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giovedì 25 ottobre 2012
Una notizia aggiuntiva: Riva ha rilevato Italisider dallo stato nel 1995: da quel momento si chiamerà Ilva. Lo stabilimento di Taranto gli è costato 850 milioni di euro: fattura attualmente tra gli 8 ed i 9 miliardi di euro all'anno e dal 1995 ad oggi gli utili netti ammontano a oltre 4 miliardi di euro: un ottimo affare per lui, non c'è che dire. Secondo i dati ufficiali Riva avrebbe investito nell'azienda circa 4 miliardi di euro, di cui più di uno per ridurre le emissioni inquinanti. In realtà però non ha ottemperato a diverse prescrizioni del ministero, gli è stato permesso di continuare ad inquinare impunemente fino a quando la magistratura tarantina non ha disposto il sequestro degli impianti che inquinano: sequestro che per ora non è stato reso esecutivo.
fonte: http://www.lettera43.it/economia/macro/riva-il-padrone-di-taranto_4367559586.htm
di Antonietta Demurtas
Taranto non esiste senza l'Ilva. E l'Ilva non esiste senza Emilio Riva. È questo illeitmotiv che i tarantini usano per sintetizzare il legame indissolubile tra la città e il suo padrone.
Perché Emilio Riva, «il vecchio», come lo chiamano in fabbrica, è da anni il sindaco ombra di una città che ha abdicato a qualsiasi potere per scongiurare la chiusura dello stabilimento italiano che conta il maggior numero di dipendenti. «Qui comanda lui», dicono i tarantini.
LE OPERE DI RIVA. In questi anni con i suoi soldi non sono stati pagati solo gli stipendi di 11.600 lavoratori, ma anche le fontanelle del cimitero che si trova proprio a ridosso dell'Ilva, la ristrutturazione della parrocchia Gesù Divin Lavoratore, la chiesa del quartiere Tamburi, il più inquinato d'Italia.
Dentro e fuori l'Ilva l'influenza del magnate dell'acciaio è totale, «finanzia anche eventi cittadini e chiede di non comparire tra gli sponsor, perché a lui basta comprare il consenso della gente», racconta a Lettera43.it chi lavora a Taranto nel settore della comunicazione.
LAVORO IN CAMBIO DI CONSENSO E SILENZIO. In effetti al patron Emilio Riva, presidente dell’Ilva Spa fino al maggio 2010, comparire non piace. Sono rare le sue visite in città, ogni volta che va a Taranto alloggia dentro la foresteria dell'acciaieria. «Questione di sicurezza», dicono alcuni.
Visti i cattivi rapporti con alcuni cittadini, soprattutto familiari di operai morti in fabbrica o tarantini uccisi dall'inquinamento, meglio non rischiare. «È lui che schifa Taranto e non ci mette mai piede», raccontano invece altri.
Taranto non esiste senza l'Ilva. E l'Ilva non esiste senza Emilio Riva. È questo illeitmotiv che i tarantini usano per sintetizzare il legame indissolubile tra la città e il suo padrone.
Perché Emilio Riva, «il vecchio», come lo chiamano in fabbrica, è da anni il sindaco ombra di una città che ha abdicato a qualsiasi potere per scongiurare la chiusura dello stabilimento italiano che conta il maggior numero di dipendenti. «Qui comanda lui», dicono i tarantini.
LE OPERE DI RIVA. In questi anni con i suoi soldi non sono stati pagati solo gli stipendi di 11.600 lavoratori, ma anche le fontanelle del cimitero che si trova proprio a ridosso dell'Ilva, la ristrutturazione della parrocchia Gesù Divin Lavoratore, la chiesa del quartiere Tamburi, il più inquinato d'Italia.
Dentro e fuori l'Ilva l'influenza del magnate dell'acciaio è totale, «finanzia anche eventi cittadini e chiede di non comparire tra gli sponsor, perché a lui basta comprare il consenso della gente», racconta a Lettera43.it chi lavora a Taranto nel settore della comunicazione.
LAVORO IN CAMBIO DI CONSENSO E SILENZIO. In effetti al patron Emilio Riva, presidente dell’Ilva Spa fino al maggio 2010, comparire non piace. Sono rare le sue visite in città, ogni volta che va a Taranto alloggia dentro la foresteria dell'acciaieria. «Questione di sicurezza», dicono alcuni.
Visti i cattivi rapporti con alcuni cittadini, soprattutto familiari di operai morti in fabbrica o tarantini uccisi dall'inquinamento, meglio non rischiare. «È lui che schifa Taranto e non ci mette mai piede», raccontano invece altri.
Self made man: da un'azienda di rottami a un impero siderurgico
In effetti non è certo stato amore a prima vista quello di Riva con la città. Da quando l'imprenditore bresciano scese al Sud e diventò il nuovo capo dell'ex Italsider i rapporti sono stati sempre tesi. Erano gli anni di Tangentopoli e il nuovo proprietario «ragionò come se a Taranto fossero tutti ladri», ha spiegato a Lettera43.it Rosario Rappa, ex segretario generale della Fiom-Cgil, «portò all'interno ogni attività, dalle imprese di pulizie alle ditte esterne di operai».
A Riva non piaceva il sindacato, che dentro l'azienda di Stato Italsider esercitava un potere incontrastato. Il livello di sindacalizzazione allora era del 90%, senza distinzione tra operai e impiegati.
Ma per l'imprenditore bresciano quel modello era inconcepibile. Classe 1926, Riva si era fatto da solo, era un self made man e di ascoltare i delegati sindacali e le esigenze degli operai non ne voleva proprio sapere. «Io mi affeziono poco alle persone, per nulla alle cose...», dichiarò in un'intervista al Sole 24 Ore nel 2009. Per Riva tutto si poteva cambiare, rottamare.
DA ROTTAMAIO A MAGNATE DELL'ACCIAIO. E in effetti, negli Anni '50, insieme con il fratello Adriano, Emilio Riva aveva iniziato proprio raccogliendo rottami di ferro. Che poi rivendeva alle fabbriche della pianura padana. Nacque così, nel 1954 in Brianza, la sua azienda specializzata nel commercio di rottami ferrosi e nella lavorazione di prodotti siderurgici.
Da allora l'impresa di Riva non ha fatto che crescere diventando un impero. Ma per i vecchi operai dell’Italsider di Cornigliano, Emilio Riva era sempre «il rottamaio». Oggi a 86 anni quest'uomo minuto e dalla voce roca è il primo produttore di acciaio in Italia, quarto in Europa, decimo nel mondo.
IL RAGIONIERE LAUREATO. Con un diploma di ragioneria e una laurea honoris causa in Ingegneria meccanica, conferitagli dal Politecnico di Milano, Riva non hai mai accettato di essere definito padrone: «A me quella parola non piace. Non sono nemmeno padrone di un cane», disse ad Antonio Calabrò in uno dei venti colloqui di Intervista ai capitalisti (Rizzoli), «Sono un datore di lavoro».
Riva è sempre sfuggito a ogni definizione: «Io non sono un capitalista, ma un imprenditore industriale», ha precisato in alcune rare interviste. «I capitalisti comprano le aziende, le risanano, le rivendono. Vanno in Borsa. Speculano...Io sono diverso».
LA CORDATA PER SALVARE ALITALIA. Ha sempre dichiarato di non sapere nulla di «lobby, di compromessi con la grande finanza, di salotti». E quando qualcuno ha provato a smentirlo davanti al suo coinvolgimento nell'affaire Alitalia (l'investimento nella Cai , Compagnia aerea italiana, tra il 2008 e il 2009, gli costò 120 milioni di euro), Riva definì quel salvataggio «un atto di patriottismo».
A Riva non piaceva il sindacato, che dentro l'azienda di Stato Italsider esercitava un potere incontrastato. Il livello di sindacalizzazione allora era del 90%, senza distinzione tra operai e impiegati.
Ma per l'imprenditore bresciano quel modello era inconcepibile. Classe 1926, Riva si era fatto da solo, era un self made man e di ascoltare i delegati sindacali e le esigenze degli operai non ne voleva proprio sapere. «Io mi affeziono poco alle persone, per nulla alle cose...», dichiarò in un'intervista al Sole 24 Ore nel 2009. Per Riva tutto si poteva cambiare, rottamare.
DA ROTTAMAIO A MAGNATE DELL'ACCIAIO. E in effetti, negli Anni '50, insieme con il fratello Adriano, Emilio Riva aveva iniziato proprio raccogliendo rottami di ferro. Che poi rivendeva alle fabbriche della pianura padana. Nacque così, nel 1954 in Brianza, la sua azienda specializzata nel commercio di rottami ferrosi e nella lavorazione di prodotti siderurgici.
Da allora l'impresa di Riva non ha fatto che crescere diventando un impero. Ma per i vecchi operai dell’Italsider di Cornigliano, Emilio Riva era sempre «il rottamaio». Oggi a 86 anni quest'uomo minuto e dalla voce roca è il primo produttore di acciaio in Italia, quarto in Europa, decimo nel mondo.
IL RAGIONIERE LAUREATO. Con un diploma di ragioneria e una laurea honoris causa in Ingegneria meccanica, conferitagli dal Politecnico di Milano, Riva non hai mai accettato di essere definito padrone: «A me quella parola non piace. Non sono nemmeno padrone di un cane», disse ad Antonio Calabrò in uno dei venti colloqui di Intervista ai capitalisti (Rizzoli), «Sono un datore di lavoro».
Riva è sempre sfuggito a ogni definizione: «Io non sono un capitalista, ma un imprenditore industriale», ha precisato in alcune rare interviste. «I capitalisti comprano le aziende, le risanano, le rivendono. Vanno in Borsa. Speculano...Io sono diverso».
LA CORDATA PER SALVARE ALITALIA. Ha sempre dichiarato di non sapere nulla di «lobby, di compromessi con la grande finanza, di salotti». E quando qualcuno ha provato a smentirlo davanti al suo coinvolgimento nell'affaire Alitalia (l'investimento nella Cai , Compagnia aerea italiana, tra il 2008 e il 2009, gli costò 120 milioni di euro), Riva definì quel salvataggio «un atto di patriottismo».
Si è vantato di avere «sempre aperto e comprato fabbriche e non ne ho mai chiusa una». E ogni volta che qualcuno ha cercato di mettere i sigilli a uno dei suoi impianti è stata una lotta dentro e fuori dai tribunali. Mai un'ammissione di colpa, una scusa, un passo indietro.
Solo quando fu costretto a spegnere l'altoforno di Cornigliano, dopo due anni dalla chiusura dell'acciaieria ammise: «Riconosco che nel centro di Genova un altoforno e una cokeria non possono esistere».
RIVA ESASPERATO E ARRESTATO. Parole che non ha mai pronunciato a Taranto. Dopo il provvedimento di sequestro senza facoltà d'uso dell'intera area a caldo dello stabilimento siderurgico, Riva ha commentato: «Adesso basta con quest'atteggiamento contro di me, io non ne posso più. Chiudo tutto e me ne vado».
Per ora Emilio Riva non si può certo muovere, visto che il gip Patrizia Todisco ha disposto gli arresti domiciliari per lui, il figlio Nicola, ex presidente dello stabilimento e altri sei indagati, tra dirigenti ed ex dirigenti dell'Ilva. E forse questa volta lo sfogo di Riva, che più volte è suonato come una minaccia, potrebbe essere l'ultimo.
Solo quando fu costretto a spegnere l'altoforno di Cornigliano, dopo due anni dalla chiusura dell'acciaieria ammise: «Riconosco che nel centro di Genova un altoforno e una cokeria non possono esistere».
RIVA ESASPERATO E ARRESTATO. Parole che non ha mai pronunciato a Taranto. Dopo il provvedimento di sequestro senza facoltà d'uso dell'intera area a caldo dello stabilimento siderurgico, Riva ha commentato: «Adesso basta con quest'atteggiamento contro di me, io non ne posso più. Chiudo tutto e me ne vado».
Per ora Emilio Riva non si può certo muovere, visto che il gip Patrizia Todisco ha disposto gli arresti domiciliari per lui, il figlio Nicola, ex presidente dello stabilimento e altri sei indagati, tra dirigenti ed ex dirigenti dell'Ilva. E forse questa volta lo sfogo di Riva, che più volte è suonato come una minaccia, potrebbe essere l'ultimo.
fonte: http://www.lettera43.it/economia/macro/riva-il-padrone-di-taranto_4367559586.htm
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