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domenica 17 marzo 2013

I bulgari non dimenticano Jan Palach

di Andrea Perrone
Rinascita

È un sacrificio estremo quello in corso in Bulgaria da parte dei cittadini che si immolano in segno di protesta contro corruzione, crisi economica e aumento delle tariffe elettriche volute dall’ex premier Boiko Borisov e dai governi passati su ordine dei tecnocrati di Bruxelles.
Da parte sua il nuovo esecutivo tecnico guidato dal primo ministro Marin Raykov, ha dichiarato che l’attuale esecutivo ha il compito di traghettare il Paese fino alle prossime elezioni previste per il 12 maggio e per questo non assumerà decisioni politiche.

Ma torniamo ai tragici eventi di questi giorni messi in atto come segno estremo di protesta e disperazione.

Le telecamere di sicurezza hanno ripreso il momento esatto in cui un cittadino bulgaro disgustato dalla corruzione della sua città natale, situata in una piccola provincia della Bulgaria, si è cosparso con estrema calma di benzina e poi si è dato fuoco davanti alla sede del presidente bulgaro a Sofia. Questa settimana, è il quarto uomo in meno di un mese che ha effettuato la stessa azione disperata di fronte alla sede presidenziale nella capitale.

La scelta di darsi fuoco, un gesto veramente drammatico equivalente a quello di togliersi la vita, che ha già portato alla morte di tre dei quattro uomini, ha una notevole somiglianza con una serie di eventi simili avvenuti circa mezzo secolo fa in Europa centro-orientale, quando per lo più dei giovani intellettuali in segno di rivolta contro il dominio sovietico e comunista, si ribellarono dandosi fuoco e chiedendo libertà e giustizia contro il giogo militare e politico del socialismo reale. Un quarto di secolo dopo la caduta del comunismo in Bulgaria e nell’area orientale del Vecchio Continente, i sogni di prosperità e ricchezza si sono rivelati completamente vani, tanto che questo Paese è il più povero dell’Unione europea. Ancora una volta tutto è stato fatto per soddisfare l’ingordigia dell’iperliberismo dilagante e dell’usura internazionale che specula ignobilmente su tutti i popoli tranne quelli che hanno avuto il coraggio di affrancarsi come quello argentino e venezuelano. Ma le sorprese in negativo non finiscono qui. Un bulgaro su cinque vive infatti al di sotto della soglia di povertà, la disoccupazione è a livelli record, i redditi sono la metà della media europea e il sistema delle tangenti costituisce una realtà ineluttabile della vita quotidiana. Plamen Goranov, di 36 anni, l’uomo che si è immolato per protestare contro la corruzione nella sua città natale, Varna, è morto dopo essersi versato benzina per darsi fuoco davanti al Municipio il 20 febbraio scorso. Lo straziante gesto è stato filmato dalle telecamere di sicurezza mentre si trovava da solo pronto a compiere l’atto estremo. Goranov per questo viene definito come il “bulgaro Jan Palach”, lo studente ceco che si bruciò nel 1969 in segno di protesta contro l’occupazione sovietica della Cecoslovacchia.

Nonostante gli appelli della Chiesa ortodossa bulgara contro azioni di questo tipo e così disperate, due manifestanti bulgari, uno dei quali un padre di cinque figli, ha seguito i passi di Goranovdando dandosi fuoco. Mercoledì scorso, un altro uomo, Dimitar Dimitrov, ha fatto lo stesso davanti alla sede della presidenza nella capitale, Sofia. I parenti del fabbro 51enne, che era ridotto in condizioni critiche, hanno dichiarato che il gesto era avvenuto dopo che l’artigiano era finito in povertà assoluta per aver perso il suo lavoro due anni fa. Da parte loro le guardie della sicurezza situate all’ingresso del palazzo hanno dichiarato di aver visto l’uomo seduto per qualche tempo accanto a una fontana, quando improvvisamente ha tirato fuori una bottiglia piena di benzina e si è bagnato la testa con il liquido infiammabile per poi darsi fuoco con un fiammifero. Nonostante si siano precipitati per salvarlo e spegnere le fiamme che lo avvolgevano completamente, poco è stato possibile fare visto che ha subito ustioni sul 25 per cento del corpo e problemi respiratori per l’inalazione di gas velenosi. “Quando si è in grado di controllare le cose più semplici nella vostra vita, come l'acquisto di cibo per la famiglia o per il pagamento di utenze, mentre i monopoli chiedono sempre di più, è solo normale sentirsi tradito, lasciato impotente”, ha scritto la giornalista Mila Avramova sul quotidiano Trud. “Poi si pensa al fuoco come l’unico mezzo per essere ascoltati”, ha proseguito il reporter.

La pratica di darsi fuoco è stata praticata per secoli e per vari motivi, in particolare nel Sud-est asiatico, come protesta politica, ma persino per devozione o rinuncia. Non bisogna dimenticare inoltre che storicamente il sacrificio con il fuoco rappresenta una potente forma di protesta, tra cui è utile ricordare quella recente dell’ambulante tunisino Mohammed Bouazizi che nel 2010 ha scatenato la Primavera araba.

L’attuale ondata di proteste a livello nazionale che ha colpito la Bulgaria è stata provocata dagli aumenti delle bollette dell’energia elettrica causate dalla svendita delle compagnie statali agli stranieri (cechi in testa), ma a poco a poco si è trasformata anche in una vera e propria indignazione pubblica contro la corruzione del governo e l’influenza della criminalità organizzata a tutti i livelli della società. Le proteste hanno già provocato la caduta del governo di centrodestra, in segno per la sua incapacità di combattere la povertà e l’ingiustizia. Ma le proteste anche dopo la fine dell’esecutivo Borisov non si sono fermate in tutte le piazze fino al sacrificio estremo dei quattro bulgari. Non bisogna dimenticare comunque che le scelte estreme dei cittadini di Sofia assomigliano molto ad uno dei più forti esempi di ribellione contro una dittatura: il sacrificio di Palach, lo studente ceco che si diede fuoco nel 1969 in piazza San Venceslao nel centro di Praga per protestare contro l’invasione sovietica che schiacciò le riforme della Primavera di Praga – un atto che all’epoca risuonò come un monito in tutto il mondo comunista.

Il gesto di Palach, ispirò anche altri tre cechi che seguirono da lì a poco il suo esempio, così come altri oppositori degli invasori russi in Polonia e Ungheria.

Palach “è morto perché voleva gridare ancora più forte”, ha dichiarato in un documento firmato poco prima della fine del mandato da presidente della Repubblica ceca, Vaclav Havel.

Durante il comunismo, la Bulgaria ha rappresentato uno dei più fedeli alleati dell’Unione Sovietica. Tutti i tentativi di dissenso sono stati immediatamente repressi nel sangue. La vicenda di Palach è rimasta invece nascosta alla maggior parte dei cittadini bulgari, fino al collasso del regime avvenuto nel 1989. E’ per questo che la protesta dei cittadini di Sofia ha preso la stessa forma di quella compiuta dal giovane ceco alla fine degli anni Sessanta. Ma le critiche stavolta non sono rivolte ai regimi del socialismo reale, piuttosto rifiutano le regole imposte dall’usura internazionale In un mondo in cui a dominare sono i Signori del danaro piuttosto che la politica, a dettar legge non possono che essere i tecnocrati senza scrupoli di Bruxelles, Francoforte e Washington, desiderosi soltanto di sfruttare ignobilmente i popoli di tutto il mondo, in nome della democrazia turboliberista.

Fonte: Rinascita
http://ilupidieinstein.blogspot.it/2013/03/anche-slovenia-e-bulgaria-sono-vittime.html
Tratto da: http://terrarealtime.blogspot.it

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