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giovedì 23 maggio 2013
8o-300x222.jpgPer chi non lo sapesse, Romano Prodi è professore di economia (industriale), e viene   dalla “scuola” di Andreatta. Personaggio  quest’ultimo che ha “privatizzato” di fatto la Banca d’Italia ( di diritto pubblico solo ancora di pura facciata)  sposando e facendo attuare dalla “sua”  Democrazia Cristiana allora al “potere”  quel “divorzio” tra quest’ultima e il “Tesoro” che ha amputato lo Stato italiano di quell’essenziale componente della sua potestas che presiede alla politica monetaria. Preludio essenziale all’allora futuro  abbandono  ( e trasferimento a livello  sovranazionale)   della  pratica prevista dalla  dottrina dello Stato che vuole tra i caratteri essenziali   appunto dello Stato nazionale quello di “battere moneta”,  il cui corollario più rilevante è quello di poter  fissare il tasso di sconto ufficiale a sua volta fondamentale nel determinare costi e ampiezza del credito,  che altro non rappresenta che il flusso sanguigno dell’intero organismo economico.
Questa è una circostanza rilevante perché ha costituito una implicita sconfessione della teoria keynesiana che deprivata della  possibilità di una attiva politica monetaria  perde gran parte del suo armamentario “interventista”,  risultando la politica fiscale e quella dell’intervento diretto o indiretto sull’economia reale terreno  molto meno mistificabile di scontro politico e sociale. Ciò  per le immediate ricadute sugli equilibri di “classe” e dei più generali  “interessi”   della società capitalistica  di queste ultime misure,  che necessariamente sono per loro ineliminabile natura “discrezionali” e “discriminanti”. Non potendo  contare sull’ “illusione monetaria” che è sottesa alla maggiore “universalità” delle categorie concettuali e operative delle grandezze appunto monetarie. Per rimanere nell’ambito della metafora emato-anatomica, mentre la moneta-“sangue” circola in tutto il corpo, la politica fiscale e  interventi nel mercato dei beni incidono  ex definitione su parti specifiche della anatomia del “corpo”-economico ( e non su altre).
Poiché è stato Presidente della Commissione Europea dal 1999 al 2004,  quindi nel cruciale lasso di tempo che ha preparato e poi attuato la moneta unica  europea, Prodi nel diciottesimo DVD de l’Espresso  dedicato a  “Il modello europeo e la politica economica comunitaria” deve dirci da quale interpolazione tra le varie “idelogie” che si contrappongono in materia di filosofia economica ha ricavato ciò che  contribuito in non trascurabile parte  a realizzare:  il “monstrum” ( tra l’altro)  di una Banca Centrale  Europea che,   nel mentre ha privato di ogni autonomia in termini di politica monetaria le Banche Centrali delle “Nazioni” aderenti all’area euro,  ha “dimenticato” di assorbirne il ruolo esclusivo di lender of last resort ( prestatore di ultima istanza ). 

Infatti la prolusione del suo intervento si basa tutta e in modo insistito –   come se si trattasse della scoperta della “pietra filosofale”  per dirimere irrisolte ed eterne questioni in materia  di scelte  nel “regno della scarsità”  ( dimensione dell’economia) – sulla esigenza di saper prendere il meglio da  “idelogie” che  avrebbero in modo dannoso sin qui diviso  il mondo.  Dunque false sarebbero le alternative  tra liberismo, socialismo, laissez-faire, interventismo. La superiorità del “modello renano” sul modello “anglosassone”, specie alla luce della crisi economica in atto,  lo proverebbe in modo inequivoco traducendosi in un mix ottimo tra Stato e Mercato.
 Insomma Prodi vorrebbe dirci che  Keynes avrebbe desiderato  forse un mix sub-ottimale tra interventismo elaissez-faire?  E che un mix ottimale  tra Stato e mercato non è una “ideologia”? Non è stato concepito un tale ottimale mix  in articulo mortis del  capitalismo durante la grande crisi del ’29 a fronte del pericolo comunista in URSS?  Ma a Prodi manca  qualsiasi rimembranza del “paradosso del mentitore”: affermare la morte delle “ideologie” costituisce in re ipsa una idelogia, e precisamente quella post-modernista che in economia ha condotto al “pensiero unico”.
 Ma quello della “menzogna” è territorio scivoloso per il nostro ex Presidente del Consiglio. Menzogna è infatti  sul piano storico quella che Mussolini al costituirsi dell’IRI  non ebbe migliore auspicio  che affidarsi  al pragmatismo  nella missione di quell’Istituto,  come se Beneduce messo lì al suo vertice  dallo stesso “Duce”  non avesse da tempo anticipato il keynesismo  almeno in termini pro-interventisti,  e che dalla stessa Gran Bretagna  non  si fosse  già da tempo  manifestato un autentico pellegrinaggio intellettuale   tributario del solco in quella direzione inaugurato dalI’Italia.[1]   
Sul resto delle “illuminazioni prodiane” al netto del  soporifero stile comunicativo  del professore bolognese c’è poco da dire,  al di là di una serie di luoghi comuni in stile didascalico  circa le doglianze relative alla triste  resa dei conti attuale a fronte di ciò che la UE doveva e prometteva di essere   e non è poi stato attuato, e sull’esigenza per l’ex Bel Paese  di adeguarsi ai tempi imposti dal “mutamento del mondo”, cioè dalla Globalizzazione. Come se questa fosse un decreto del suo cattolico firmamento divino e non già un errore” ideologico”  che  (tra l’altro cozza irrimediabilmente  con la filosofia  economica supposta pragmatica del modello renano ) riposa sul pur ricordato Keynes che denunciava,  nell’ultima pagina della General Theory,   le venefiche insidie di  teorie sbagliate elaborate da  “defunti economisti”. Nel caso,  vedi i pericoli  della Globalizzazione e le panzane della teoria dei costi/vantaggi comparati in regime di free trade  che si devono a  Ricardo  e alla sua del tutto infondata teoria  del commercio internazionale trasformata in dogma dai suoi posteri.  Non facendo eccezione  a tanto folle fede nei dogmi   chi come Prodi  ha poca dimestichezza con la logica,  cadendo in modo tanto eclatante nel trabocchetto dei suoi  paradossi non sapendo, anche per tal verso,  di iscriversi tra i molti “ideologi” della Globalizzazione a dispetto della sua  fede anti-ideologica. Per non dire della coerenza del Prodi ultimo Presidente dell’IRI,  che pur molto poco “renanamente” ne ha scritto l’epitaffio  regalando  l’Istituto -  attore principale della filosofia dello “Stato imprenditore”  e artefice del dimenticato “miracolo economico” -  a mo’ di saldo inservibile alla logica delle privatizzazioni “thatcheriane”.
 
Vittorangelo Orati 
Tratto da: lafinanzasulweb.it
Fonte: http://www.frontediliberazionedaibanchieri.it/article-prodi-sull-italia-la-ue-e-la-globalizzazione-117951191.html

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