lunedì 22 settembre 2014

Pubblica sicurezza, troppe morti accidentali. Servono spiegazioni vere


morti di stato
L’episodio di Davide Bifolco, il diciassettenne ucciso a Napoli da un carabiniere – “per errore” secondo la ricostruzione della autorità – dopo un inseguimento, fa venire in mente numerosi altri episodi di cittadini morti durante operazioni di pubblica sicurezza.

Casi che sono stati e tuttora sono al centro di procedimenti giudiziari – pensiamo alle morti di Federico Aldrovandi a Ferrara, di Riccardo Magherini a Firenze, di Michele Ferrulli a Milano, per non citarne che alcune – e che portano con sé una serie di dubbi inquietanti sulle procedure interne alle forze di polizia e sulla qualità della formazione e della preparazione degli agenti.

In aggiunta c’è la questione – rilevantissima – della manifesta difficoltà delle forze dell’ordine di tenere una condotta leale e trasparente dopo che simili gravissimi episodi sono avvenuti. L’accertamento dei fatti è sempre difficilissimo, i tentativi di coprire le responsabilità sono costanti, la collaborazione con la magistratura è ridotta ai minimi termini.

Non è possibile mettere tutti i casi citati – e i molti altri che potremmo menzionare – sullo stesso piano, perché ogni vicenda dev’essere trattata secondo le sue specificità, ma c’è un filo rosso che li lega. È il tema che emerge attenendosi alle versioni ogni volta più favorevoli alle forze di polizia, cioè a quelle fornite dalle stesse autorità.



Pensiamo ad Aldrovandi, Magherini e Ferrulli, tutti morti durante arresti movimentati e sempre – secondo i rapporti ufficiali – mentre venivano seguite le regolari procedure, con tre quattro-agenti impegnati contro un unico individuo.

Il dubbio riguarda appunto queste procedure: quali sono? Non sarà che gli agenti tendono ad esercitare dosi eccessive di violenza? In che modo sono stati preparati a dosare l’uso della forza? Qual è la loro preparazione? Non andranno forse rivisti i criteri di formazione? Non sarà il caso di discutere pubblicamente queste procedure, visto che in molti, troppi casi hanno avuto esiti letali?

Un discorso simile vale per quanto accaduto a Napoli. Le cronache riferiscono che poco tempo fa, nella stessa città, un’altra persona era stata uccisa per un colpo di pistola “sparato accidentalmente” durante l’arresto dopo una rapina. Possibile che incidenti del genere siano così frequenti? Perché, nel caso più recente, è stata estratta ed usata una pistola? Lo prevede la procedura? Gli agenti sono davvero preparati ad un uso appropriato della armi da fuoco?

Formazione degli agenti e trasparenza nelle procedure e nell’accertamento delle responsabilità: sono due punti chiave molto problematici per le nostre forze dell’ordine, le quali negli ultimi anni – a partire dalla fatale estate di Genova nel 2001 – hanno mostrato un grave deficit di cultura democratica.

Un deficit che spaventa e che andrebbe affrontato senza alcuna esitazione, in parallelo con le inchieste giudiziarie. A Napoli la procura ha subito aperto un’inchiesta ipotizzando il reato di omicidio colposo, ma sarebbe nell’interesse di tutti – in testa, secondo la logica di una democrazia, gli stessi apparati di sicurezza – una discussione aperta e approfondita su ciò che avviene nelle caserme, su qual è la cultura che vi si respira, sugli insegnamenti che vengono impartiti.

Ci accorgeremmo, probabilmente, che conosciamo troppo poco le nostre forze dell’ordine e che le forze dell’ordine non possono permettersi di continuare a vivere in un clima di separazione di fatto dal resto della società.


Lorenzo Guadagnucci da micromega
Tratto da: osservatoriorepressione.info


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