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sabato 24 novembre 2012

ScemoUno dei meccanismi principali che regola l'evoluzione è la pressione che un ecosistema, il clima, o una specifica creatura esercitano sul ciclo vitale di un organismo. L'essere umano, ad esempio, si è trovato spesso in passato nelle condizioni di subire pressioni: il clima glaciale e desertico, o i grandi predatori e le prede di grossa taglia hanno costretto i nostri antenati a spremere le meningi e a sviluppare un ingegno del tutto unico nel regno animale.
Pare tuttavia che la stessa pressione che ha contribuito a sviluppare il nostro cervello stia progressivamente sparendo, facendoci diventare sempre meno intelligenti (definizione grossolana, lo so bene).
Questa ipotesi è stata recentemente proposta da una ricerca, pubblicata sulla rivista Trend in Genetics, in cui si sostiene che la pressione evolutiva sull'essere umano si sia fatta sempre più lieve a partire dai primi insediamenti agricoli risalenti a migliaia di anni fa.
“Lo sviluppo delle nostre abilità intellettive e l'ottimizzazione di migliaia di geni coinvolti nell'intelligenza si è probabilmente verificata in gruppi dispersi di individui prima che i nostri antenati emergessero dall'Africa” spiega Gerald Crabtree, membro del team di ricerca della Stanford University.

Quando vagavano liberi per le savane africane alla ricerca di un pasto facile, i nostro progenitori erano dotati di un bagaglio di abilità nato dalle necessità di sopravvivenza: modificare una pietra o un pezzo di legno, ad esempio, poteva garantire un vantaggio di importanza vitale contro uno dei grossi predatori africani del tempo, o un utilissimo supporto per la cattura di grosse prede ad alto contenuto proteico.
Dopo la diffusione dell'agricoltura, secondo Crabtree, i nostri antenati hanno iniziato a vivere in aree densamente popolate da agricoltori, iniziando a perdere molte delle capacità che possedevano durante la loro fase di cacciatori-raccoglitori.
Queste abilità, non più richieste in una vita sedentaria, fecero posto ad altre capacità la cui importanza a fini evolutivi è decisamente meno rilevante: in un insediamento urbano non ha alcun senso di preoccuparsi costantemente di ogni fase della semina e del raccolto, dato che ci sono pochi membri della comunità altamente specializzati che se ne occupano; lo stesso discorso vale per ogni altro aspetto della vita di comunità, e consente ad interi gruppi di individui di non dover necessariamente ingegnarsi per trovare una soluzione utile a sopravvivere.
“Un cacciatore-raccoglitore che non escogitava una soluzione efficace per ottenere cibo o riparo probabilmente moriva, e con lui tutta la sua progenie, mentre oggi un dirigente di Wall Street che compie un errore concettualmente simile riceve un bonus cospicuo e risulta un partner più attraente. È chiaro che la selezione estrema è ormai una cosa del passato”.
La conclusione dei ricercatori sembra in contrasto con i dati sul quoziente intellettivo medio degli ultimi 100 anni: la media si è alzata sensibilmente rispetto ai secoli passati (Effetto Flynn), ma i dati potrebbero essere viziati da altri elementi, a partire dal fatto che il calcolo del quoziente intellettivo non tiene in considerazione le diverse tipologie di intelligenza, limitandosi a quella logico-matematica.
Secondo Crabtree, entro 120 generazioni (circa 3.000 anni), l'intera popolazione umana sentirà gli effetti di almeno due mutazioni dannose per le nostre capacità intellettive o emotive. Queste alterazioni saranno lente ma progressive: “Credo che in futuro conosceremo ciascuna delle milioni di mutazioni umane che possono compromettere le nostre funzioni intellettive, e come queste mutazioni interagiscano con altri processi e con le influenze ambientali” sostiene Crabtree. “In quel momento, forse saremo capaci di correggere magicamente ogni mutazione avvenuta in ogni cellula di ogni organismo in qualunque delle sue fasi di sviluppo. A quel punto, il brutale processo di selezione naturale non sarà più necessario”.
Non molti ricercatori condividono i risultati di Crabtree: il fatto che ci siano mutazioni nei geni coinvolti nell'intelligenza non significa che stiamo diventando più stupidi. La diversificazione del nostro corredo genetico ha infatti contribuito a creare una popolazione eterogenea anche nelle capacità intellettive.
“Non c'era uno Stephen Hawking 200.000 anni fa” spiega Thomas Hills, psicologo della University of Warwick. “Ma ora abbiamo persone dotate delle sue capacità che fanno scoperte che non avremmo mai ottenuto continuando a vivere nell'ambiente a cui si erano adattati i nostri antenati”.
Se decine di migliaia di anni fa occorreva il giusto mix di intelligenza visivo/spaziale e cinestetica, il passaggio all'agricoltura ha consentito ad altre intelligenze di emergere e occupare un ruolo predominante all'interno del set di abilità dell'uomo moderno: uccidere un cervo con un preciso colpo di lancia poteva tornare molto utile 40.000 anni fa, ma all'interno di un ufficio moderno (la nostra fonte di sostentamento primaria) è una competenza priva di alcuna utilità.

Fonte originale: medicalxpress.com / Fonte: antikitera.net

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