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domenica 30 dicembre 2012

Il sequestro si è dimostrato ineseguibile. Non c'è una ditta che spenga gli impianti

di Annalisa Latartara

Cinque mesi scanditi da un sequestro annunciato, non eseguito e (a quanto pare) non eseguibile. Un’inchiesta sul disastro ambientale non ancora terminata, il cui prosieguo, scrivono i pm nel ricorso alla Corte Costituzionale, rischia di essere compromesso dall’intervento legislativo del Governo. Il decreto convertito in legge, la cui pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale è attesa a giorni, secondo i magistrati inquirenti, «oltre ad annullare l’efficacia del provvedimento cautelare adottato dal gip per evitare l’aggravamento e la commissione di altri reati, ha anche legittimato, mediante la prosecuzione dell’attività produttiva per un periodo di tempo determinato, la sicura commissione di ulteriori fatti integranti i reati del procedimento in corso». Di conseguenza, i fatti contestati «non potranno essere perseguiti nè potranno essere addebitati ai loro autori». Il pm, nel formulare le imputazioni non potrà andare oltre la data dell’entrata in vigore del decreto legge n. 207, quindi il 3 dicembre 2012. Nel ricorso inoltrato alla Consulta, i pm Franco Sebastio, Pietro Argentino, Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile e Remo Epifani, lamentano la violazione del dovere dell’ordinamento di reprimere e prevenire i reati. Un vero e proprio colpo di spugna.
La legge “salva Ilva” (e “salva Riva”, stando alle doglianze dei magistrati) annulla l’efficacia del provvedimento cautelare del gip che, di fatto, non ha trovato esecuzione. Malgrado gli ultimatum della Procura all’Ilva e l’affidamento degli impianti dell’area a caldo ai custodi giudiziari, gli impianti sono rimasti in marcia, continuando a produrre (e quindi ad inquinare). Lo confermano il milione e 700.000 tonnellate di acciaio prodotto dal 26 luglio al 26 novembre (per un valore di un miliardo di euro) posto sotto sequestro dal gip Patrizia Todisco su richiesta della procura, in quanto frutto della contestata attività criminosa e quindi corpo di reato.

La ditta Danieli, azienda specializzata nella costruzione di impianti siderurgici, individuata dai custodi giudiziari per la fermata degli impianti, a quanto pare, si è defilata. I tecnici si sono rifiutati di fermare il cuore pulsante dello stabilimento più grande d’Europa, gli impianti dell’area a caldo. A quanto pare, per le possibili conseguenze per la sicurezza degli impianti stessi. Tutto ciò è accaduto prima che il Governo Monti entrasse a gamba tesa nella vicenda per salvare impianti e prodotti.
Il sequestro preventivo senza facoltà d’uso dei parchi minerali e dell’area a caldo, annunciato, temuto, impugnato, almeno finora, è rimasto sulla carta. Dal 26 luglio ad oggi, dopo una serie di provvedimenti cautelari, ultimatum della procura, rigetti del gip alle richieste di dissequestro, l’acciaieria più grande d’Europa continua a produrre. Soltanto i danni ingenti del tornado abbattutosi il 28 novembre scorso e la fermata (prevista dal programma dell’azienda) dell’Altoforno 1, hanno rallentato la marcia degli impianti che (stando alle perizie) inquinano e danneggiano la salute di lavoratori e cittadini.
L’inchiesta  Ilva, comunque, non è conclusa. Prosegue da una parte puntando in alto ai vertici regionali e a coloro che si sono occupati della vecchia Aia. Sull’altro fronte c’è lo scontro istituzionale fra Governo e potere giudiziario. Uno scontro appena iniziato. Arbitro supremo sarà la Corte Costituzionale che si esprimerà sul conflitto di attribuzione sollevato dalla Procura. Non sarà l’unico ricorso alla Consulta, infatti, i pm e il gip Patrizia Todisco sono pronti a porre anche la questione di legittimità costituzionale del decreto convertito in legge. I magistrati inquirenti potrebbero farlo l’otto gennaio prossimo, nell’udienza dinanzi al tribunale dell’appello cautelare per la discussione della richiesta di dissequestro dei coils. La partita decisiva e definitiva, poi, si giocherà a Roma.

Magistratura indipendente: la Consulta faccia chiarezza
Il comportamento della procura di  Taranto, che ha «legittimamente sollevato il conflitto di  attribuzione» nel caso del decreto Ilva, è «corretto». Lo scrive, in  una nota diffusa ieri, Cosimo Maria Ferri, segretario generale di Magistratura  indipendente, sottolineando anche la sua «piena fiducia nella Corte  costituzionale».
«Il potere esecutivo -sostiene Ferri- ha reso inefficaci  provvedimenti giudiziari con effetto addirittura retroattivo. In sede  di conversione del decreto ha specificamente aggiunto che tali  disposizioni andavano applicate anche per tutelare la  commercializzazione dei prodotti finiti».  Un provvedimento, si legge ancora nella nota, «che ha vanificato l’attività giudiziaria».
Ferri auspica un verdetto della Consulta che faccia chiarezza sulla delicata vicenda. «E’ importante che la Corte Costituzionale intervenga per  chiarire i limiti d’interferenza e salvaguardi il principio di  equilibrio tra poteri dello Stato. La questione sollevata dalla  procura di Taranto -conclude – riguarda tutta la magistratura perchè  c’è in gioco anche l’autonomia e l’indipendenza e l’obbligatorietà  dell’azione penale».


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