sabato 8 giugno 2013

La mamma del "Pirata" Marco Pantani: "mio figlio è stato ucciso"

Marco Pantani non si è ucciso. Qualcuno lo ha ammazzato organizzando un clamorosa messinscena. Ne è convinta la mamma Tonina che ormai da alcuni anni ha iniziato una indagine privata per arrivare almeno ad un brandello di verità. Non riesce più ad accettare che la morte del figlio sia stata ricondotta ad un gesto estremo legato alla droga, quando le anomalie ed i misteri che precedettero e seguirono il drammatico ritrovamento del suo corpo in un hotel di Rimini, sembrano troppo appariscenti per non essere approfonditi. E anche per restituire quella dignità al Pirata che la bufera del doping sembrava avergli tolto. Tonina Pantani ripercorre con Affaritaliani.it tutti i lati oscuri di questa storia, raccontando particolari inediti e aprendo scenari oscuri quanto inquietanti.

LO HANNO INCASTRATO - Il dramma di Marco Pantani inizia secondo Tonina con la squalifica di Madonna di Campiglio. Il 5 giugno del 1999 l'Unione Ciclistica Italiana divulgò i risultati di alcuni test eseguiti sui ciclisti dai quali era emerso che il Pirata avesse nel sangue una concentrazione di globuli rossi del 52%. La soglia massima era del 50%. Scattò una squalifica di 15 giorni con conseguente estromissione dal Giro d'Italia. Non si trattava di un controllo antidoping ma di analisi che venivano fatte nell'interesse stesso dei ciclisti. «Mio figlio – spiega Tonina - è di fatto morto a Madonna di Campiglio. Non so cosa sia successo ma fu incastrato. Anche perché sei mesi dopo cambiarono i regolamenti e dunque Marco non sarebbe più stato estromesso dal Giro. Quegli esami non avevano alcun valore. Per quattro anni  dopo quell'episodio aveva cercato di fare delle ricerche, di capire chi lo avesse fregato. È come se avesse lasciato a me il compito di proseguirle.  Marco dava fastidio a molti, quello che pensava lo diceva. Si è sempre esposto per l'intero mondo del ciclismo, non solo per la sua squadra. Poi alla fine lo hanno lasciato solo. Era favorevole ai controlli antidoping ma diceva: “gli esami vanno bene ma non potete venire a farceli in cinquanta. Un atleta per correre non deve essere costretto a diventare un donatore di sangue!”. Insieme a Bugno e Chiappucci aveva cominciato ad organizzare iniziative contro il doping. Quel giro d'Italia del 1999 era iniziato male. Mio figlio fu subito avvicinato dagli inviati di un programma televisivo che gli chiesero di giurare davanti a me che non si dopava. Poi la discussione con Andrea Tafi della Mapei. Si sentiva nell'aria che lui, quell'edizione, non doveva vincerla. “Ma come – diceva – se vince Cipollini va tutto bene e se vinco io no perché cannabalizzo tutto?”. Il clima su di lui non era dei migliori. Il giorno della vittoria di Madonna di Campiglio la moglie del titolare dell'albergo dove alloggiava mio figlio gli era andata incontro per festeggiarlo, essendo una sua grande tifosa. Lo vide arrabbiato. Poi venne fuori che il direttore sportivo della squadra lo aveva rimproverato perché quel giorno non doveva vincere la tappa. Allora mi chiedo: si corre per vincere o per perdere? In quel momento mi tornarono in mente le parole che mi disse mio figlio quando passò al professionismo dopo aver vinto il giro d'Italia dilettanti. In quel nuovo mondo, mi raccontò, c'è la mafia. Inizialmente non avevo capito cosa intendesse dire, pensavo fosse solo frastornato da un universo completamente nuovo dove si sentiva un novellino. Ora posso intuire a cosa poteva riferirsi».

IL COLPO DI GRAZIA - Dopo questa mazzata e con grande fatica Pantani era riuscito a riprendersi psicologicamente. Un secondo episodio gettò però altre pesanti ombre su di lui. In un cestino dell'hotel di Montecatini dove aveva soggiornato dopo una tappa del Giro d'Italia i carabinieri del Nas trovarono una siringa contenente insulina. Venne subito associata al Pirata. Scatterà una squalifica di otto mesi. «Non dormiva mai nella camera che gli era stata assegnata: per avere un po' di privacy dall'assalto dei tifosi, riposava di solito in un'altra stanza. La siringa fu trovata in un cestino del corridoio nei pressi di quella che doveva essere ufficialmente la sua camera. Diceva: “Oltre che da dopato mi fanno anche passare da deficiente, visto che avrei lasciato la siringa nel cestino”. Anche di questa vicenda ne soffrì terribilmente. Quella siringa era ancora sigillata, non è mai stato eseguito il test del dna per appurare se davvero fosse stato lui ad utilizzarla. È stato indagato da sette procure, come il più delinquente della Terra. Poi dopo la morte è stato assolto da ogni procedimento. Non posso negare che mio figlio abbia fatto uso di cocaina. Lo ha raccontato lui stesso in una lettera  indirizzata ad Ambrogio Fogar e mai spedita. “Nella mia vita di sportivo – scriveva -  non ho mai usato droghe, ho cominciato ad usarle dopo 8-9 mesi dalla squalifica di Madonna di Campiglio”. Ha sbagliato, era contro queste porcherie. Era un tipo che non prendeva medicine nemmeno quando era malato. Lo hanno invece fatto passare come un drogato depresso che si riempiva di farmaci. Hanno detto e scritto che assumeva quantità industriali di cocaina e che per questo aveva speso un sacco di soldi. Anche qui c'è un mistero. Uno dei miei avvocati ha scoperto che la firma rilasciata in banca negli ultimi tempi non era quella di mio figlio. Una perizia calligrafica ha smentito si trattasse di quella originale. Dunque non era stato lui ad effettuare quei prelievi. Mi ricordo che le cassiere della banca sentirono suonare, ma prima di aprire chiamarono il direttore perché non avevano riconosciuto Marco. Solo con l'arrivo del funzionario venne fatto entrare. Quando ho chiesto al direttore come aveva fatto a riconoscerlo lui mi rispose: “Dalla voce e dal cappellino, anche se era ingrassato”. Ed allora mi vengono tanti dubbi in testa, dopo aver scoperto che la squadra aveva ingaggiato un sosia di mio figlio per seminare i numerosi fans che lo attendevano prima e dopo le corse. In sostanza facevano uscire il sosia che attirava la folla e poi subito dopo Marco poteva andarsene tranquillamente ad allenarsi».
GLI ULTIMI GIORNI DI VITA - Marco Pantani verrà ritrovato cadavere il 14 febbraio 2004 in una delle stanze dell'hotel “Le Rose” di Rimini. A quanto pare era ospite della struttura da alcuni giorni. L'autopsia certificò che la morte sopraggiunse per un edema cerebrale e polmonare a seguito di un'overdose di cocaina.  «Nei giorni precedenti Marco si trovava a Milano a casa della sua manager. Fu proprio lei a chiamarci dicendo a me e mio marito di raggiungerla perché nostro figlio non stava bene. Così partimmo. Al nostro arrivo nacque una grossa discussione al termine della quale io svenni. All'arrivo della croce rossa Marco fece perdere ogni traccia. Non si sapeva dove fosse. Qualche giorno dopo la manager mi informò di aver ritrovato Marco aggiungendo che aveva bisogno di alcuni psicofarmaci: avrei dovuto farmi fare la prescrizione dal medico ed inviargliela via fax. Sembrava che la donna si incaricasse di riportare nostro figlio a casa. Marco poi chiamò un suo amico di Rimini chiedendogli se potesse andare a prenderlo alla stazione. Quindi non sappiamo con esattezza quando fece rientro in città. Sappiamo solo che più di una persona, tra cui la stessa manager, ci consigliò di andarcene in vacanza per qualche giorno in modo che Marco potesse avere tutta la tranquillità necessaria per decidere del suo futuro. E così facemmo. Partimmo per la Grecia. Dopo due giorni di viaggio arrivammo a destinazione ed io mi misi subito a chiamare tutte le persone che potevano sapere dove fosse Marco. Nessuno lo aveva visto. Proprio in quei minuti stava morendo».
LE STRANEZZE DEL RITROVAMENTO - Se davvero il Pirata, solo e depresso, voleva lasciarsi morire lontano da tutti, perché non approfittare della casa lasciata libera dai genitori e andare proprio in quell'hotel? Doveva incontrarsi con qualcuno da quelle parti? «In quella zona Marco cercava probabilmente il titolare di un'agenzia di cubiste per la quale lavorava Christina, la sua ex fidanzata, in modo forse da ottenere qualche informazioni su di lei. L'uomo, nel processo, confermò questa ipotesi. Questa ragazza è letteralmente sparita: io credo sia stata pagata e allontanata da qualcuno. Per il resto cosa sia successo in quella camera rimane un mistero. In tasca a mio figlio furono rivenute le chiavi della Mercedes che invece dovevano essere in mano alla sua manager a cui era stato chiesto di vendere l'auto. Così come alcuni giubbotti che dovevano essere a Milano sono stati rinvenuti a Rimini. In quella camera Marco non era da solo. Il titolare della pizzeria che si trova nei pressi dell'hotel mi ha raccontato di avergli portato un'omelette al prosciutto la sera prima del ritrovamento del corpo. Quando aveva bussato, mio figlio non aveva aperto del tutto la porta. L'uomo aveva quindi avuto l'impressione che dentro la stanza ci fosse qualcuno, forse una donna, visto che si trattava della vigilia di S.Valentino. C'è poi un altro particolare inquietante: Marco quella mattina aveva telefonato per due volte alla reception chiedendo al portiere di chiamare i carabinieri perché in camera c'era qualcuno che gli dava fastidio. Dopo un'ora che chiedeva aiuto, è morto. Chi era riuscito ad entrare? Nei faldoni del tribunale c'è scritto che la sera del 13 febbraio Marco avrebbe fatto confusione insieme ad alcuni componenti di una squadra di beach volley. Lo trovo molto improbabile. Non si è mai indagato sui  due segni trovati sul collo di mio figlio: fanno pensare a qualcuno che lo avesse preso da dietro. Inspiegabile anche il taglio rinvenuto sopra l'occhio. Vicino a lui c'erano anche delle palline fatte con le molliche di pane in cui sono state trovate tracce di cocaina. Io credo che lo abbiano aggredito, immobilizzato e poi imboccato con la droga. In camera non c'erano altre tracce di stupefacenti eppure fin da subito si è detto che era morto di overdose. Il cameriere che per primo è entrato ha dato due versioni diverse sul perché la porta della camera si fosse bloccata. Non esiste un verbale delle prime persone che sono entrate all'interno. Nel video ripreso dalle forze dell'ordine si vedono almeno una quindicina di uomini, cosa che ha reso impossibile isolare il dna delle persone che potevano essere entrate da Marco. La camera era tutta sottosopra, nel cestino i resti di cibo cinese che mio figlio non aveva mai amato. Non c'era neanche una bottiglia d'acqua: come aveva fatto ad ingurgitare tutta quella cocaina? Dalle foto scattate nell'immediatezza del ritrovamento si vede Marco con i box che gli uscivano fuori dai pantaloni come se lo avessero trascinato. In un'altra si vede con il braccio a protezione del viso, quasi a difendersi da qualcuno. Ma di stranezze ce ne sono tantissime. Sia le numerose telecamere di sorveglianza dell'albergo che quelle della vicina farmacia quel giorno inspiegabilmente non funzionavano. Il medico legale che aveva eseguito l'autopsia si è portato a casa il cuore di mio figlio, custodendolo in frigorifero. Lui specificò che si trattava di un frammento e che lo aveva fatto per evitare un possibile furto. Molto strano, io non ho mai sentito dire che in ospedale rubano dai cadaveri.  Anche se non ho le prove, sono convinta che Marco sia stato ucciso. Forse anche fuori dall'hotel. Ho ricevuto alcune lettere anonime in cui si racconta che la sera prima di morire Marco era stato visto da un'altra parte, con due persone a fianco che lo sorreggevano. Non posso accettare la ricostruzione ufficiale. Dopo la sua morte, per due anni, non ho fatto niente. Poi ho cominciato ad indagare trovando troppe persone che si sono approfittate dell'amore di una mamma. Mi hanno illuso e fatto star male. Io però voglio la verità, vivo oramai solo per questo».
 
Fabio Frabetti

Fonte: http://www.affaritaliani.it/pantani-ucciso-mamma-tonina020613.html


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