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lunedì 3 dicembre 2012


A cura di Claudio Moffa, professore ordinario di Storia delle Relazioni Internazionali presso l'universita' di Teramo, Presidente dell'istituto Enrico Mattei di Alti studi sul Medio Oriente e coordinatore del Master Enrico Mattei in Vicino e Medio Oriente.

Non sarà stata proprio una sonora mazzata, ma una sconfitta sì, e non solo simbolica. Per accorgersene – per capire che gli ultimi eroici 160 palestinesi assassinati dalla furia israeliana non sono morti invano, perché hanno avuto un effetto boomerang sulle pretese del governo di Tel Aviv – si può iniziare con un dato: non sono 9 gli Stati che hanno detto no alla risoluzione propalestinese approvata ieri alle Nazioni Unite con 138 voti a favore e  41 astenuti, ma nei fatti solo 5: Israele, Stati Uniti, Canada, Repubblica ceca, Panama. Gli altri 4 Stati sono delle microbiche isole dell’arcipelago della Micronesia, chi diventato “indipendente” nel 1994 dagli Stati Uniti, chi un decennio prima, tutti poi con un territorio nazionale composto o da una sola isoletta o da un arcipelago per una superficie complessiva -  per tutti e quattro gli “Stati” – che non raggiunge i 1400 chilometri quadrati – meno di Rodi, isola lunga 87 chilometri e larga 37 – e con una popolazione totale di meno di 200 mila abitanti.

 Il composito 'fronte' dietro la vittoria diplomatica della Palestina: 
da Morsi a Assad, da Hamas al Vaticano


Una débacle sia pure solo diplomatica. Più di Durban agosto-settembre 2001. Forse solo in occasione del voto del 1975 dell’Assemblea generale sul sionismo come movimento razzista, lo Stato ebraico era rimasto così isolato: tale anche rispetto a una Europa divenuta negli ultimi decenni un cavalier servente di tutto quello che esce dalla bocca dei dirigenti israeliani, immemore della Dichiarazione di Venezia del 1980, e per quel che riguarda l’Italia, dell’abbraccio tra Pertini e Arafat nel 1982 e del discorso alla Camera di Craxi  del novembre 1985: “la lotta armata dei palestinesi è legittima”. Una vittoria dunque della Palestina e di chi nel mondo arabo e islamico la sostiene, in una catena-domino composta al suo interno da diverse spinte, opzioni, governi, raggruppamenti, spesso poco in sintonia tra loro. Nelle retrovie, la grande rete diplomatica tessuta incessantemente dall’Iran,  che nell’agosto scorso è stato ospite di un vertice dei Non Allineati che passerà alla storia nonostante il silenzio-censura della stampa italiana, e che pochi giorni dopo ha rinsaldato i legami anche con Hamas. Poi per l’appunto Hamas, notoriamente conflittuale con la moderata AP ma dichiaratasi alla fine in modo favorevole al voto ONU. Poi l’Egitto di Morsi, protagonista di una tela diplomatica passata anche per Roma – sede del governo più filoisraeliano della storia della Repubblica – avversario, Morsi, della Siria di Assad che pure ha sostenuto con fermezza la giusta causa palestinese nel Palazzo di Vetro. E lui stesso – il presidente egiziano – paradossalmente protagonista in questi giorni di una stretta autoritaria al Cairo che forse potrebbe essergli utile per capire che anche Damasco ha le sue ragioni nel contrastare con fermezza un assalto al suo regime in cui larga parte hanno avuto e hanno i servizi segreti stranieri, e il cui motivo vero è la resistenza pluridecennale della Siria alla pretesa di Israele di tenersi il Golan occupato.

Tutto questo lavorio incessante ha ottenuto un risultato concreto: la Palestina è diventato Stato osservatore delle Nazioni Unite, avrà cioè diritto a intervenire nei dibattiti nell’Assemblea generale e – visti il riconoscimento non ancora dello Stato palestinese, ma della statualità della Palestina – attivare anche dei procedimenti di incriminazione presso la Corte Penale Internazionale. Potenzialità quest’ultima da verificare fattivamente, ma già adesso punto dolente per Israele e dei suoi alleati: non a caso uno dei motivi addotti dal governo prosionista di Cameron per l’astensione della Gran Bretagna, è stato proprio il nodo della CPI. La stampa israeliana, per finire, ha sottolineato l’esito negativo per lo Stato ebraico del voto ONU anche per quel che riguarda la rivitalizzazione da parte del Vaticano dell’antico progetto di uno status internazionale di Gerusalemme come città delle tre religioni della Bibbia. Non è poco

Ma la strada non è in discesa: i rapporti complessi tra sionismo territoriale e a-territoriale

Ma tutto questo non vuol dire certo che  la strada dei diritti palestinesi e della pace è d’ora in poi in discesa. Primo, la reazione di Israele si è fatta subito sentire: Nethanyau ha già annunciato la ripresa degli insediamenti ebraici nei territori, un atto di ribellione tipico dello Stato sionista la cui politica estera non è mai stata guidata dal diritto internazionale, ma dalla Bibbia del dio Jahve, quello che avrebbe stabilito che gli Ebrei sarebbero il suo “popolo eletto”. Una politica estera che dal 1948 ad oggi ha sempre costitituito una mina vagante nelle relazioni internazionali regionali e mondiali.
Si può a questo punto pensare ottimisticamente (molto, troppo ottimisticamente) a una qualche controreazione anche in Occidente, tranne che lo scenario israelo-palestinese è, more solito, capace di trasbordare con molta ‘naturalezza’ su piani più ampli e più alti: da un punto di vista geopolitico la guerra all’Iran è sempre all’ordine del giorno per gli Stranamore israeliani, con il 'valore aggiunto', oggi , di possibile pendant-vendetta del sionismo alla sconfitta in sede ONU; sul piano economico, ci potranno essere rivalse indirette sul terreno finanziario, soprattutto nel caso di quei paesi europei – tra cui la Grecia – attanagliati dai ricatti della BCE e dei cosiddetti “mercati”, i cui nomi e cognomi comprendono tra le tante ‘famiglie’ bancarie e speculative anche quelle sioniste: è risultato evidente l'intreccio collaborativo tra il sionismo territoriale centrato sulle priorità espansioniste di Israele e il sionismo a-territoriale dei grandi poteri bancari e mediatici, “laici” occidentali, nella guerra di Libia, scatenata contro l’antisionista Gheddafi dal criminale di guerra Sarkozy – il capo di stato più filoisraeliano di tutta la storia dell’Europa postbellica, che appena assassinato il leader libico ebbe a dichiarare ‘ora tocca all’Iran’ – e finalizzata alla distruzione del sistema bancario statale della Jamahirya, ivi compreso il progetto gheddafiano di una moneta unica panafricana, il dinaro d’oro. Bisognerà vedere se queste due anime del sionismo – entrambe pericolose per l’indipendenza dei popoli (vedi tra l’altro i rigurgiti antinegazionisti anche in italia) ma con dinamiche e progettualità non sempre in sintonia tra loro – si muoveranno insieme dopo il voto di ieri, o se si attesteranno su posizioni differenziate.
Infine, last but not least, c’è il rischio di una svolta improvvisa, di un qualche brutto fatto che possa riportare indietro, di nuovo, l’orologio della storia del Medio Oriente.

Un ministato, ma attenti a 'Al Qaeda'

Questa terribile ipotesi non viene quasi mai considerata da una parte dell’opinione pubblica propalestinese, che pensa che il riconoscimento della Palestina come “stato osservatore” – ben poca cosa rispetto al sensato obbiettivo proposto da diversi intellettuali israeliani: uno stato bietnico di cittadini ebrei e palestinesi con eguali diritti e doveri – sia percepito come ‘robetta da nulla’ anche da tutti gli altri israeliani. Non è affatto così: nella percezione dell’estremismo sionista, una pur piccola inversione di tendenza è vista come un pericolo mortale. 
Rabin era un sionista convinto, e venne assassinato per aver realisticamente accettato – certo, con il calcolo dei mutati equilibri mondiali dopo il crollo della pro-araba URSS – il dialogo con Arafat; a Sharon, già corresponsabile della strage di Sabra e Shatila, pensò il destino, un ictus che gli impedì di consolidare lo smantellamento delle colonie selvagge in territorio palestinese; e Colin Powell, pochi giorni dopo la già ricordata conferenza di Durban del 2001, mai poté svolgere il previsto discorso nel Palazzo di Vetro di New York che avrebbe annunciato il sì degli Stati Uniti allo Stato palestinese. Un ‘ministato’, un’entità insignificante e senza alcun pericolo per lo Stato ebraico (a meno che non si entri nella logica biblica della “terra promessa” da “liberare”) e che il segretario di stato americano non poté perorare in sede ONU quell’11 settembre 2011. Ci fu l’attentato che avrebbe cambiato la storia del mondo. 
Non è questa certo la situazione odierna, ma non è nemmeno da escludere che dopo il voto di due giorni fa alle Nazioni Unite, torni alla ribalta delle cronache la solita Al Qaeda con qualche fattaccio, e ci sia un qualche colpo di coda. da parte degli stessi Soliti Noti, quelli che da decenni ostacolano una pace giusta in Medio Oriente.



Fonte: http://www.claudiomoffa.info/2012/11/la-sconfitta-ce-israele-e-il-mondo-dopo.html

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