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domenica 6 gennaio 2013
Vedi anche: I drammatici effetti del "Fiscal compact" sulle nostre vite spiegati in modo semplice
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I giornali ne hanno parlato poco e in termini quasi sempre così “tecnici” da risultare incomprensibili ai non addetti ai lavori. Ma da oggi entra in vigore l’accordo europeo più pericoloso per la vita dei cittadini degli Stati con problemi di bilancio pubblico: il Fiscal Compact.  Dal punto di vista “istituzionale” è una preoccupazione comprensibile: c’è il più che forte rischio che la notizia possa pesare negativamente sul declinante “europeismo da gregge” che ha fino a poco tempo fa connotato gli italiani. Con magari forti riflessi elettorali, specie per chi si prensenta come campione degli obblighi europei (Monti in primis, ma anche il Pd, l’Udc e persino berlusconiani e leghisti, che il Fiscal Compact lo hanno firmato mentre erano al governo, anche se la ratifica formale è arrivata solo il 2 marzo 2012 da parte di 25 capi di Stato e di governo (fuori Gran Bretagna e Repubblica Ceca).
Con le nuove regole per tutti i paesi scatta l’obbligo al pareggio di bilancio (scritto in Costituzione), multe per chi non lo rispetta, e nuovi vincoli per il Giorgio Napolitanorientro del debito pubblico, da ridurre di un ventesimo all’anno per raggiungere l’obiettivo del 60% rispetto al Pil. Le regole principali contenute nei 16 articoli del trattato sono le seguenti: l’impegno ad avere un deficit pubblico strutturale che non deve superare lo 0,5% del Pil e, per i paesi il cui debito pubblico è inferiore al 60% del Pil, l’1%; l’obbligo per i paesi con un debito pubblico superiore al 60% del Pil, di rientrare entro tale soglia nel giro di 20 anni, ad un ritmo pari ad un ventesimo dell’eccedenza in ciascuna annualità; l’obbligo per ogni Stato di garantire correzioni automatiche con scadenze determinate quando non sia in grado di raggiungere altrimenti gli obiettivi di bilancio concordati; l’impegno a inserire le nuove regole in norme di tipo costituzionale o comunque nella legislazione nazionale, che verrà verificato dalla Corte europea di giustizia; l’obbligo di mantenere il deficit pubblico sempre al di sotto del 3% del Pil, come previsto dal Patto di stabilità e crescita (in caso contrario scatteranno sanzioni semi-automatiche); l’impegno a tenere almeno due vertici all’anno dei 17 leader dei paesi che adottano l’euro.

Per l’Italia – il cui debito rispetto al Pil ha toccato quest’anno il 126%, nonostante e grazie ai tagli di spesa feroci portati in successione da Tremonti e Monti (la minore spesa ha aggravato la crisi produttiva e quindi anche le entrate fiscali dello Stato, in un circolo vizioso negativo senza fine) – è un salasso di dimensioni bibliche. Con un Pil attualmente intorno ai 1.550 miliardi, e un debito che ha appena sfondato la soglia dei 2.000, si tratta ogni anno di impostare una “manovra finanziaria” nell’ordine dei 40-50 miliardi tra nuovi tagli e nuove entrate. L’impegno a farlo è uno dei punti principali dell’”agenda Monti”, che potete consultare qui. Ovvio che una crescita del Pil consentirebbe di affrontare l’impegno con sacrifici minori; ma è ovvio anche che ogni riduzione di spesa pubblica comporta una Bersani e Casiniriduzione anche maggiore del prodotto interno lordo. Non si tratta di entrare in una discussione teorica sui principi dell’economia, basta guardare com’è ridotta la Grecia, che ha fatto da esperimento vivente di quel che poi è stato scritto anche nel Fiscal Compact.
Dodici i Paesi dell’euro che finora hanno ratificato il patto (tra cui l’Italia) e contemporaneamente hanno iscritto l’obbligo al mantenimento del “pareggio di bilancio” nella propria Costituzione, numero sufficiente a farne scattare l’entrata in vigore. L’equilibrio è definito come un deficit strutturale (al di fuori degli elementi eccezionali e del pagamento degli interessi sul debito) ad un livello massimo dello 0,5% del Pil. Per i paesi che hanno un debito al di sotto del tetto del 60% del Pil il margine di tolleranza sale all’1%. In caso di deviazione dai nuovi paletti per il deficit, scatterà una correzione automatica, definita dagli Stati sulla base delle raccomandazioni della MontiCommissione Ue. Le procedure potranno essere bloccate solo con una maggioranza qualificata contraria (85%).
I governi hanno un anno di tempo, a partire dall’entrata in vigore del Trattato, per mettere in atto le nuove norme sul pareggio. Per chi non introdurrà l’obbligo del pareggio, la Corte di giustizia Ue potrà imporre sanzioni fino a un massimo dello 0,1% del Pil. Le multe «dovranno essere versate all’Esm», il fondo salva-Stati permanente. Il Patto prevede poi l’obbligo di rientrare verso il tetto del 60% debito/Pil al ritmo di 1/20 l’anno per la parte eccedente. Il testo fa riferimento al “six pack” in cui si menzionano gli altri «fattori rilevanti» che concorrono a determinare la sostenibilità di medio periodo (indebitamento privato, spesa pensionistica, attivo patrimoniale). In poche parole: un cappio al collo che si stringerà a intervalli regolari e che non è previsto possa essere sfilato. Con le buone, almeno…
(Claudio Conti, “Il Fiscal Compact è da oggi il nostro Moloch”, da “Contropiano” del 1° gennaio 2013).



Fonte: http://www.libreidee.org/2013/01/fiscal-compact-ci-vogliono-morti-ora-la-sentenza-e-legge/

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