mercoledì 24 aprile 2013

Ma la rabbia dov'è finita?

rabbia-di-grilloDi Valerio Lo Monaco

Sabato scorso, ospite nella puntata di In Onda su La7, Gianni Minoli ha rilasciato una dichiarazione interessante.
Secondo il conduttore Rai di Mixer, Grillo, letteralmente, «ha realizzato un grande miracolo democratico» perché, ecco il punto, con il MoVimento 5 Stelle ha «impedito la guerra civile». E ancora, in modo se possibile ancora più chiaro, «ha portato a votare, dunque in democrazia, la rabbia diffusa, trasversale, dei cittadini».
Si tratta di una esplicitazione eloquente di una tra le cose che sosteniamo da tempo. Il fatto che Grillo abbia incanalato nel suo partito tantissima della rabbia popolare forse in procinto di esplodere è stato un elemento determinante del suo impegno politico di carattere "sistemico", ovvero il tentativo (riuscito) di entrare all'interno delle istituzioni. A questo punto resta da chiedersi cosa sarebbe successo se tale rischio dell'esplosione del malcontento non fosse stato indirizzato, e riassorbito, nei voti all'M5S.
Quando scrivevamo, tempo addietro, che tra le conseguenze inevitabili del partito di Grillo c’era il depotenziamento di una rabbia, quella italiana, che stava montando e che prima o poi era plausibile venisse fuori, ci riferivamo esattamente a questo. E la dichiarazione di Minoli dell'altra sera ne è una ulteriore conferma.

Naturalmente non sostenevamo allora e tanto meno lo facciamo oggi che questo effetto sia stato scientemente ricercato dal movimento di Grillo, sebbene altri, invece, credano che sia proprio così. Non possiamo sostenerlo per il semplice motivo che al momento non ne abbiamo conferme e dunque non possiamo arrogarci certezze che non abbiamo. Volontà o meno, però, uno degli effetti più visibili di tutta la storia politica moderna italiana è esattamente questo: dal momento che il partito di Grillo è entrato in Parlamento, quella rabbia che stava montando molto rapidamente in Italia negli ultimi mesi appare del tutto diluita e contenuta nelle speranze legate al MoVimento 5 Stelle.
Per arrivare a quale obiettivo, o per sortire quale effetto, al momento non è dato sapere.
Sicuramente è ancora presto per tirare delle somme sull'esperienza di Grillo in politica all'interno delle istituzioni. Al momento però non si può che segnalare il fatto che le tre cariche più importanti dello Stato sono diretta emanazione dei partiti tradizionali, che il “nuovo” Presidente della Repubblica è lo stesso che all'epoca ci impose Monti e che l'agenda di quest'ultimo è l'unica che verosimilmente sarà portata avanti da qualsivoglia governo di “larghe intese” cui Napolitano spianerà la strada. Con in più però, rispetto a prima delle elezioni, il fatto che non si vede nessuna chance di visibilità e tanto meno di aggregazione di quelle che almeno sino a qualche mese addietro sembravano essere potenziali scintille di esplosione della rabbia sociale. Esplosione che non va confusa con la violenza che serve solo a farsi criminalizzare, ma di cui c'è a nostro avviso un reale bisogno, per cambiare realmente le cose.
La stessa scelta di portare avanti Rodotà, è stata di fatto, da parte dell'M5S, la prima apertura a una dinamica di tipo prettamente "politico". Come dire: votate Rodotà, che peraltro è uno dei vostri, e poi stabiliamo il da farsi. Come si vede, un approccio molto differente rispetto a un tipo di battaglia senza quartiere.
Ancora più interessante, e forse un altro elemento che conferma quanto appena detto, è la parziale retromarcia di Beppe Grillo, in merito alla protesta annunciata subito dopo l'elezione di Napolitano. Prima c'era stata una sorta di chiamata alle armi a Roma. Poi il tutto si è risolto in un innocuo corteo con una sorta di conferenza stampa edulcorata. Il Golpe è diventato un Golpettino, tanto per intenderci.
Sempre secondo Minoli, in merito alla manifestazione annunciata e poi di fatto disdetta, Grillo ha deciso «invece di fare il "comizio tremendo", di rimandare la manifestazione perché aveva capito che lì ci sarebbe potuta essere violenza». Siamo ovviamente d'accordo. Tutto è rientrato sui binari del "politicamente corretto". E la storia immonda di questa Italia, con questo Parlamento, va avanti.
Il problema è, adesso, che cosa se ne debba, o possa, fare di questa rabbia (se esiste ancora) incanalata su autostrade democraticamente collaudate come quelle istituzionali.
La domanda aperta, in altre parole, è se al momento attuale, in Italia, ci sia ancora bisogno solo di urlare oppure se non sia il caso, visto ciò che si prospetta, di capire che senza una mobilitazione permanente non si può fare altro che continuare ad assistere inermi al teatrino.


Fonte:
http://www.ilribelle.com/la-voce-del-ribelle/2013/4/23/ma-la-rabbia-dove-finita.html

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