domenica 5 maggio 2013

L’euroscettico Farage stravince nelle elezioni locali inglesi


Di Stefano Magni


Il partito euroscettico britannico, lo Uk Independence Party (Ukip) sta celebrando un trionfo. Ha stravinto nelle elezioni locali per la rielezione di 27 consigli di Contea e in quelli di 7 autorità locali. In complesso, l’Ukip ha conquistato 130 seggi, ben oltre le più rosee previsioni del suo leader Nigel Farage. Per misurare le dimensioni del successo, in prospettiva, basti pensare che nelle scorse elezioni locali del 2009, la formazione aveva conquistato appena 7 seggi. Oggi ne ha quasi 20 volte tanti. Espresso in percentuale, ha vinto il 25% dei voti. Il Partito Conservatore, anch’esso euroscettico, ha mantenuto la maggioranza in 17 consigli locali, perdendola, però, in altri 10. Il Partito Laburista è un altro vincitore di questa tornata elettorale, limitandosi, però, alla conquista della maggioranza in due consigli locali. A farla da protagonista, dunque, è solo l’Ukip: l’unico in grado di erodere la maggioranza conservatrice, di dare la birra ai Liberaldemocratici (partito al governo assieme a David Cameron, costantemente sconfitto in tutte le tornate elettorali locali degli ultimi 3 anni) e di arginare i Laburisti.

Queste elezioni locali, solitamente snobbate dai media internazionali, sono in realtà un test molto importante. Facendo una proiezione sulle intenzioni degli elettori britannici, all’indomani del voto, la Bbc ha calcolato che l’Ukip, oggi come oggi, vincerebbe il 23% dei consensi su scala nazionale, attestandosi come il terzo partito del Regno dopo i Laburisti (29%) e i Conservatori (25%). Risultati che fanno male soprattutto al premier David Cameron, che ieri ha dichiarato: “Rispettiamo la volontà dei cittadini che hanno scelto di votare questo partito e lavoreremo sodo per cercare di recuperarli”. Per il premier si tratta di “una lezione fondamentale” e ne trae queste conclusioni: “Per quanto riguarda gli elettori conservatori, capisco perché alcuni che ci avevano sempre sostenuto ora non lo facciano più. Vogliono che lavoriamo di più per far sì che gli onesti lavoratori vedano delle risposte nelle questioni che interessano loro maggiormente. Più aiuti per aiutarli a sopportare i costi della vita, più sforzi per far tornare a girare nel verso giusto l’economia e di più per contenere l’immigrazione, più impegno per riorganizzare il nostro welfare. Queste saranno le nostre priorità, lo sono già, lo saranno ancora di più”.
Ma allora ha veramente capito la lezione? O no? Sembra proprio di no. Perché se la massima preoccupazione degli “onesti lavoratori” britannici fosse stata l’immigrazione, il vincitore sarebbe risultato il British National Party, che invece ha perso pure quel poco che aveva preso nel 2009. Se la massima preoccupazione fosse il welfare, avrebbero votato di più i Laburisti o altri partiti all’estrema sinistra. Ma la reazione dell’opinione pubblica britannica non è stata analoga a quella che vediamo in molti altri Paesi dell’Europa continentale. Non hanno votato un’Alba Dorata, né l’equivalente del Movimento 5 Stelle, ma un partito più conservatore dei conservatori. Un partito coerentemente liberista in economia (alla faccia del “welfare che manca”) favorevole alla riduzione delle imposte sulle imprese e all’abolizione di quelle sull’eredità. E soprattutto: contrario al socialismo di ritorno dell’Unione Europea. Nigel Farage, convinto sostenitore delle idee di Margaret Thatcher, non vuole che la Gran Bretagna diventi parte di un gigantesco Stato europeo, perché ritiene che possa perdere le sue libertà tradizionali. Perché ritiene che la Gran Bretagna possa essere ancora più aperta al commercio mondiale se resta al di fuori della struttura di potere politico che si sta costituendo a Bruxelles. L’unica, semplice, esplicita, lezione che si può trarre dal voto britannico è: fuori dell’Ue. David Cameron ha cercato di contenere questa fetta di suo elettorato euroscettico impegnandosi per un prossimo referendum sull’Ue. Ma lo ha fatto, evidentemente, troppo tardi, in modo troppo poco convincente (esprimendo la sua personale convinzione di rimanere nell’Unione) e soprattutto promettendolo troppo in là: nel 2017 o anche dopo. L’Ukip, invece, vuole l’uscita del Regno Unito dall’Ue subito. E’ questa strategia della chiarezza che ha garantito il suo successo.
La vittoria dell’Ukip è un esempio anche di metodo. Si pone al di fuori degli schieramenti politici tradizionali e da questi si fa odiare, ma allo stesso tempo propone un programma concreto. Si concentra su una singola battaglia: l’uscita dall’Unione Europea, raccogliendo voti da tutti coloro che la condividono a destra e a sinistra. Si fa odiare dai media e addirittura discriminare dalle autorità locali. E’ molto rivelatore il caso recente di bambini in affido sottratti alla tutela di due militanti dell’Ukip… solo perché erano militanti dell’Ukip. Viene visto come un partito sovversivo, addirittura “diseducativo” per i minori. Ma non per questo si rivolge all’elettorato britannico promettendo violenza, bombe o rivoluzioni, marce su Londra o ghigliottine varie. Farage lascia che siano gli altri, i suoi rivali, a dargli del populista o del “clown”, ma il suo comportamento pubblico è serio. I suoi interventi al Parlamento europeo sono forti e a tratti pittoreschi, ma i suoi argomenti sono sempre fondati su una solida conoscenza dei problemi economici dell’Europa.
E’ duro con le autorità di Bruxelles, ha definito in pubblico una “nullità” il presidente del Consiglio Van Rompuy, un uomo simbolico scelto da governi nazionali che tutelano prima di tutto i loro interessi nazionali. Ritiene che le istituzioni dell’Ue siano sempre più autoritarie e nemiche della democrazia dei suoi Stati membri. Dal suo punto di vista, sia l’esecutivo tecnico in Italia che quello in Grecia sono stati delle “dittature di fatto”, con governi non eletti, ma scelti da Bruxelles. Ma resta ben lontano dalle facili teorie cospirative di chi accusa fantomatici “poteri forti” (Bilderberg, Trilaterale e massonerie varie e immaginarie) di essere la causa della crisi, per poi proporre il ritorno di uno Stato onnipotente come soluzione alla crisi. Farage, al contrario, individua i responsabili fisici: gli Stati nazionali europei e il loro progetto di costruzione di un governo comune su scala continentale. E li attacca a testa bassa, senza paura.
NIGEL FARAGE: E’ POSSIBILE UNA DIFFUSA E VIOLENTA RIVOLUZIONE GUARDA IL VIDEO (In inglese)
Nigel Farage conclude il suo intervento al Sovereign Man Offshore Tactics Workshop di Santiago (Chile) del 30 Marzo/ 1 Aprile scorsi, con un’affermazione tanto forte quanto vera: “Quando arriverà la prossima ondata di questa crisi, verranno a prendervi”. (http://www.economiaeliberta.com)


Fonte: http://www.lindipendenza.com/leuroscettico-farange-stravince-nelle-elezioni-locali-inglesi/

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