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giovedì 29 novembre 2012

Non si poteva non voler bene a Rosy Bindi alla fine degli anni Ottanta, quando in mezzo a tutti quei parrucconi democristiani, spiccava per freschezza, purezza d’ideali, impertinenza, libertà di giudizio, e mette davvero una certa tristezza, paragonare ora le due immagini – quella di allora, e quella di adesso – e ritrovarla come  ingrugnita, strenuamente tesa a tenersi il posto, a non mollare la presa, e dice pure vaffa in diretta tv. È come se non volesse prendere serenamente atto che il mondo attorno a sé è cambiato, che non tutte le stagioni sono uguali nella vita degli uomini, anche degli uomini politici. 
Rosy Bindi è stata la più feroce oppositrice alle primarie. Non le voleva. 
“Le nostre regole non le prevedono per la scelta del candidato premier” tuonava il 12 maggio. “Non se ne vede l’utilità”. “Non affidiamo la soluzione di tutti i problemi del nostro  partito alle primarie”, rincarava la dose l’8 giugno, sostenuta dai Fioroni, dai Marini. “Renzi non può candidarsi, sta forzando lo statuto” sentenziava il 24 giugno. Il 16 luglio le chiesero se Renzi sarebbe stato in grado di relegarla in un cono d’ombra,  lei, insieme a Veltroni, D’Alema, Franceschini, Letta. “Ma quale cono d’ombra! Noi siamo assolutamente indispensabili!”. Ecco, diceva proprio così: in-dis-pen-sa-bi-li. Davvero merita un’altra ricandidatura?



Fonte: odiolacasta.blogspot.it

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