni riguardanti le indagini illegali sul social network Facebook ci sono state confermate da altre fonti autorevoli e qualificate della polizia e dei carabinieri.



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