lunedì 27 gennaio 2014

Il Neoliberismo e la Distruzione del Pianeta

Margaret ThatcherDa almeno 20 anni a questa parte ci è stato detto che non ci sono alternative alla globalizzazione neoliberale e che, di fatto, non è necessaria un’alternativa a questo. La “lady di ferro”, Margaret Thatcher, fu una di quelle che affermò questo concetto ripetutamente: non ha senso analizzare e discutere il neoliberalismo e il liberalismo globalizzato, perché sono inevitabili. Non ha senso mettersi a comprendere, quindi… avanti! Uccidi se non vuoi essere ucciso!
Altri affermano che la globalizzazione - ossia un sistema economico che si è sviluppato in specifiche condizioni sociali ed economiche – non è altro che una legge di natura. Di conseguenza, “la natura umana” si suppone sia riflessa dal carattere dei soggetti del sistema economico, ovvero egoistico, avido, freddo e spietato. Questo, ci viene detto, funziona a beneficio di ognuno.
Mentre una esigua minoranza raccoglie enormi benefici dall’odierno neoliberalismo (nessuno dei quali resterà ovviamente), l'ampia maggioranza della popolazione della terra soffre in grandi difficoltà e vede minacciata la propria sopravvivenza.
Ovunque nel mondo i media evitano di affrontare questo problema, con la scusa più frequente che non può essere spiegato.[1] Ma la vera ragione ovviamente è che le corporations controllano i media.
Cos’è il neoliberalismo?
Quale programma di economia politica, il neoliberalismo iniziò in Cile nel 1973, quando avvenne un colpo di stato organizzato dagli USA contro un presidente socialista eletto; si instaurò poi una cruenta dittatura militare, nota per le sue sistematiche torture
Il predecessore del modello neoliberale è il liberalismo economico del 18° e 19° secolo e la loro nozione di “mercato libero”. A quel tempo Goethe la pensava così: "mercato libero, pirateria e guerra: un inseparabile terzetto!"[2]
Cosa c’è nel cuore sia del vecchio che del nuovo liberalismo:

- interessi personali ed individualismo;
- separazione dei principi etici dagli affari economici, ovvero: un processo di dislocazione dell’economia dalla società;
- razionalità economica come puro calcolo costi-benefici e massimizzazione del profitto;
- competizione come forza trainante essenziale per la crescita e il progresso;
- esclusione dell’interferenza pubblica (lo stato) dalle forze di mercato.[3]
La “libertà dell’economia”, che si presume necessaria, paradossalmente significa solo la libertà delle multinazionali: la libertà dalla responsabilità e dall’impegno verso la società.
Gli interessi economici globali oggidì superano non solo le preoccupazioni extra—economiche, ma anche le considerazioni nazionali, poiché le multinazionali si considerano oltre sia la comunità che la nazione.[5] Gli interessi delle multinazionali, ovvero il loro massimo progresso e crescita, hanno totale priorità.
Anziché una competizione democratica e totale tra molte piccole imprese che godono della libertà di mercato, sono solo le grandi multinazionali che vincono. In cambio, creano nuove oligopoli di mercato e monopoli di dimensioni sconosciute prima d’ora.
Le leggi anti-trust hanno perso il loro potere poiché le multinazionali transnazionali stabiliscono le norme. Sono le multinazionali e non “il mercato” che determinano le regole del commercio, come prezzi e regolamentazioni.
Questo avviene al di fuori d ogni controllo politico.
La presunta correlazione tra crescita economica e impiego sicuro è falsa. Quando la crescita economica si accompagna a fusioni di business, i posti di lavoro si perdono.[13]
Le multinazionali si insediano nel Sud (o Est) per usare forza lavoro a buon mercato – particolarmente femminile - e senza iscrizioni sindacali.
Il recente spostamento delle opportunità di business dai beni di consumo agli armamenti è uno sviluppo particolarmente preoccupante.[17]
Questi i risultati della cosiddetta Terza Rivoluzione Industriale, ovvero lo sviluppo di nuove tecnologie di comunicazione e informazione.
La combinazione dei principi di “high tech” e “basso salario”/“nessun salario” (sempre negati dagli entusiasti del progresso) garantisce un “vantaggio di costi comparativi” nel commercio estero.
Questo porterà probabilmente a “salari cinesi” in Occidente. Una perdita potenziale di consumatori occidentali non è vista come una minaccia. Una economia multinazionale non si preoccupa se i consumatori sono in Europei, Cinesi o Indiani.
La più parte delle persone hanno sempre meno accesso ai mezzi di produzione e quindi cresce la dipendenza da scarsità e dal lavoro sottopagato.
La distruzione dei sussidi di stato distrugge anche la nozione che gli individui possano fare riferimento sulla comunità perché questa si prenda cura di color in tempi di necessità.
La nostra esistenza si basa esclusivamente sui servizi privati, ovvero costosi, che spesso sono di peggiore qualità e meno affidabili di quelli pubblici (è un mito che i privato superi sempre il pubblico).
La vecchia pretesa che il sud si sviluppi in un nord si è dimostrata sbagliata. È il nord che si sviluppa sempre più in un sud. Siamo testimoni dell’ultima forma di “sviluppo”, ovvero un sistema mondiale di sottosviluppo.[22]
Non ultimo, le donne sono obbligate alla prostituzione, una delle industrie globali più grandi del presente.[26]
Questo illustra due cose:
- a) quanto poco la emancipazione delle donne porta effettivamente alla “parità” con gli uomini
- b) lo sviluppo capitalista non implica “libertà” nelle relazioni salariali, come la “sinistra” ha rivendicato per anni.[27]
Centinaia di milioni di semi-schiavi esistono oggidì nel “sistema-mondo”, come mai prima d’ora[28].Il divario tra ricchi e poveri non è mai stato cosi ampio. La classe borghese sta scomparendo: questa è la situazione che abbiamo davanti.
È ovvio che il neoliberismo non segna la fine del colonialismo, ma al contrario la colonizzazione del Nord. Questa nuova “colonizzazione del mondo”[29] riporta agli inizi del “sistema mondiale moderno” nel lungo 16° sec, quando la conquista delle Americhe, il loro sfruttamento e trasformazione coloniale consentirono l’ascesa e lo sviluppo dell’Europa.[30]
Dove non c’è Sud, non c’è Nord; dove non c’è periferia, non c’è centro; dove non c’è colonia, non c’è – in nessun caso- la civiltà “occidentale”.[31]
Tutto sulla terra oggidì si trasforma in “merce”, ovvero tutto si trasforma in oggetto di “scambio e commercializzazione”. L’obbiettivo è trasformare tutto e tutti in “merce”, incluso la vita stessa.[35]
Le persone credono nel mercato come fosse un dio e questo sembra dare il senso che nulla possa capitare senza di esso. L’unico scopo della attività economica è diventata la totale accumulo di denaro/capitale, globalmente massimizzato, come un benessere astratto.
Una cosa però in genere non viene considerata: il benessere astratto creato per accumulo, implica la distruzione della natura come benessere concreto.
Il risultato è un “buco in terra” e li vicino una discarica con le merci consumate, macchinari obsoleti e denaro senza valore.[37]
La diversità viene soffocata a e milioni di persone sono li a pensare a come sopravvivere. E diciamocelo: come possiamo sopravvivere senza risorse, né mezzi di produzione, né denaro?
Il nichilismo del nostro sistema economico è evidente: tutto il mondo verrà trasformato in denaro e poi scomparirà. In fondo il denaro non può essere mangiato.
Il concetto che il capitalismo e la democrazia siano unica cosa è dimostrato essere un mito del neoliberalismo e del suo totalitarismo monetario.[40]
Neoliberalismo e Guerra sono i due lati della stessa medaglia.[44]
Gli stati nazionali si stanno sviluppando in “stati periferici” in funzione del ruolo inferiore che svolgono nel Nuovo Ordine Mondiale.[51] La democrazia pare obsoleta. Dopotutto, “impedisce il business”.[52]
Il “Nuovo Ordine Mondiale” implica una nuova divisione di lavoro non che non distingue più tra nord e sud, tra est e ovest: ovunque è un sud. A nessuno è concesso interferire. Ironicamente, ci stiamo aspettando di fare affidamento su di loro per trovare una soluzione alla crisi in cui siamo.
Questo pone a rischio tutto il pianeta poiché la responsabilità è qualcosa che le multinazionali non hanno o conoscono. I tempi dei contratti sociali sono finiti.[55] Infatti, tutte le critiche saranno presto definite “terrore” e come tali saranno perseguite.[56]
Negli anni ’80, Ronald Reagan e Margaret Thatcher introdussero il neoliberalismo nell’Anglo-America. Nel 1989, si formulò il cosidetto “Washington Consensus”, che affermava di portare verso la libertà globale, la prosperità, e la crescita economica, attraverso la “deregulation, la liberalizzazione e la privatizzazione”.
Oggi sappiamo che quella promessa si è realizzata solo per le multinazionali, non per tutti.
Mel Medio Oriente, il sostegno occidentale a Saddam Hussein, nella Guerra tra Iraq e Iran negli anni ’80 e nella Guerra del Golfo dei primi anni 90, annunciò la presenza permanente degli USA nella regione petrolifera più contestata del mondo.
Nell’Europa continentale, il neoliberalismo iniziò con la crisi in Yugoslavia, causata dai Programmi di Aggiustamento Strutturale: Structural Adjustment Programs (SAPs) della Banca mondiale e dell’IMF. (fondo monetario internazionale). Il Paese fu pesantemente sfruttato, cadde a pezzi e infine fu assediato da una Guerra civile sulle sue ultime risorse rimaste.[58]
Dal tempo della Guerra NATO nel 1999, i Balcani sono frammentati, occupati e geopoliticamente sotto controllo neoliberale.[59] La ricostruzione dei Balcani è esclusivamente nelle mani delle multinazionali occidentali. Tutti i governi, siano essi di sinistra, destra, liberali o verdi, accettano.
Non c’è un’analisi sul collegamento tra le politiche del neoliberalismo, la sua storia, il suo background e i suoi effetti in Europa e altre parti del mondo. Allo stesso modo non c’è un’analisi del suo collegamento con il nuovo militarismo.
NOTE
[1] Maria Mies and Claudia von Werlhof (Hg), Lizenz zum Plündern. Das Multilaterale Abkommen über Investitionen MAI. Globalisierung der Konzernherrschaft – und was wir dagegen tun können, Hamburg, EVA, 2003 (1998), p. 23, 36.
[2] Johann Wolfgang von Goethe, Faust: Part Two, New York, Oxford University Press, 1999.
[3] Maria Mies, Krieg ohne Grenzen. Die neue Kolonisierung der Welt, Köln, PapyRossa, 2005, p. 34.
[5] Sassen Saskia, "Wohin führt die Globalisierung?," Machtbeben, 2000, Stuttgart-München, DVA.
[13] Maria Mies and Claudia von Werlhof (Hg), Lizenz zum Plündern. Das Multilaterale Abkommen über Investitionen MAI. Globalisierung der Konzernherrschaft – und was wir dagegen tun können, Hamburg, EVA, 2003 (1998), p. 7.
[17] Michel Chossudovsky, War and Globalization. The Truth Behind September 11th, Oro, Ontario, Global Outlook, 2003.
[22] Andre Gunder Frank, Die Entwicklung der Unterentwicklung, in ders. u.a., Kritik des bürgerlichen Antiimperialismus, Berlin, Wagenbach, 1969.
[26] Ana Isla, "Women and Biodiversity as Capital Accumulation: An Eco-Feminist View," Socialist Bulletin, Vol. 69, Winter, 2003, p. 21-34; Ana Isla, The Tragedy of the Enclosures: An Eco-Feminist Perspective on Selling Oxygen and Prostitution in Costa Rica, Man., Brock Univ., Sociology Department, St. Catherines, Ontario, Canada, 2005.
[27] Immanuel Wallerstein, Aufstieg und künftiger Niedergang des kapitalistischen Weltsystems, in Senghaas, Dieter: Kapitalistische Weltökonomie. Kontroversen über ihren Ursprung und ihre Entwicklungsdynamik, Frankfurt, Suhrkamp, 1979.
[28] Kevin Bales, Die neue Sklaverei, München, Kunstmann, 2001.
[29] Maria Mies, Krieg ohne Grenzen, Die neue Kolonisierung der Welt, Köln, PapyRossa, 2005.
[30] Immanuel Wallerstein, Aufstieg und künftiger Niedergang des kapitalistischen Weltsystems, in Senghaas, Dieter: Kapitalistische Weltökonomie. Kontroversen über ihren Ursprung und ihre Entwicklungsdynamik, Frankfurt, Suhrkamp, 1979; Andre Gunder Frank, Orientierung im Weltsystem, Von der Neuen Welt zum Reich der Mitte, Wien, Promedia, 2005; Maria Mies, Patriarchy and Accumulation on a World Scale, Women in the International Division of Labour, London, Zed Books, 1986.
[31] Claudia von Werlhof, "Questions to Ramona," in Corinne Kumar (Ed.), Asking, We Walk. The South as New Political Imaginary, Vol. 2, Bangalore, Streelekha, 2007, p. 214-268.
[35] Immanuel Wallerstein, Aufstieg und künftiger Niedergang des kapitalistischen Weltsystems, in Senghaas, Dieter: Kapitalistische Weltökonomie. Kontroversen über ihren Ursprung und ihre Entwicklungsdynamik, Frankfurt, Suhrkamp, 1979.
[37] Johan Galtung, Eurotopia, Die Zukunft eines Kontinents, Wien, Promedia, 1993.
[40] Renate Genth, Die Bedrohung der Demokratie durch die Ökonomisierung der Politik, feature für den Saarländischen Rundfunk am 4.3., 2006.
[44] Altvater, Chossudovsky, Roy, Serfati, Globalisierung und Krieg, Sand im Getriebe 17, Internationaler deutschsprachiger Rundbrief der ATTAC – Bewegung, Sonderausgabe zu den Anti-Kriegs-Demonstrationen am 15.2., 2003; Maria Mies, Krieg ohne Grenzen, Die neue Kolonisierung der Welt, Köln, PapyRossa, 2005.
[51] Michael Hardt and Antonio Negri, Empire, Cambridge, Harvard Univ. Press, 2001; Noam Chomsky, Hybris. Die endgültige Sicherstellung der globalen –Vormachtstellung der USA, Hamburg-Wien, Europaverlag, 2003.
[52] Claudia von Werlhof, Speed Kills!, in Dimmel/Schmee, 2005, p. 284-292.
[55] Claudia von Werlhof, MAInopoly: Aus Spiel wird Ernst, in Mies/Werlhof, 2003, p. 148-192.
[56] Michel Chossudovsky, America’s "War on Terrorism," Montreal, Global Research, 2005.
[58] Michel Chossudovsky, Global Brutal. Der entfesselte Welthandel, die Armut, der Krieg, Frankfurt, Zweitausendeins, 2002.
[59] Wolfgang Richter, Elmar Schmähling, and Eckart Spoo (Hg), Die Wahrheit über den NATO-Krieg gegen Jugoslawien, Schkeuditz, Schkeuditzer Buchverlag, 2000; Wolfgang Richter, Elmar Schmähling, and Eckart Spoo (Hg), Die deutsche Verantwortung für den NATO-Krieg gegen Jugoslawien, Schkeuditz, Schkeuditzer Buchverlag, 2000.
Autore: Prof. Claudia von Werlhof / Fonte originale: globalresearch.ca / Traduzione a cura di: Cristina Bassi / Fonte: thelivingspirits.net

Fonte: ecplanet.com

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