sabato 13 aprile 2013

La Domenica Economica. Stati a moneta sovrana e stati a moneta non sovrana


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Di Fabrizio Leone - oltremedianews.com
Spesa pubblica, deficit, tasse e pareggio di bilancio, chi di noi non ha mai sentito questi termini? Ma queste tematiche valgono in assoluto per tutti gli Stati? La risposta è no. Quest’oggi ci occuperemo di Stati a moneta sovrana (come gli Usa o l’Inghilterra) e stati a moneta non sovrana (come l’Italia e tutta l’eurozona).

GLI STATI A MONETA SOVRANA. Si definiscono tali tutte le Nazioni che controllano direttamente l’emissione della propria valuta. Ciò significa che gli Stati a moneta sovrana creano da sé i soldi di cui hanno bisogno, senza doverli acquistare all’esterno come fanno quelli a moneta non sovrana. Va dunque compreso che gli Stati a moneta sovrana non spendono come i cittadini, cioè essi non si trovano mai nella condizione di dover reperire il denaro prima di investirlo. Questo perché essi o se lo inventano di sana pianta, oppure commissionano la sua creazione alle Banche Centrali, anch’esse statali e direttamente controllate dal governo. Tralasciando gli aspetti legislativi di questo meccanismo per evitare di divagare dal tema principale, è fondamentale capire che gli Stati a moneta sovrana producono per primi il denaro da immettere nella società, a differenza dei privati (cittadini, aziende, imprese, ecc) che devono prima guadagnare il denaro per poi poterlo spendere. Partendo da questo presupposto, ne deriva facilmente che lo Stato a moneta sovrana è l’unico ente in grado di creare ricchezza netta tra la popolazione; dunque quando uno Stato del genere spende il suo denaro, genera ricchezza netta per la sua cittadinanza. La spesa di uno Stato a moneta sovrana, quindi, NON rappresenta un debito per i cittadini, bensì la loro ricchezza. Cerchiamo di capire questo punto.


Quando dei privati intavolano tra loro le relazioni economiche (vendita, scambio, fusione, ecc), non viene mai creata ricchezza ex novo, ma si spostano solo le risorse monetarie già esistenti da un certo soggetto ad un altro (quando si compra una macchina, i soldi spesi passano dal nostro c/c a quello del concessionario, ma a livello bancario non è stato creato né distrutto alcunché). Quando invece uno Stato decide di aprire i cantieri per la costruzione di infrastrutture, di finanziare il settore pubblico o di pagare gli stipendi esso immette nel sistema ricchezza ex novo. Infatti mentre i privati si indebitano con le banche per ottenere risorse liquide, lo Stato si indebita solo con se stesso e pertanto non esistono limiti teorici alla spesa pubblica. L’unico rischio in questo tipo di economie è l’insorgere dell’inflazione, che però è controllata in almeno tre modi diversi: a livello legale (lo Stato crea risorse secondo precisi criteri giuridici), svalutando la propria moneta e finanziando la produzione di beni reali in grado di assorbire l’eccesso di contante in circolo. Inoltre uno Stato che investe in spesa pubblica fa crescere il suo PIL e aumenta indirettamente anche le entrate fiscali (un’aliquota del 20% su un PIL di 2 trilioni è ben diversa da quella di un PIL di 2,5 trilioni). Il lettore potrebbe ora domandarsi a cosa servono le tasse se lo Stato può creare da sé tutta la ricchezza di cui necessita. La risposta è sorprendente: serve ad impedire che i privati si arricchiscano troppo e possano insidiare il potere dello Stato. Negli Stati a moneta sovrana, infatti, NON E’ ASSOLUTAMENTE VERO CHE LE TASSE SERVONO A REPERIRE I FONDI NECESSARI. Se infatti lo Stato immette 100 nella società e si riprende indietro un 25 di tasse, non serve un premio Nobel in matematica per capire che non sarà quel 25 ad arricchirlo.

Si capisce dunque che in questi tipi di Stati è possibile sia istituire un efficiente Stato Sociale (fondi per istruzione, sanità, giustizia, sicurezza, opere pubbliche) che realizzare la piena occupazione.

GLI STATI A MONETA NON SOVRANA. Sono tutti quegli Stati che o hanno deciso di adottare una politica monetaria a cambio fisso, o hanno deciso di agganciare la propria moneta ad un bene reale come l’oro o sono come l’Euro, di cui ci occuperemo oggi. Per quanto riguarda gli Stati dell’Eurozona, essi sono costretti a spendere esattamente come i privati; devono cioè reperire il denaro necessario prima di investirlo. L’Euro, infatti, non appartiene né agli Stati né ai cittadini, ma la politica monetaria dell’Europa la fa la Banca Centrale Europea (BCE), disgiunta dai governi nazionali e non eletta dal popolo (secondo quanto sancisce il trattato di Maastricht), che ha come obiettivo quello di garantire la stabilità dei prezzi. Tuttavia la BCE non può né comprare il debito dei Paesi Europei, né emettere liberamente la moneta, che è una prerogativa decisionale del Consiglio Direttivo (cioè i 17 governatori delle Banche Centrali nazionali più sei membri del consiglio direttivo). Questioni tecniche e giuridiche a parte, ciò significa una sola cosa. Se lo Stato non può creare da sé la moneta di cui ha bisogno è costretto a procurarsi i fondi di cui necessita o tassando i cittadini o chiedendo finanziamenti ai mercati privati (che verranno ripagati sempre attraverso le tasse). Si capisce dunque che il ruolo delle tasse cambia in modo assoluto tra le due tipologie di Stato di cui ci stiamo occupando. In questo secondo caso, difatti, sono il principale mezzo di sostentamento dello Stato. Questo comporta che lo Stato deve contenere la sua spesa, altrimenti rischia di non riuscire a pagare i debiti contratti con i privati, non potendo creare da solo la moneta necessaria ad onorarlo (senza contare che un simile meccanismo permette ai creditori esterni di indirizzare le politiche economiche dello Stato in questione). Tale situazione ingabbia l’economia degli Stati a moneta non sovrana e li espone al bombardamento della speculazione, al rischio d’insolvenza e alla “macelleria sociale”: in breve assimila lo Stato al cittadino privato. Il lettore capirà agevolmente che in simili condizioni, come stiamo sperimentando sulla nostra pelle, non c’è alcuno spazio per welfare state e piena occupazione, né tantomeno viene creata ricchezza netta per la popolazione. 

IN SINTESI. Ricapitolando brevemente quanto detto finora, notiamo che la campagna martellante di debito pubblico, deficit, insolvenza, pareggio di bilancio e simili non è una categoria applicabile indistintamente a tutti i sistemi economici, ma cambia radicalmente a seconda del tipo di moneta, sovrana o meno, adottata da uno Stato. Mentre gli Stati a moneta sovrana non devono infatti procurarsi la moneta dall’esterno, e possono quindi perseguire gli obiettivi del welfare state e della piena occupazione, gli Stati a moneta non sovrana sono costretti a comportarsi come un privato cittadino che, non potendo permettersi un auto lussuosa, si accontenta di andare a piedi.

Concludiamo la rassegna odierna con una suggestione lanciata da uno studio portato avanti dagli economisti Papadimitriou, Wary e Nersisyan. “[…] la disintegrazione dell’euro è solo una questione di tempo. Non dobbiamo consolarci per nulla con il salvataggio della Grecia, poiché la tragedia generata dalla crisi attuale è solo all’inizio, e segnerà la morte non solo di una moneta, ma di una visione unitaria dell’Europa”.


Fonte: http://www.oltremedianews.com/17/post/2013/03/la-domenica-economica-stati-a-moneta-sovrana-e-stati-a-moneta-non-sovrana.html

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