Disabile assunta in un ufficio pubblico e costretta a lavorare in un sottoscala


La 28enne, in carrozzina, sistemata nell'androne al piano terra del vecchio stabile di Cavarzere che ospita il giudice di pace

VENEZIA - Un tavolino grande quanto basta per appoggiare due fogli, uno stipetto per conservare qualche atto giudiziario e una lampada. È difficile dire che l’ambiente in cui lavora E
leonora C. 28 anni, disabile costretta su una carrozzina, sia un ufficio. In realtà è un angusto spazio ricavato nel sottoscala, all’entrata di quella che, un tempo, era la Casa del fascio, un edificio in pieno centro a Cavarzere all'ombra del palazzo municipale.

Oggi il vecchio stabile ospita l'ufficio del giudice di pace e da luglio di quest'anno è stato assunto il nuovo commesso, una ragazza disabile che è costretta a muoversi in carrozzina. La rampa di scale, per raggiungere gli uffici al primo piano, è però una barriera insormontabile per Eleonora e al piano terra non ci sono spazi per allestire un ufficio. Così si è dovuta adattare a trascorrere la sua giornata lavorativa quasi sull'uscio del palazzo, senza alcuna tutela, tra la porta d'ingresso e l'androne delle scale. Stretta in uno spazio ridotto, esposta a qualsiasi condizione meteorologica: freddo, caldo, vento o pioggia.

«La porta deve rimanere aperta, nonostante tutto siamo in un ufficio pubblico - spiega la giovane - ma la settimana scorsa sono stata costretta a chiudere perché pioveva dentro». Nel 2011 Eleonora, che è laureata in medicina e abita a Villaggio Busonera (Cavarzere), aveva partecipato a un concorso riservato a persone diversamente abili ed era risultata la prima in graduatoria. I posti a disposizione erano due: uno a Venezia e uno a Cavarzere.

L'entusiasmo per aver ottenuto un posto fisso ha lasciato subito spazio alla desolazione. «Per i primi 15 giorni di lavoro - spiega - sono stata mandata al pianterreno di un altro palazzo. Ero quasi totalmente inutile, visto che il mio ufficio si trova in un altro posto. Poi sono stata mandata qui». Un vero incubo: il suo compito sarebbe quello di fare fotocopie e anticamera, archiviare gli atti e rispondere alle telefonate, ma è del tutto impossibile. «Le fotocopie le faccio in cartoleria perché qui non c'è la fotocopiatrice, anzi qui non c'è niente», afferma con desolazione. In effetti manca anche il telefono e se non fosse per la solidarietà delle colleghe, che le passano i fascicoli da sistemare, non farebbe neanche quello.

«Il computer me lo porto da casa e qualcosa riesco a fare». Ma un altro problema sono i servizi igienici, ogni volta deve raggiungere il bar percorrendo una superficie sconnessa. «Ho proposto di fare le scale con il sedere, pur di raggiungere il posto di lavoro», una provocazione caduta nel vuoto. Basterebbe un montascale per arrivare all'ufficio, un attrezzo dal valore di mille euro. «Ho anche detto che sarei stata disposta a mettere la metà del prezzo, ma in Comune dicono che non ci sono soldi». È il Comune infatti che dovrebbe adeguare la struttura e permettere a Eleonora di lavorare come tutti gli altri dipendenti, ma le risorse di questi tempi sono quelle che sono. Tanto più che è arrivato il primo freddo, rimanere fermi dietro al tavolino per ore con la porta aperta è tutt'altro che piacevole.

«Mi sono attrezzata con una stufetta, ma potrò andare avanti così? È questo il diritto al lavoro? Dov'è la dignità della persona?», si chiede. «Vorrei sapere cosa intendono fare. Io il mio posto non lo mollo. Penso di essere competente e di poter svolgere dignitosamente la mia funzione». Avvocati e clienti passano tutti di lì, qualcuno si indigna, altri la guardano con commiserazione. Ma Eleonora è forte e tenace, capace di reagire. «Ho scritto a tutti - afferma - al prefetto, al ministero della Giustizia, ai servizi sociali, al sindaco, ma al di là delle belle parole non ho ottenuto niente»


Fonte: "Il Gazzettino" - tratto da NonSoloAnimali



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