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sabato 20 aprile 2013
Di Martin Hutchinson



La forte pressione fiscale non fa che paralizzare il sistema di ricchezza esistente. Le sinistre di tutto il mondo si lagnano per la crescente diseguaglianza sociale, mentre Edward Luce del Financial Times, affermando che “l’era di Obama sarà descritta come l’era della diseguaglianza negli Stati Uniti”, fa sicuramente strozzare il Presidente Barack Obama mentre mangia i suoi cornflakes.

Al contrario del credo della sinistra, l’aumento della diseguaglianza e il volgare comportamento della casta dei super-ricchi non sono causati dall’inadeguata pressione fiscale, bensì da due decenni di politica monetaria volta ad opprimere l’economia mondiale con tassi d’interesse nominali negativi.

Il presidente del Comitato dei Governatori della Federal Reserve, Ben Bernanke, il suo predecessore Alan Greenspan e i loro imitatori all’estero, sono responsabili dell’ascesa di una classe di "nuovi ricchi" che è straordinariamente privilegiata e spesso (ma non sempre!) straordinariamente sgradevole per etica e comportamenti.


Se si confronta il “Forbes 400” del 1982, la lista degli americani più ricchi, con quella del 2012, si noterà un impressionante cambiamento. Mentre un’evidente maggioranza degli appartenenti alla lista del 1982, ben 32 su 50, avevano ereditato il proprio patrimonio, nel 2012 i self-made man sono la stragrande maggioranza, 34 su 50, proveniente da famiglie povere o della middle-class senza significative connessioni con il mondo del business. 

In un arco di tempo così breve (alcuni dei nomi in cima alla lista del 2012 erano già su quella del 1982) è un cambiamento davvero sorprendente. Osservando una lista del 1918, sempre di BC Forbes (anno in cui i registri delle imposte sul reddito erano disponibili per consultazione pubblica), si scopre che anche in quell’epoca di forte diseguaglianza sociale e imposte sul reddito contenute, 17 dei 30 patrimoni in cima a quelle classifiche erano ereditari, di fronte a 13 self-made man. Quindi è il 2012, e non il 1982, ad essere anomalo.


Dal 1982 possiamo osservare un cambiamento altrettanto significativo: i ricchi sono diventati sempre più ricchi; il patrimonio totale della casta del Forbes 400 rappresentava il 2,8% del Pil nel 1982, e l’11,5% nel 2012, in atre parole, la ricchezza media dei membri del Forbes 400 è cresciuta di 4 volte in proporzione all’economia degli USA, di 8 volte in termini reali e di 20 volte in termini monetari.

A livello internazionale il contrasto è addirittura maggiore, dal 1982 la ricchezza media è cresciuta ancor più che negli Stati Uniti ed il passaggio da eredi a self-made man è più marcato. In ogni caso sul piano internazionale abbiamo visto la crescita dei mercati dei paesi emergenti e l’emergere della Russia e dell’ex blocco sovietico, quindi il paragone non è del tutto lecito.

L’economia degli Stati Uniti è tanto capitalista quanto lo era nel 1982 e aveva più o meno la stessa importanza per l’economia mondiale, pertanto il cambiamento deve dipendere da fattori che vanno al di là delle performance politiche ed economiche dell’economia statunitense. Il boom del mercato azionario negli anni tra il 1982 e il 2000 c’entra sicuramente; nel 1997, quindi a metà del periodo esaminato (l’indice azionario S&P 500 era 10 volte superiore rispetto al 1982) i patrimoni erano molto più grandi rispetto al 1982, ma corrispondevano, in termini reali, a meno della metà delle loro attuali dimensioni.

 E’ naturale che il numero dei self-made billionaires cresca negli anni tra il 1982 e il 1997, a causa dell’enorme spinta rialzista delle azioni USA. Così è stato ma solamente per un numero che varia tra 18 e 23 su un totale di 50, una proporzione simile a quella del 1918. Solo a partire dal 1997 si ha il grande avvento dei self-made man ultra ricchi, con un conseguente aumento dei patrimoni che non è giustificabile con l’aumento del valore azionario di questo periodo che, per altro, è relativamente modesto (il valore nominale non è nemmeno raddoppiato mentre quello reale cresce solo del 10-20 %).

L’aumento incredibile dei super ricchi self-made man dal 1997 al 2012, unitamente alla crescita dei patrimoni al netto, dipendono dalla medesima causa: la politica monetaria altamente espansiva messa in atto da Greenspan nel febbraio del 1995 ed esacerbata da Bernanke a partire dal 2006.

Il meccanismo è molto semplice. Tassi d’interesse molto vicini o addirittura inferiori al tasso d’inflazione favoriscono i debitori anziché i creditori, perché mettono i debitori nelle condizioni di raccogliere capitale in prestito a bassissimo costo in termini reali. Da qui le strategie ad alta leva finanziaria, che si basano su prestiti di grandi quantità di denaro ed investimenti in beni con rendimento relativamente basso, generano ricchezza rapidamente dando la possibilità ai nuovi ricchi di superare i vecchi detentori della ricchezza.

Certamente, anche i vecchi ricchi possono servirsi della leva finanziaria, ma il rischio correlato è troppo elevato. Se si verificasse uno scenario, simile a quello del 2008, con operazioni ad alto leveraggio da un lato ed un’acuta regressione dall’altro, la ricchezza potrebbe facilmente distruggersi. Questo sarebbe inaccettabile per i vecchi ricchi ma non per coloro che possiedono patrimoni recenti o non completamente costituiti; per questi ultimi il beneficio di diventare realmente ricchi è superiore al rischio in caso d’insuccesso.

 I risultati di questo modo di fare sono visibili nella lunga carriera di Donald Trump, che ha più volte dichiarato fallimento, direttamente o tramite terze parti appartenenti al suo impero immobiliare e di casinò, ma che nonostante ciò continua a godersi uno stile di vita da multimilionario e al giorno d’oggi, con i prezzi elevati e i tassi d’interesse bassi, tale stile di vita vale certamente diversi miliardi.

Gli ultimi cinque anni di Ben Bernanke, che hanno visto tassi d’interesse a breve termine pari a zero, hanno intensificato la tendenza per cui il nuovo denaro sembra essere meglio del vecchio, anche solo per il fatto che, dalla bastosta del 2008, i nuovi magnati hanno imparato che il fallimento può essere evitato e che il rischio di leverage, almeno per quanto riguarda il creditore, è molto più basso di quanto fosse in precedenza.

 La chiave per la ricchezza, nell’economia moderna, non è più la capacità di costruire un business durevole e solido, ma l’accesso ad un basso leverage. Perciò i nomi che comunemente si trovano nel Forbes top 50 del 2012, sono Ray Dalio (33 anni) e Steve Cohen (40), entrambi a capo di gruppi di gestione di hedge fund (fondi speculativi, n.d.t.), con il SAC GROUP di Cohen già impantanato in una controversia (per essere discreti) che vede molti degli insider del gruppo scambiarsi vecchi rinvii a giudizio. Dalio è oggi il più ricco dei miei compagni della classe del ’73 della Harvard Business School, ha superato Tom Stemberg, fondatore di Staples; entrambi i business sono la quintessenza dell’era del leverage di Bernanke e scommetto che li troveremo ancora sul Forbes nel 2022, senza voler menzionare il 2024.

Anche la tecnologia ha una avuto i suoi effetti; i business prevalentemente virtuali ed essenzialmente effimeri, quali Facebook o Google, possono essere costruiti molto più in fretta rispetto ai business vecchio stile che richiedevano massicci investimenti nel mattone o sistemi di vendita internazionali. E’ anche vero che le fortune virtuali possono svanire in un batter d’occhi. Ted Waitt, uno dei fondatori della Gateway, azienda che si occupa di vendite in campo informatico, business in qualche modo meno virtuale di quello dei due giganti moderni nominati, ne è un esempio; era il quarantunesimo sulla lista del 1997, con un patrimonio netto di 3 miliardi di dollari, ma nel 2009 l’intera società fu venduta alla Acer per soli 710 milioni di dollari, il che portò Waitt sia ad entrare nella top 50 del Forbes che ad uscire dalla top 400, tutto entro i suoi 46 anni.

A livello globale si può notare la stessa tendenza, ma ancor più accentuata. I russi e i cinesi sono particolarmente noti per la loro abilità di ottenere finanziamenti servendosi del leverage. Le grandi oscillazioni monetarie in Russia a partire dalla caduta del comunismo, la prevalenza di bassi tassi di interesse reali e la capacità di coloro che hanno conoscenze politiche di accedere al credito a tassi favorevoli ha fatto sì che alcuni dei nuovi ricchi abbiano preso il controllo di una parte dell’economia russa, fatto senza precedenti nei paesi occidentali. Così in Cina le banche controllate dallo stato sono state un generatore di patrimoni enormi, sconosciuti ai gloriosi giorni della Dinastia Song.

 Possiamo ricavare tre conclusioni. Innanzitutto la prevalenza dei nuovi ricchi è un fenomeno temporaneo dovuto a politiche monetarie malsane in tutto il mondo; quando tali politiche cambieranno, la maggioranza dei patrimoni costruiti grazie al leverage svanirà. Quelli costruiti sulla tecnologia virtuale daranno a loro volta prova di avere vita breve, sebbene potrebbero essere sostituiti da business analoghi, così come il Twist ha sostituito l’hula-hoop.


In secondo luogo, l’adozione di politiche di sinistra con alti tassi d’interesse non fa che paralizzare il sistema di ricchezza attualmente esistente. Costruire nuovi patrimoni sarà impossibile, e non semplice come dovrebbe, e questa condizione favorirà un crescente dominio dei nuovi ricchi sullo scenario economico mondiale. A livello globale, se vogliamo un’economia dominata dagli esponenti senza scrupoli della mafia russa, la strada da intraprendere è quella del socialismo.

Terzo punto, anche l’indicibile volgarità della cultura plutocratica moderna è una fase passeggera. Entro il 2030, i prezzi degli immobili a Londra saranno crollati e coloro che avranno patrimoni stabili possiederanno la maggior parte delle case migliori perché saranno nuovamente in grado di competere sul mercato immobiliare. La casta di Davos, senza patria né radici, che viaggia 12 mesi all’anno, sarà nuovamente costituita da top business man internazionali stipendiati e da burocrati, ovviamente avranno conti eccellenti ma saranno privi di “vera ricchezza”, la quale verrà invece investita in eleganti proprietà immobiliari nelle campagne.

Gli ultra ricchi non dovranno più giostrarsi tra gli imperi del leverage, passando per “affari” internazionali senza senso, ma si abitueranno a costruire dinastie familiari impegnando i loro patrimoni nel lungo termine in modi realmente più gradevoli. Il loro stile di vita sarà sempre meno oggetto di gossip, dove saranno apparentemente rimpiazzati dalle celebrità hollywoodiane, e la qualità delle loro case, arredamenti e proprietà aumenterà incommensurabilmente.

Il risentimento nei super ricchi è solitamente un’emozione negativa, che allontana dalla pienezza della vita e che porta all’insinuazione di governi immorali e improduttivi. Attualmente, per quanto sgradevoli sembrino i plutocrati contemporanei, sarebbe opportuno rimandare direttamente indietro il risentimento alla fonte della ricchezza disonesta: indirizzandolo quindi a Ben Bernanke e ai suoi simpatici colleghi in tutto il mondo.

Il PIL è un’unità di misura generale dell’economia, che tiene conto del valore al consumo di beni e servizi in un dato paese.

Martin Hutchinson è l’autore di Great Conservatives (Academica Press, 2005), si possono trovare ulteriori informazioni sul sito www.greatconservatives.com. Con il professor Kevin Dowd ha inoltre scritto Alchemists of Loss (Wiley, 2010). Entrambi sono disponibili su Amazon.com, Great Conservatives è solo in Kindle edition, mentre Alchemists of Loss si trova in edizione kindle e in diverse edizioni stampate. 


(Ripubblicato con l’auorizzazione di PrudentBear.com. Copyright 2005-13 David W Tice & Associates.)



Fonte: www.atimes.com
Link: http://www.atimes.com/atimes/Global_Economy/GECON-01-090413.html
9.04.2013

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CRISTINA REYMONDET FOCHIRA 


Fonte: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11747

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