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mercoledì 17 ottobre 2012

Le proteste dei giorni scorsi nel Paese mediorientale possono essere considerate un effetto delle sanzioni economiche sull'opinione pubblica: contro il regime qualcosa si muove.

Ángeles Espinosa Articolo originale su El País, traduzione di Cristian Zinfolino
Lo scorso mercoledì il crollo del rial, la moneta iraniana, ha scatenato proteste a Teheran. Per alcuni analisti, è un segno che dimostra come l'effetto delle sanzioni inizi a tradursi in pressione politica sulle autorità. Molte attività commerciali del Gran Bazar hanno chiuso mentre centinaia di persone, apparentemente commercianti e cambiavalute, manifestavano nei dintorni. Un centinaio di questi è riuscito ad arrivare persino alle porte della Banca centrale. La polizia, chiamata per far fronte agli speculatori, ha sparpagliato entrambe le concentrazioni. In mezzo alla confusione, il cambio di valute è rimasto virtualmente sospeso.
Centinaia di poliziotti in tenuta antisommossa sono stati schierati dalla mattina presto in via Ferdowsi e nei suoi dintorni per scoraggiare i cambiavalute illegali che solitamente si dedicano alla strategia economica di scalping Forex in questa zona. Le operazioni di polizia e la chiusura degli uffici di cambio hanno scatenato una catena di proteste e scontri che si sono propagate in varie piazze del centro della capitale iraniana.

Alcuni gruppi hanno bruciato cubi di spazzatura e hanno tirato pietre contro gli agenti, i quali hanno arrestato qualche manifestante, secondo quanto affermato da testimoni all'agenzia France Presse. Quasi allo stesso momento, un centinaio di proprietari di uffici di cambio si sono riuniti davanti alla sede della Banca centrale per protestare contro la mancanza di scambi-valute, secondo quanto detto dalla Bbc in farsi. I manifestanti, che chiedevano le dimissioni del governatore di questa istituzione e declamavano slogan contro il governo, sono stati rapidamente fatti disperdere. Ma il gesto che ha preoccupato maggiormente le autorità, è stato la chiusura del Gran Bazar.

«Non abbiate paura; non abbiate paura; stiamo tutti uniti», si sente questo coro in uno dei video caricati su internet dai manifestanti che si addentrano in questo labirinto di stradine che è sempre stato tradizionalmente il centro commerciale di Teheran. Questo slogan, ripetuto più volte durante le proteste che seguirono la rielezione di Mahmud Ahmadinejad nel 2009, alimenta il peggior incubo del regime: il fatto che il malessere per il deprezzamento della moneta e l'inflazione ravvivino una contestazione che metta alle strette la Repubblica islamica.
Il rial, che ha continuato a deprezzarsi in quest'ultimo anno, ha perso un terzo del suo valore rispetto al dollaro negli ultimi dieci giorni (alla chiusura del martedì, l'ultimo giorno dell'apertura degli uffici di cambio, ci volevano 36.000 rial per comprare un dollaro). Il crollo è in gran parte dovuto alla mancanza di fiducia degli iraniani che, davanti all'inflazione (ufficialmente al 25%) e la caparbietà di Ahmadinejad sul fatto che le banche non debbano pagare interessi al di sopra di questo tasso, ricorrono all'acquisto di valute affinché il loro denaro non venga deprezzato ulteriormente. Inoltre, le sanzioni internazionali per il programma nucleare hanno ridotto gli ingressi petroliferi, principale fonte di cambio del paese, indebolendo la capacità della Banca centrale di sostenere la moneta.

Ahmadinejad ha riconosciuto martedì l'effetto delle sanzioni, che definì di "guerra economica su scala mondiale", ma ha insistito sul fatto che il paese abbia le capacità per eluderle. Secondo lui, il crollo del rial è frutto degli speculatori e ha promesso che le forze di sicurezza avrebbero agito contro i 22 leader del mercato. Nonostante tutto, ha chiesto agli iraniani di non cambiare i loro soldi col dollaro.
Per alcuni analisti, le proteste dei giorni scorsi sono un indizio dell'effetto delle sanzioni che stanno premendo sui vertici iraniani. Che per ora, tuttavia, non sembrano essere stati scalfiti. La guida suprema Ali Khamenei ha ribadito che l'Iran non cederà alla prepotenza economica. «Lo scopo delle sanzioni contro il popolo iraniano è di spingerlo a rinunciare [al programma nucleare], ma non lo farà», ha detto Khamenei in un discorso registrato dall'agenzia Isna.
In ogni caso, la chiusura del Bazar costituisce un segnale d'avvertimento. Anche se le influenti famiglie di mercanti sono state figure chiave nel trionfo della rivoluzione del 1979, negli ultimi anni hanno visto come il crescente peso economico dei Pasdaran li abbia messi in secondo piano. Non è la prima volta che protestano. Lo avevano già fatto nel 2010, quando il Governo aveva annunciato un aumento delle tasse che sembrava ingiusto. Allora, l'insieme di negoziazioni e intimidazioni ha placato la disputa. Ma ora il malcontento è più diffuso.
Nonostante lo stretto controllo dei mezzi di comunicazione, traspare un crescente malcontento. Un gruppo di studenti universitari ha protestato davanti al parlamento lunedì scorso per non aver potuto avere dollari nel tasso di cambio ufficiale (12.260 rial per dollaro) per proseguire i loro studi all'estero, secondo quanto affermato dall'agenzia di stampa semi-ufficiale Ilna. In un altro gesto tanto significativo quanto inusuale, circa diecimila lavoratori hanno firmato una lettera diretta al ministro del lavoro, nella quale si sono lamentanti del calo del potere d'acquisto.



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