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domenica 10 febbraio 2013

RobotL'era dei robot e del digitale non hanno lo stesso effetto positivo delle novità tecnologiche del secolo scorso
«I robot che rubano il lavoro all’uomo? Fesserie: l’automazione consente alle industrie dei Paesi più avanzati di competere, di recuperare produzioni che erano finite in Cina o in Messico, Paesi a basso costo del lavoro.
E i robot che sostituiscono la manodopera generano nuovo lavoro, a cominciare da quello per costruirli, programmarli ed effettuare la loro manutenzione». Parola della Robot Industries Association, che ha appena celebrato a Chicago Automate 2013, il suo salone che è anche una “convention” annuale.
La lobby Usa dell’automazione industriale alza la voce perché da un po’ di tempo a questa in America si diffondono le tesi allarmate di alcuni esperti circa l’impatto negativo della tecnologia sul mondo del lavoro.
Fino a qualche tempo fa tutta l’attenzione – quando si parla di crisi occupazionale – era concentrata sugli effetti che lo tsunami finanziario del 2008 ha avuto sull’economia reale e sul peso avuto dalla globalizzazione che ha spinto molte imprese – americane ma anche europee – a trasferire le loro attività altrove, in Paesi dove il lavoro costa poco.

LE DUE TESI - Ma da qualche tempo i termini della discussione, almeno negli Usa, sono un po’ cambiati: si gioisce quando un’azienda riesce a riportare a casa una produzione che aveva trasferito in Asia, salvo poi scoprire che la nuova fabbrica è altamente automatizzata, genera poco lavoro. E Race Against the Machine, un libro pubblicato nel 2011 da Erik Brynjolfsson ed Andrew McAfee, è diventato la bibbia di chi sostiene che l’insidia per i lavoratori dei Paesi avanzati non viene tanto dalle nazioni emergenti, quanto da un progresso tecnologico troppo veloce e troppo concentrato sulle tecnologie informatiche. Un processo che non riesce ad aprire la strada a nuove produzioni e a nuovi mestieri con la stessa velocità con cui scarica gli addetti resi superflui dai processi di automazione. La rivoluzione industriale degli ultimi due secoli ha camminato su innovazioni radicali – dal motore a vapore all’elettricità – che hanno letteralmente generato nuovi settori industriali e la capacità di soddisfare nuovi bisogni. La rivoluzione delle tecnologie digitali sta forse cambiando le nostre vite in modo altrettanto radicale, ma i nuovi lavori che nascono dal mondo delle applicazioni, pur numerosi, non sono la valanga che sarebbe necessaria.
«INNOVAZIONE TROPPO LENTA» - Tesi che sono state prese molto sul serio anche perché i due autori sono due autorevoli esperti del Massachusetts Institute of Technology di Boston, non due oscurantisti con la tendenza al luddismo. Certo, c’è anche chi, come l’economista Tyler Cowen, ha contestato il loro scenario al quale ha opposto una visione alternativa (illustrata nel suo The Great Stagnation) nella quale la domanda di lavoro che langue è frutto non di progressi tecnologici troppo rapidi ma, al contrario, della lentezza con la quale procede l’innovazione: «Dal 1910 agli anni Cinquanta del secolo scorso nelle cucine dei miei nonni sono arrivate le tubature, l’elettricità, il forno, il frigorifero, la lavabiancheria, la lavastoviglie. Dopo di allora l’unico altro arrivo è stato il forno a microonde». Un po’ pochino per alimentare un’altra rivoluzione produttiva capace di creare grossi volumi di lavoro.
LA LOBBY DEI ROBOT - Due tesi opposte ma, in fondo, complementari. Un dibattito accademico divenuto improvvisamente mainstream quando, qualche settimana fa, le tesi degli studiosi del MIT sono attivate in tv con un’ampia inchiesta della CBS. Immediata la reazione dei produttori di robot che temono di perdere gli incentivi di governi che li hanno fin qui considerati una sorta di avanguardia dello sviluppo. Certo, la lobby fa i suoi interessi, ma sono anche molti gli esperti che restano convinti che quella della tecnologia resti la strada maestra non solo per creare benessere (prodotti ad alto valore aggiunto che generano ricchezza e consentono di pagare anche il costoso Stato sociale del quale, poi, tutti beneficiano) ma anche per aumentare le opportunità di lavoro: una fabbrica che rientra dall’Asia, dicono, può dare poco lavoro diretto, ma l’industria manifatturiera, oltre ad aprire nuovi orizzonti, è il settore che crea più posti di lavoro nell’indotto, dai trasporti alla ristorazione.
LAVORATORI A RISCHIO - Nessuno, ad oggi, ha tutte le risposte. Non si può certo chiudere la porta alla tecnologia, anche se non c’è alcuna certezza che il «contagio dello sviluppo» che abbiamo vissuto negli ultimi due secoli continui anche nell’era del digitale. Fa, però, impressione leggere che la metà dei 7,5 milioni di posti di lavoro persi negli Usa durante la Grande recessione iniziata del 2008-2009 erano impieghi ben pagati del ceto medio. Le aziende, superata la recessione, sono tornate ai vecchi livelli di attività produttiva, più efficienti e redditizie. Ma quei posti di lavoro non sono tornati. E anche in Europa, dal 2008 al giugno 2012 sono svaniti 7,6 milioni di posti di lavoro ben pagati. Non saranno gli ultimi. Basti pensare ai droni, aerei che si guidano da soli, all’auto senza conduttore (in sperimentazione sulle strade della California e dell’Arizona) e ai treni automatici (già in servizio, dalla baia di Tokio a Dubai). Trema chi lavora con un volante in mano. Negli Stati Uniti sono un esercito: oltre tre milioni i camionisti, quasi 600 mila gli autisti di autobus, 340 mila i tassisti.

Fonte: corriere.it - tratto da ecplanet.com


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