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mercoledì 19 dicembre 2012
In Francia le ragazze nere fanno abuso di prodotti depigmentanti, spesso di dubbia provenienza. Analisi di un fenomeno che va al di là della semplice questione estetica.
Di Katia Touré

Il fatto è che mettere il prodotto è una pratica tabù. Lo testimonia la violenta reazione di una parrucchiera del quartiere Château d'eau il cui viso, vistosamente truccato ma dalla pelle devastata, tradisce un impiego costante delle creme depigmentanti: «Sono segreti dei neri. Perché raccontarli ai bianchi?». La sua cliente si mostra più disponibile a parlarne: «Ho un'amica che si fa prescrivere dal suo medico il diprosone [potente corticosteroide non privo di effetti collaterali] e poi lo mescola a non so quale prodotto. Conosco anche gente che usa il sapone per i piatti o la candeggina».
Schiarirsi la pelle: una vera e propria dipendenza
A Parigi, secondo il dermatologo Antoine Petit, i pazienti che vanno incontro a complicazioni dopo una pratica intensa di depigmentazione dell'epidermide sono quasi esclusivamente persone originarie dell'Africa subsahariana, delle Antille anglofone, di Haiti ed eccezionalmente delle Antille francesi. Per la maggior parte si tratta di donne; ma ci sono anche uomini, per lo più originari del Congo, del Camerun, dell'Angola e della Nigeria. Il dottor Petit, specialista del problema, prende parte a una campagna che il comune di Parigi ha avviato già da diversi anni per contrastare questo fenomeno. «Non sono un militante, ma ben venga tutto quello che scioglie l'omertà intorno alla questione, senza voyerismo e senza accuse», ribadisce. Quantificare il fenomeno è difficile: «L'utilizzo di questi prodotti depigmentanti è molto diffuso. Ma i pazienti che hanno delle complicazioni mediche dopo una pratica di schiarimento sono solo una piccola parte», spiega Petit. «Si può certamente parlare di dipendenza: si applicano queste creme per sentirsi bene. Anche quando percepiscono i rischi, i consumatori continuano a farlo. Questo rientra perfettamente in una definizione semplificata del fenomeno della dipendenza». Al dottor Petit è capitato di trattare famiglie intere. «Ho avuto qualche caso di bambini depigmentati a Parigi. Le motivazioni avanzate dai genitori sono purezza, pulizia, luminosità. Senza dimenticare le implicazioni storiche, socioculturali e ideologiche».
Sempre più giovani nel cercare di schiarirsi la pelle, poche donne lo ammettono. Binta, 23 anni, usa i prodotti depigmentanti da quando aveva 15 anni. «Possiedo tutti i prodotti del marchio Caroskin. Mi lavo il corpo col sapone e applico la crema sul viso, sul collo, sulla schiena e sui piedi tutte le mattine», racconta Binta. «Gli uomini preferiscono le donne chiare di pelle rispetto a quelle troppo scure, lo sanno tutti. Così mi sento più bella». Ma la sua amica Hadja è di tutt'altro avviso: «Se sono nera vuol dire che non sono bella? È una stupidaggine. Per me, chi si schiarisce la pelle non ha personalità», conclude.
Prodotti di dubbia provenienza
«Le confezioni dei prodotti schiarenti non danno nessuna informazione», si lamenta il dottor Petit. «La presenza di corticosteroidi non è mai chiaramente indicata e oltretutto ci sono parecchie contraffazioni». Nel 2009 e 2010 l'Agenzia francese per la sicurezza dei prodotti sanitari e la Direzione generale per il consumo e la repressione delle frodi hanno organizzato una campagna nazionale per controllare il mercato dei prodotti depigmentanti. «Le analisi effettuate su più di 160 prodotti hanno messo in evidenza altissime percentuali di prodotti cosmetici non conformi alle regole e pericolosi per la salute in quanto contenenti sostanze proibite: circa il 30 per cento nel 2009 e il 40 per cento l'anno successivo. La Direzione per il consumo ha denunciato le infrazioni alle norme di composizione dei cosmetici e dell'etichetta e ha proceduto ai sequestri», come si legge nel rapporto pubblicato nel novembre del 2011.
«Nel 2013 continueremo la nostra campagna di sensibilizzazione in tutte le grandi città della Francia. Organizzeremo giornate di prevenzione delle problematiche sanitarie legate alla depigmentazione dell'epidermide, ma anche sul problema dello stiramento dei capelli ricci», racconta Isabelle Mananga, presidente dell'associazione Label Beauté Noire coinvolta nella campagna nazionale. «Oggi la moda impone di diventare sempre un po' più chiare. Ma è un argomento tabù. Se parlarne è complicato, figuriamoci opporvisi».
Nero-ebano o nero-normale?
Sui forum di internet abbondano le testimonianze di giovani donne alla ricerca di creme depigmentanti: «Sono nero-ebano, vengo dal Senegal, e francamente ho dei problemi a sopportare la mia pelle. Non posso truccarmi senza sembrare un clown, è terribile. Vivo a Marsiglia e da queste parti tutte le mie amiche hanno una pelle marrone o anche più chiara. Sono nere, ma di un nero normale. Sono belle e si lasciano corteggiare. Vengono da Camerun, Costa d'Avorio, Antille, Madagascar. Possono truccarsi e vestirsi di nero o con colori sgargianti. Ho le labbra rosso sangue e i miei capelli non si stirano. Mi sento inferiore. I ragazzi non mi guardano. A vent'anni mi sento sola. La mia pelle mi fa schifo. Aiutatemi, ve ne prego. Non voglio diventare bianca, ma essere di un nero più normale, non così come se fossi carbonizzata. Vi prego, non giudicatemi».
«Sta diventando un fenomeno legato alla moda, nonostante la moltitudine di complessi che circondano questa pratica», osserva la dermatologa Khadi Sy Bizet. «Anzitutto il senso di colpa, perché le donne hanno la sensazione di scrollarsi di dosso la loro vera identità. Senza contare poi l'idea che essere neri, a questo mondo, sia come partire con un handicap alla nascita». In 25 anni di pratica, la dottoressa Bizet ha ascoltato le peggiori giustificazioni addotte dalle sue giovani pazienti di origine africana: «La pelle troppo nera sembra sporca», «Bisogna schiarirsi la pelle per trovare un marito», e così via. «Quando, sulle copertine delle riviste, le celebrità nelle quali si identificano le ragazze nere diventano improvvisamente più chiare di pelle, come si può pensare che la mentalità cambi?», s'indigna la dermatologa.
Mariama, oggi quarantenne, ha fatto uso di creme schiarenti per molti anni. «Mi sono fermata quando ho cominciato ad avere problemi di pelle. Quando sudavo avevo un odore terribile. Non potevo nemmeno profumarmi perché il profumo mi bruciava la pelle». Durante un soggiorno a Dakar, in Senegal, ha incontrato Oumi, un'amica di suo marito che stava cominciando a perdere la vista a causa di un prodotto depigmentante. «Ora è quasi cieca. Mi fa male vedere i corpi devastati da quei prodotti, anche il mio. Sconsiglio a tutte le donne di schiarirsi la pelle».
«Non siamo in molti a lavorare su questo fenomeno: è una questione delicatissima che ci spinge faccia a faccia con le discriminazioni su base etnica», spiega il dermatologo Petit. «Da parte mia, non ho potuto interessarmi all'argomento senza pormi moltissime domande. Si va ben al di là del semplice problema estetico. Cerco di arrivare a un sincero scambio di vedute con i miei pazienti, ma raggiungere un dialogo franco è difficile: a un certo punto entra in gioco il senso di colpa».
Articolo originale su SlateAfrique, traduzione di Belinda Malaspina
Fonte: cronachelaiche.globalist.it
Di Katia Touré

Mettere il prodotto: espressione che significa schiarirsi la pelle con l'aiuto di cosmetici di dubbia provenienza o ricette della nonna che possono essere nocive per l'epidermide. A Parigi gli adepti di questo rituale di bellezza, sia uomini che donne, svaligiano gli scaffali dei negozi di cosmetici, specie nei quartieri di Barbès, Château-Rouge, Strasbourg-Saint-Denis e Château d'eau. Le gamme di cosmetici, che a detta dei venditori arrivano da Italia e Stati Uniti, si declinano in creme per il corpo, detergenti per il viso, sieri. E tutti promettono meraviglie per sedurre la clientela: una pelle uniforme, luminosa e più chiara in meno di un mese. Ma gli imballaggi dei prodotti si guardano bene dal riportare i rischi ai quali si espone chi ne fa uso.
Sul viale Barbès una giovane donna nera di una trentina d'anni discute con il titolare di un negozio di cosmetici. Ha appena acquistato un tubo di crema e non esita a condividere i suoi consigli. «Vedi questo prodotto? Prendi del burro di karitè, lo fai sciogliere nel microonde, lo lasci raffreddare e lo mescoli per bene alla crema. Poi te lo spalmi addosso», spiega la ragazza dal viso color caramello le cui falangi delle mani sono però di un nero paradossale.
Sul suo volto, alcune macchie ancora nere decorano il suo naso mentre le guance sono truccate di un rosa vistoso. In un mese il gioco è fatto, assicura lei. E il venditore le fa eco: «Sarai chiara e bella». La giovane donna prosegue: «L'importante è non smettere: devi continuare. Ma per non farti diventare la pelle subito troppo chiara non devi mettere la crema ogni giorno. Io non lo faccio, non voglio che gli altri si accorgano che mi metto un prodotto».Sul viale Barbès una giovane donna nera di una trentina d'anni discute con il titolare di un negozio di cosmetici. Ha appena acquistato un tubo di crema e non esita a condividere i suoi consigli. «Vedi questo prodotto? Prendi del burro di karitè, lo fai sciogliere nel microonde, lo lasci raffreddare e lo mescoli per bene alla crema. Poi te lo spalmi addosso», spiega la ragazza dal viso color caramello le cui falangi delle mani sono però di un nero paradossale.
Il fatto è che mettere il prodotto è una pratica tabù. Lo testimonia la violenta reazione di una parrucchiera del quartiere Château d'eau il cui viso, vistosamente truccato ma dalla pelle devastata, tradisce un impiego costante delle creme depigmentanti: «Sono segreti dei neri. Perché raccontarli ai bianchi?». La sua cliente si mostra più disponibile a parlarne: «Ho un'amica che si fa prescrivere dal suo medico il diprosone [potente corticosteroide non privo di effetti collaterali] e poi lo mescola a non so quale prodotto. Conosco anche gente che usa il sapone per i piatti o la candeggina».
Schiarirsi la pelle: una vera e propria dipendenza
A Parigi, secondo il dermatologo Antoine Petit, i pazienti che vanno incontro a complicazioni dopo una pratica intensa di depigmentazione dell'epidermide sono quasi esclusivamente persone originarie dell'Africa subsahariana, delle Antille anglofone, di Haiti ed eccezionalmente delle Antille francesi. Per la maggior parte si tratta di donne; ma ci sono anche uomini, per lo più originari del Congo, del Camerun, dell'Angola e della Nigeria. Il dottor Petit, specialista del problema, prende parte a una campagna che il comune di Parigi ha avviato già da diversi anni per contrastare questo fenomeno. «Non sono un militante, ma ben venga tutto quello che scioglie l'omertà intorno alla questione, senza voyerismo e senza accuse», ribadisce. Quantificare il fenomeno è difficile: «L'utilizzo di questi prodotti depigmentanti è molto diffuso. Ma i pazienti che hanno delle complicazioni mediche dopo una pratica di schiarimento sono solo una piccola parte», spiega Petit. «Si può certamente parlare di dipendenza: si applicano queste creme per sentirsi bene. Anche quando percepiscono i rischi, i consumatori continuano a farlo. Questo rientra perfettamente in una definizione semplificata del fenomeno della dipendenza». Al dottor Petit è capitato di trattare famiglie intere. «Ho avuto qualche caso di bambini depigmentati a Parigi. Le motivazioni avanzate dai genitori sono purezza, pulizia, luminosità. Senza dimenticare le implicazioni storiche, socioculturali e ideologiche».
Sempre più giovani nel cercare di schiarirsi la pelle, poche donne lo ammettono. Binta, 23 anni, usa i prodotti depigmentanti da quando aveva 15 anni. «Possiedo tutti i prodotti del marchio Caroskin. Mi lavo il corpo col sapone e applico la crema sul viso, sul collo, sulla schiena e sui piedi tutte le mattine», racconta Binta. «Gli uomini preferiscono le donne chiare di pelle rispetto a quelle troppo scure, lo sanno tutti. Così mi sento più bella». Ma la sua amica Hadja è di tutt'altro avviso: «Se sono nera vuol dire che non sono bella? È una stupidaggine. Per me, chi si schiarisce la pelle non ha personalità», conclude.
Prodotti di dubbia provenienza
«Le confezioni dei prodotti schiarenti non danno nessuna informazione», si lamenta il dottor Petit. «La presenza di corticosteroidi non è mai chiaramente indicata e oltretutto ci sono parecchie contraffazioni». Nel 2009 e 2010 l'Agenzia francese per la sicurezza dei prodotti sanitari e la Direzione generale per il consumo e la repressione delle frodi hanno organizzato una campagna nazionale per controllare il mercato dei prodotti depigmentanti. «Le analisi effettuate su più di 160 prodotti hanno messo in evidenza altissime percentuali di prodotti cosmetici non conformi alle regole e pericolosi per la salute in quanto contenenti sostanze proibite: circa il 30 per cento nel 2009 e il 40 per cento l'anno successivo. La Direzione per il consumo ha denunciato le infrazioni alle norme di composizione dei cosmetici e dell'etichetta e ha proceduto ai sequestri», come si legge nel rapporto pubblicato nel novembre del 2011.
«Nel 2013 continueremo la nostra campagna di sensibilizzazione in tutte le grandi città della Francia. Organizzeremo giornate di prevenzione delle problematiche sanitarie legate alla depigmentazione dell'epidermide, ma anche sul problema dello stiramento dei capelli ricci», racconta Isabelle Mananga, presidente dell'associazione Label Beauté Noire coinvolta nella campagna nazionale. «Oggi la moda impone di diventare sempre un po' più chiare. Ma è un argomento tabù. Se parlarne è complicato, figuriamoci opporvisi».
Nero-ebano o nero-normale?
Sui forum di internet abbondano le testimonianze di giovani donne alla ricerca di creme depigmentanti: «Sono nero-ebano, vengo dal Senegal, e francamente ho dei problemi a sopportare la mia pelle. Non posso truccarmi senza sembrare un clown, è terribile. Vivo a Marsiglia e da queste parti tutte le mie amiche hanno una pelle marrone o anche più chiara. Sono nere, ma di un nero normale. Sono belle e si lasciano corteggiare. Vengono da Camerun, Costa d'Avorio, Antille, Madagascar. Possono truccarsi e vestirsi di nero o con colori sgargianti. Ho le labbra rosso sangue e i miei capelli non si stirano. Mi sento inferiore. I ragazzi non mi guardano. A vent'anni mi sento sola. La mia pelle mi fa schifo. Aiutatemi, ve ne prego. Non voglio diventare bianca, ma essere di un nero più normale, non così come se fossi carbonizzata. Vi prego, non giudicatemi».
«Sta diventando un fenomeno legato alla moda, nonostante la moltitudine di complessi che circondano questa pratica», osserva la dermatologa Khadi Sy Bizet. «Anzitutto il senso di colpa, perché le donne hanno la sensazione di scrollarsi di dosso la loro vera identità. Senza contare poi l'idea che essere neri, a questo mondo, sia come partire con un handicap alla nascita». In 25 anni di pratica, la dottoressa Bizet ha ascoltato le peggiori giustificazioni addotte dalle sue giovani pazienti di origine africana: «La pelle troppo nera sembra sporca», «Bisogna schiarirsi la pelle per trovare un marito», e così via. «Quando, sulle copertine delle riviste, le celebrità nelle quali si identificano le ragazze nere diventano improvvisamente più chiare di pelle, come si può pensare che la mentalità cambi?», s'indigna la dermatologa.
Mariama, oggi quarantenne, ha fatto uso di creme schiarenti per molti anni. «Mi sono fermata quando ho cominciato ad avere problemi di pelle. Quando sudavo avevo un odore terribile. Non potevo nemmeno profumarmi perché il profumo mi bruciava la pelle». Durante un soggiorno a Dakar, in Senegal, ha incontrato Oumi, un'amica di suo marito che stava cominciando a perdere la vista a causa di un prodotto depigmentante. «Ora è quasi cieca. Mi fa male vedere i corpi devastati da quei prodotti, anche il mio. Sconsiglio a tutte le donne di schiarirsi la pelle».
«Non siamo in molti a lavorare su questo fenomeno: è una questione delicatissima che ci spinge faccia a faccia con le discriminazioni su base etnica», spiega il dermatologo Petit. «Da parte mia, non ho potuto interessarmi all'argomento senza pormi moltissime domande. Si va ben al di là del semplice problema estetico. Cerco di arrivare a un sincero scambio di vedute con i miei pazienti, ma raggiungere un dialogo franco è difficile: a un certo punto entra in gioco il senso di colpa».
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