martedì 8 luglio 2014

La “genitorialità”, Platone e la nuova morale

Di Massimo Viglione

«Mentre l’opinione pubblica è concentrata sulle contrastanti notizie provenienti dalla politica e dall’antipolitica, si stanno realizzando, per quanto riguarda i rapporti privati, riforme di forte incisività. Si tratta di portare a compimento il Nuovo diritto di famiglia, varato nel 1975, che un legislatore definì allora: “Una legge di oggi che diventerà la morale di domani”».
Questo è l’incipit di un breve ma denso e importantisismo articolo di Silvia Vegetti Finzi (CdS, 15/12/2013, p. 37) intitolato “Addio per legge al padre padrone. I figli sono di chi li cresce e li educa”.
L’articolo è passato in realtà abbastanza inosservato anche negli ambienti cattolici sensibili ai problemi familiari e bioetici. E invece merita la massima attenzione, veramente una sorta di attenta esegesi che va ben al di là della semplice questione dei figli nati fuori dal matrimonio o anche di quella del cosiddetto “padre padrone”.
L’autrice ci palesa in poche righe una delle più grandi, devastanti e profonde rivoluzioni in atto sotto i nostri occhi, destinata a sovvertire per sempre l’ordine naturale del creato, creando a sua volta “la morale di domani”, per l’appunto. Come vedremo ora, non è neanche più questione di educarci al “sesso libero” in sé, o al gusto del rapporto con lo stesso sesso, con i bambini o magari con le bestie.
Qui si va oltre, è in gioco qualcosa che va al di là della morale per incidere direttamente sul dna del creato stesso, se così si può dire: è in gioco il concetto di genitore e figlio, la “genitorialità”, per usare un termine rivoluzionario.

Massimo Viglione
Anzitutto è da sottolineare proprio la prima riga dell’articolo. La Vegetti Finzi ci palesa la prima grande verità preliminare: mentre tutti pensano alle pur importanti e in certi casi imprescindibili questioni economiche (o magari alla legge elettorale), “altri” stanno pensado a “transustanziare” la famiglia stessa e il mondo in cui dovranno vivere i nostri figli. E in che maniera? Procedendo «attraveso mutamenti lessicali destinati a provocare mutamenti reali su nostro modo di vivere insieme e sulla costruzione dell’identità personale». Ecco perché niente più figli “legittimi”, “naturali”, “adottivi”: queste parole saranno cancellate perché deve essere cancellato il significato stesso che sottindendono, il mondo che sottindendono, la morale che le presuppone, in quanto ora la “genitorialità” si fonderà «sulla responsabilità piuttosto che sul potere». E sul sangue, aggiungiamo noi. I figli non appartegono più a chi li mette al mondo, ma «a chi li riconosce, li cresce e li educa adeguatamente».
Da anni, decenni, chi scrive ha sempre pensato che dietro i sempre più numerosi casi di esproprio da parte dello Stato dei figli a genitori violenti o disumani (o presentati tali) si celasse la volontà di distruzione della famiglia. Oggi ci siamo arrivati e la maschera sta per essere gettata: «tutti hanno diritto ai medesimi rapporti di parentela» e «poiché la famiglia è un sistema, nulla sarà come prima» e si arriverà infine appunto «a un nuovo quadro antropologico e, di conseguenza, a una nuova morale».
L’autrice conclude ricordando peraltro che se non vi sarà più ovviamente il padre autoritario della società premoderna, non vi dovrà più essere nemmeno il “genitore-amico” della modernità (e questo appare l’unico lato positivo, interessante e indiretta ammissione dell’idiozia pedagogica odierna), ma si richiederà «a entrambi i genitori una autorevolezza fondata sul riconoscimento reciproco, confermato dalla comunità».
Mi soffermo solo su quest’ultima asserzione. Che vuol dire “confermato dalla comunità”? Forse che si è padre o madre solo perché e nella misura in cui e fino a quando la “comunità” me lo riconosce e concede? E chi è la “comunità”? Lo Stato? La magistratura? I “comizi popolari”? E se un genitore non dovesse essere riconosciuto come padre di chi ha generato, o se un giorno perdesse tale riconocimento, chi sarebbe il padre del “generato”?
A questa ultima terrificante domanda, risponde la Vegetti Finzi nella conclusione del suo articolo: «Ogni adulto in quanto tale» sarà «responsabile del benessere e della crescita delle nuove generazioni».
Ecco la nuova morale, l’ultimo passo della rivoluzione antropologica. Tutti saremo figli di tutti e tutti saranno genitori di tutti. Pertanto, non esisteranno più la figura del padre e della madre (e pertanto qui si va oltre anche all’affidamento di bambini a coppie omosessuali), perché, come insegnano in Spagna, quando si è “todos caballeros” nessuno è più cavaliere. E non saremo quindi neanche più figli, perché non avremo più genitori.
Come dicevo, qui si va ben al di là delle follie omosessualiste, pedofiliste o bestialiste. Si sta distruggendo “materialmente” la cellula su cui si fonda la civiltà umana. È come se ad Aristotele si volesse sostituire Platone. Ma non Platone del Politico o de Le Leggi, uomo anziano e poi vecchio che è stato e sarà fondamento della civiltà occidentale, ma il Platone quarantenne de La Repubblica, quello che si studia banalmente sui banchi di scuola.
Ce lo ricordiamo? Atene ha perso la guerra con Sparta a causa delle lacerazioni sociali interiori, a loro volta causate dall’invidia dei demagoghi verso ricchi e potenti. Quale può essere allora lo Stato ideale fondato sull’armonia? Uno Stato in cui gli uomini con l’anima d’oro (i reggenti-filosofi che fondano la loro vita sul Logos dell’anima razionale) e con l’anima d’argento (i guardiani-militari, che fondano la loro vita sulla parte irascibile dell’anima) non devono più possedere alcuna forma di proprietà privata allo scopo di raggiungere l’uguaglianza assoluta e perpetua, al punto tale che dovranno vivere in comune, in caserme comuni, con donne comuni, e, conclude Platone, con figli comuni, in quanto un figlio costituirebbe “proprietà privata” e quindi disuguaglianza. A tal fine, occorrerà strappare i figli appena nati dalle madri, così che queste mai potranno riconoscerli e tutti si sentiranno genitori di tutti e al contempo figli di tutti.
È il comunismo platonico, il cui scopo dichiarato era la scomparsa dell’invidia sociale, almeno fra le classi con responsabilità politica e militare (tutto il resto del popolo, per Platone quarantenne, aveva l’anima di bronzo, e viveva servo dell’anima concupiscibile, e, in quanto tale, non poteva rinunciare alla famiglia e una limitata proprietà privata).
La Rivoluzione è un mostro che si rigenera di continuo cambiando progressivamente uomini, strumenti, progetti e anche idee, in parte. Ma c’è una cosa che non può cambiare: ed è il suo motore inesauribile, la cellula strutturale della sua stessa esistenza: l’invidia. L’invidia che odia ogni forma possibile e immaginabile di disuguaglianza e ha come progetto immutabile la realizzazione dell’uguaglianza perfetta, mediante la distruzione di ogni diversità, fino a quelle più strutturali, come i generi naturali (ecologismo), come la famiglia, e come i sessi, o come l’intelligenza, o la salute stessa. E odiando ogni diversità, odia il mondo stesso, che è stato strutturalmente creato da Dio gerarchicamente. E lo odia perché odia Dio, fonte di ogni gerarchica differenza e al contempo Padre comune di tutto ciò che esiste.
L’inferno in terra ci si sta preparando, proprio mentre noi, affamati da governi e banche complici, ci dibattiamo preoccupati della legge elettorale, di cosa farà Renzi, del cane di Berlusconi e dell’IMU. O, magari, ci sentiamo dire che il più grande male del mondo di oggi sono gli anziani abbandonati e i giovani disoccupati.
Un giorno, se non spezziamo la secolare catena dell’autodistruzione, non ci saranno più neanche i giovani e gli anziani, come non ci saranno più i figli e i genitori, né tanto meno case private su cui pagare l’IMU né lavoro personale. Ma ci sarà il mondo del film “Metropolis”, per chi lo conosce.
Il tempo vola sotto i nostri piedi, la Rivoluzione gnostica e ugualitaria sta andando verso le sue più estreme conseguenze: è tempo che ce ne rendiamo conto, tutti insieme, aprendo gli occhi della mente e del cuore alla realtà come essa è, senza ipocriti ottimismi complici; ma, al contempo, spalancando le porte della nostra Fede alla Speranza incrollabile e certissima che il “capo” della Rivoluzione, fonte di ogni odio, sarà schiacciato inesorabilmente da Colei che tutto può in Dio ed è Madre della Carità, con il servizio di coloro fra gli uomini che avranno compiuto la loro scelta di campo, in obbedienza gerarchica e in carità di intenti e azioni, in questi giorni in cui chi non sceglie ha già scelto.


Massimo Viglione

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