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lunedì 8 ottobre 2012


Riceviamo e pubblichiamo da Massimo Polselli

Crisi, disoccupazione, sprechi, mafia, casta, corruzione, rappresentanza, globalizzazione e chi più ne ha più ne metta. Non serve certo un esperto plurilaureato per capire che qualcosa non va nell'ambiente politico di oggi.
Problemi apparentemente insormontabili inghiottono gradualmente la vita di coloro che non appartengono a quella stretta cerchia di èlite, portandoli inesorabilmente verso quella deriva di cui solo i tempi più bui hanno avuto memoria. Persi in quel limbo tristemente quiescente, sembra quasi di trovarsi a bordo di una barchetta in balia delle onde, chiusi in quella stiva umida e scura aspettando che passi la tempesta. Di ciò che accade fuori non si ha notizia: solo urla di persone ammarate e di graduati, maliziosamente isterici, che invitano i propri marinai a mantenere la calma…a non pensare a nient’altro che alla ricetta della salvezza tanto a lungo propagandata.

Eppure è strano vedere come tra l’equipaggio, seppur in una situazione di così grande difficoltà, vi sia un irrefrenabile fermento di idee. Qualcuno conosce la situazione e magari si è preparato una vita per affrontarla, o forse ancora ha solo messo da parte una buona teoria capace di giustificare quanto accade. Sicuramente migliore, più descrittiva, senz’altro più vera.
Nessuno tra questi, però, indossa un’uniforme. Nessuno di loro, nonostante il grande consenso, riceve il giusto ascolto da chi invece quell’uniforme la indossa.
Che dire… il panico è grande. Da un lato infatti vi è il timore reverenziale instillato da quell’istituzione secolare. Dall’altro invece, riflessa in quella miriade di occhi ormai stanchi di sopravvivere, vi è la certezza di una nuova speranza. Un’ansiosa voglia di procedere verso un futuro più florido.
Giunge quindi il momento di porsi nuovamente quelle domande che troppo a lungo l’abitudine e la paura hanno fatto riporre nel cassetto: E se fosse sbagliata la struttura della leadership? E se le regole che descrivono la scatola in cui viviamo da quando siamo nati, non siano mai state sufficientemente messe in discussione? Chi, in fin dei conti, ha mai vagliato l’idea che sia giusto obbedire ad un comandate dubbiamente decorato, che altro non fa se non dipingere il mondo a sua immagine e somiglianza, ricordando una storia di pochi campioni e dimenticando quei molti eroi che invece meriterebbero ogni tipo di gloria?
A ben vedere, ciò che entra in crisi non è semplicemente la giustezza dei ruoli interpretati dalle varie personalità di turno, che potrebbero casomai essere sostituite in base ad un maggiore consenso, bensì le fondamenta stesse della struttura sociale tramite la quale ogni istituzione è stata conformata. Non sono più, quindi, i comandanti dai nomi più improbabili a destare malcontento, ma l’istituzione stessa che permette ad un ipotetico qualcuno di detenere un così grande quantitativo di potere, dividendo la società in due blocchi sempre più vistosamente distinti: chi ordina e chi obbedisce.
Non è una crisi della rappresentanza, ma della rappresentatività. Non è questione di riformare un organo amministrativo che mostri una qualche sorta di malfunzionamento, ma una necessità concreta di variare la forma di governo con cui gli umani gestiscono loro stessi.
Alla luce di questo e con i mezzi di cui oggi disponiamo, che senso avrebbe continuare a ritoccare tutti quei sistemi, attuali e passati, che nel tempo hanno solo dimostrato la loro inefficienza? Che significato potrebbe mai avere ricadere ancora una volta in tutte quelle ideologie trascorse, colpevoli di aver circoscritto la criticità dei vivi entro dei limiti sempre più stretti, dividendoli, indebolendoli e distogliendoli dal loro benessere collettivo? Non equivarrebbe forse a rammendare un abito fuori moda, ormai logoro e pieno di strappi?
Stufo di sfogliare ciclicamente quelle solite pagine che niente più lasciano alla sua immaginazione, giunge il momento in cui l’uomo desidera scrivere un nuovo capitolo nel copioso libro della propria storia, voglioso di variare, di creare, di distruggere per ricostruire. Di fondare un nuovo paradigma organizzativo assieme ad una nuova ottica con cui ragionare. Un nuovo mondo capace di adattarsi plasticamente alle esigenze dei suoi abitanti, piuttosto che indottrinarli passivamente all’obbedienza di regolamenti del tutto obsoleti.
E quale esempio potrebbe mai ispirarlo, se non quello fornito dalla natura? Quale miglior guida, se non quella da cui lui dipende e dalla quale ha sempre tratto principi utili con cui migliorare la propria sopravvivenza?
Prendendo un simile esempio, capire quanto l’uomo abbia fino ad ora sbagliato nel frangente organizzativo non è affatto difficile. Basti osservare come in natura forme amministrative quali la democrazia, la monarchia, la poliarchia, la plutocrazia, l’aristocrazia, l’oligarchia non esistano. Appaiono invece sistemi efficienti in cui ogni singola parte collabora per un fine ultimo più elevato, dove armonia equilibrio e funzionalità sono le uniche parole d’ordine possibili.
E se avessimo quindi sempre sbagliato? E se oltre alla fisica, alla chimica, la medicina e a tutte le altre discipline esistesse un ulteriore campo da cui trarre beneficio emulando la natura: quello dell’organizzazione sociale?
Ecco allora prendere piede una domanda più che lecita, capace di indirizzarci verso la strada più giusta da percorrere per ricercare un nuovo paradigma amministrativo: “Se un organismo vivente può essere sociologicamente visibile come una società di cellule, come ha risolto la natura il problema dell’amministrazione tra i suoi membri?”.
Nel tentativo di fornire una risposta adeguata, dopo anni di lavoro e sperimentazione, un gruppo composto da studenti provenienti dalle facoltà di scienze politiche e relazioni internazionali, fisica e biologia dell’ateneo di Pisa, danno luce ad O.B.S. (Organizzazione BioSociale), la prima forma organizzativa sperimentale fondata sulle meccaniche di funzionamento biologiche. Ciò che ne risulta è sicuramente un progetto unico nel suo genere, pensato appositamente per sfruttare al massimo le funzionalità derivate dall’utilizzo di internet (sistema nervoso dell’organismo sociale) per compiere finalità socio-amministrative, costituendo l’attuale avanguardia teorica nel campo dell’e-government e dell’organizzazione sociale.
Non più quindi una semplice accozzaglia di trascorsi storici, demagogia ed accordi bilaterali o multilaterali per determinare il tipo di governo che segnerà l’esistenza dei cittadini in uno stato, ma l’emulazione scientificamente rigorosa dei principi su cui si fonda l’intero paradigma della vita sul pianeta.

Maggiori info: http://www.lulu.com/spotlight/obsgovernement


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