venerdì 28 giugno 2013

L’evoluzione è un dato di fatto

Foto GagliassoL’evoluzione è oggi un dato di fatto oppure una teoria? Perchè sembra che le specie che osserviamo non si evolvano più? Come si rapporta la biologia con l’ipotesi del ‘disegno intelligente’, un eventuale “disegno divino” come riproposizione contemporanea dell’ipotesi? Ne parliamo oggi con l’epistemologa Elena Gagliasso, professore associato alla facoltà di Filosofia, Lettere e Scienze Orientali dell’Università di Roma “La Sapienza”, e che insegna Filosofia e Scienze del vivente al Dipartimento di Filosofia. Le sue ricerche si situano nell’ambito che va dalla filosofia della biologia moderna e contemporanea al legame tra scienza, filosofia e società. Il suo lavoro partendo dalla metodologia e la storia dell’evoluzionismo, prende anche in considerazione altri settori delle scienze della vita: l’ecologia, gli studi sull’ominazione e sulla cognizione, le epistemologie naturalizzate. Elena Gagliasso applica nella sua indagine un’analisi critica delle naturalizzazioni riduzioniste del rapporto innato/ambiente e mente/cervello sostiene invece la transattività storico-evolutiva nella genesi dell’unità mente-corpo e con gli ambienti di vita. È socia fondatrice del Centro Interuniversitario Res Viva (Filosofia e storia delle bioscienze), dell’Associazione Donne&Scienza e del Cerms (Centro di Ricerca in metodologia delle scienze della Sapienza), fa parte del Comitato Scientifico della Scuola di specializzazione Estiva in Storia e Filosofia delle Bioscienze dell’Università Civica Nettuno, è presente nei comitati scientifici di varie riviste di settore ed un centinaio di pubblicazioni, tra articoli saggi al suo attivo. Professoressa, nel mondo scientifico vi sono ancora oggi delle resistenze riguardo la teoria dell’evoluzione, vista come una teoria assente i prove empiriche?

Nel mondo scientifico c’è piuttosto una costante interrogazione su come interpretare e raccordare tra diverse discipline le crescenti prove empiriche che emergono all’incrocio dei nuovi settori disciplinari, sempre più basati sul frame dell’evoluzionismo. egLe prove empiriche non solo confermano la teoria ma la ramificano in settori che solo cinquant’anni fa le scorrevano accanto: embriologia, neuroscienze, ecologia. Nonostante la messe di prove, ambiti culturali critici dell’evoluzionismo sono (e penso saranno) una costante sempre presente ed hanno un andamento spesso oscillatorio. In particolare nel secolo Ventesimo sono trasformate rispetto alle precendenti resistenze del creazionismo, coeve all’epoca di Darwin.. Chi si intrattiene, oggi, in su tali ragionamenti, non lo fa più alla luce della letteralità delle Sacre Scritture, ma sostiene che l’evoluzione delle specie viventi sulla Terra risponda a un disegno progettuale divino che dispiega nell’ordine dei tempi profondi tutta storia evolutiva con cognizione di causa e per raggiungere il suo ‘apice’, l’uomo. Quindi il cambiamento, la nascita del nuovo, rispetto alla fissità originaria delle specie è accettato purché inscritto in un principio d’ordine o, per così dire di ‘pienezza dell’essere’ e in senso ascendente. Per questa ragione i due momenti basilari della teoria darwiniana, o meglio oggi di tutta la biologia e dell’ecologia, che segnano la rottura con la linearità del ‘prescritto’, sono:
a. la dipendenza della selezione naturale dalla mutevolezza ambientale,
b. la correlata contingenza dei percorsi eco-evolutivi, priva di qualsiasi valutazione progressista.
Contingenza, e non quindi il caso assoluto, ma piuttosto l’impredicibilità sui tempi lunghi dei percorsi che incrociano, si elidono, si cristallizzano a tratti, producendo l’attuale panorama della biodiversità terrestre, è realtà ciò che non è mai deducibile a priori. Inoltre l’evoluzionismo non appartiene alla stessa categoria logica dell’evoluzione: in un caso ci si situa sul piano ontologico (il piano della realtà, delle cose e dei processi), nell’altro su quello epistemologico (ovvero i modi in cui noi studiamo la realtà che evolve, le teorie e il loro raffinarsi e ampliarsi nel corso di centocinquant’anni, dalla pubblicazione del’Origine delle Specie). Se il dato di fatto (cioè l’evoluzione) è ormai è ampiamente corroborato, questo è dovuto ai metodi e alle comprove, alle sperimentazioni, alle continue e nuove osservazioni (cioè l’evoluzionismo). Nonostante ciò grandi parti delle religioni monoteiste resistono all’evoluzionismo, non diversamente da come quattro secoli fa la Chiesa resisteva e condannava la teoria eliocentrica di Galileo. Ma questa negazione agisce soprattutto sull’accezzione darwiniana della contingenza storica del cambiamento, sul ruolo attivo delle estinzioni che hanno spazzato il 99% delle specie comparse sul pianeta. Quanto più s’intensificano i fondamentalismi religiosi (e questa nostra è un epoca in cui si assiste a una loro intensificazione) tanto più l’evoluzionismo fa problema, basti ricordare che i tentativi del suo ‘ammansimento’ attraverso l’Intelligent Design, che sminuisce la portata scientifica a semplice ‘opinione’ sono nati nell’America profonda delle chiese evangeliche, mentre per l’Islam integralista l’idea stessa di una natura che cambia ed evolve da sé e con l’ambiente terrestre è semplicemente blasfema.
Lei ritiene che la confessione cattolica, all’interno della religione cristiana macroscopicamente intesa, sia più incline ad accogliere il discorso evoluzionista?
Per certi versi sì. Da un lato il rapporto passato tra scienza e Chiesa, con degli errori di valutazione e le condanne inquisitorie della teologia sulla fisica ‘eretica’ in quanto antitolemaica è ormai acquisito. Da un altro lato c’è un dialogo costante, e direi curioso, di quanto i biologi evoluzionisti vanno via via dimostrando. Sicuramente anche in ambito cattolico la questione della contingenza è spinosa poiché entra in rotta di collisione con la preveggenza Dio. Ma nonostante questo, negli ultimi quarant’anni il mondo cattolico, in particolare il colto mondo dei Gesuiti, sembra orientato a sapere, a non correre più il rischio di restare, questa volta in biologia, per così dire, ‘tolemaico’.
Il concetto di finalismo in rapporto con Darwin ha un duplice aspetto: non c’è un finalismo, oppure si, ed è il fine alla sopravvivenza. Se ne parla oggi?
Sì se ne parla, anche perché ha una ricaduta pragmatica notevole per tutto ciò che collega vita e vita artificiale. Dobbiamo distinguere il finalismo (con la minuscola), come teleologia immanente a strutture e funzioni, dal Finalismo (con la maiuscola), come scopo del creato. Oggi tutavia non si parla più di finalismo nel mondo scientifico perchè questo termine è stato caricato da troppe connotazioni trascendentali. Senza dubbio si parla del rapporto di causa-effetto, dei modi in cui questo rapporto nei
sistemi complessi cambia e il prodotto di certe cause può retroagire e modificare le cause avviando catene di loops autocostitutivi, ma senza dover caricare questo processo biologico ed ecosistemico di significati trascendenti.
 Professoressa Gagliasso, in ultima analisi, cosa vorrebbe rispondere a coloro che asseriscono che, se l’evoluzione fosse un dato di fatto scientifico, le specie sarebbero ancora in evoluzione? Ad esempio, perchè l’Orango non evolve in qualcosa di più simile a un essere umano?
Le specie sono in evoluzione tutt’ora, e questo è il dato di fatto, ma è ben difficile da cogliere con quelli che sono parametri prospettici delle nostre durate di vita. Però quando ci si occupa di esseri che hanno durate di vita brevissime, come i virus o i batteri, o le drosophile, moscerini della frutta, che riescono a concentrare in poche giornate o settimane migliaia di generazioni, imagesebbene lì vediamo che l’evoluzione è all’opera, osserviamo la selezione e i complessi rapporti con gli ambienti di vita. Pensiamo ai virus, ad esempio. Quando noi prendiamo gli antibiotici,siamo degli ambienti organici stressanti per le popolazioni che ci abitano, e sul lungo periodo, i nostri corpi pervasi dall’antibiotico sono un terreno che seleziona, involontariamente, dei ceppi virali, ovvero i ceppi ‘resistenti’ per esempio alle tetracicline, e che danno luogo a vere e proprie nuove specie che ormai, oltre ad essere una preoccupazione per il mondo clinico, sono oggetto di attenzione per quello dei sistematici: ceppi resistenti sono selezione naturale al lavoro. Secondo punto, l’evoluzione è all’opera in moltissime altre specie, ma bisogna anche considerare che l’evoluzione è anche co-evoluzione dell’ambiente circostante (vi è una letteratura sterminata riguardo). origine2Quello che per noi è un momento di ‘fermo immagine’ evolutivo, poiché il tempo geologico non è nelle nostre possibilità percettive, in realtà è ‘stasi evolutiva’, cioè quell’equilibrio che si mantiene eliminando solo il difforme dai pools ben ambientati nel mondo che esiste ora, ovvero eliminando solo le code di una gaussiana che, al suo centro, ha prodotti collaudati dall’evoluzione remota, i cui vincoli, anche a livello di geni strutturali non sono facilmente modificabili. E’ per questo che i gatti sempre gatti sono e che i cani sempre cani, e lo stesso vale per la specie che noi siamo: prodotta in ere remote e via via stabilizzata; con combinazioni tra geni e ambienti di cui ormai patologi, embriologi e etologi paleoantropologi non hanno difficoltà a trovare le tracce tuttora presenti. Ma in cammino: un cammino non orientabile, non prevedibile che sappiamo solo è direttamente legato ai cambiamenti del selettore che è l’ambiente e che, nel nostro caso, è intensamente da alcuni secoli, nel bene e nel male, modificato da quella che stata chiamata la nostra ‘impronta antropica’. Le grandi estinzioni di ere geologiche remote hanno cancellato per sempre piani corporei che oggi non esistono più, l’evoluzione s’è quindi ‘canalizzata’ su una manciata di forme sopravvissute (simmetrie raggiate, simmetrie bilaterali, ecc.) e poi variate entro quei soli binari possibili in più modi: tutto l’enorme dispiegamento di varietà vita cui noi stessi apparteniamo non è che il residuo 0,1% dell’intera biomassa che in passato a ondate ha ricoperto la Terra.
intervista di Danilo Campanella
per chi volesse saperne di più:
Elena Gagliasso,
Eco-evoluzione: dallo spazio geografico all’ambiente vivente, in Life and Time. Selected contribution on The
Evolution of Life and its History, (a cura di) S. Casellato, P. Burighel, A. Minelli, Cleup, Padova, 2009, 285-294;
Metafore del vivente. Linguaggi e ricerca scientifica tra filosofia, bios e psiche, (con Giulia Frezza), Franco Angeli,
Milano, 2010;
Il senso dell’evoluzionismo tra modelli e ragionamenti sistemici, in «Riflessioni sistemiche», 2 (2010) 1, 53-64;
Scienza e scienziati: colloqui interdisciplinari, (con R. Memoli e E. Pontecorvo), Franco Angeli, Milano, 2011
Vivi perché diversi. Per i cinquant’anni di ricerca e insegnamento di Marcello Buiatti, Edizione ETS, Pisa, 2013
L’ambiente esterno/interno e i suoi confini porosi, in Confini Aperti. Il rapporto tra esterno/interno in biologia, cura di) B. Continenza, E. Gagliasso, F. Sterpetti, Franco Angeli, Milano, 2013, 17-33.

Fonte:  http://filomatinews.wordpress.com/2013/06/26/levoluzione-e-un-dato-di-fatto/

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