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lunedì 10 settembre 2012

Un'immagine della prefettura di L'Aquila dopo il terremoto del 6 aprile 2009
Terremoti, monito degli esperti: “la popolazione va preparata ai sismi più devastanti, così si può evitare un altro Abruzzo”
Definire la pericolosita’ sismica di un’area in base al massimo terremoto credibile e non in base all’attuale approccio probabilistico, “dimostratosi inadeguato” nella definizione delle sollecitazioni di progetto delle costruzioni e nell’elaborazione dei piani di protezione civile. E’ la proposta contenuta in un documento firmato da 14 sismologi e geologi di tutto il mondo, tra cui cinque italiani, per l’International seismic safety organization (Isso). Il documento invita le autorita’ di Protezione civile “ad abbandonare l’approccio probabilistico per la definizione della pericolosita’ sismica (Probabilistic seismic hazard assessment, Psha)” e sottolinea l’assoluta necessita’ che i manufatti siano progettati e costruiti in modo da resistere “al terremoto massimo credibile (Maximum credible earthquake, Mce) che deve eguagliare o superare il massimo evento storico” indipendentemente dalla loro sporadicita’ e che “la popolazione sia informata di tale evenienza tempestivamente e in modo adeguato”.
Tra gli esempi riportati dagli scienziati “che dimostrano i vantaggi offerti” dal diverso approccio per definire la stima della pericolosita’ sismica ci sono anche i terremoti dell’Aquila del 6 aprile 2009 e dell’Emilia di maggio 2012.
Nel primo caso “la ‘base di accusa’ per la richiesta di rinvio a giudizio della Commissione Grandi Rischi in conseguenza delle vittime e dei grandi danni causati da un terremoto di magnitudo definibile ‘moderata’ (6,3) non e’ ‘che non e’ stato promulgato uno stato di allarme’, come e’ stato ampiamente diffuso da alcune importanti organizzazioni, anche internazionali, ma e’ che il rischio sarebbe stato comunicato impropriamente e che la pericolosita’ sismica prevedibile sarebbe stata sottostimata.

L’accusa e’ che, nonostante fosse noto che la pericolosita’ ed il rischio sismico all’Aquila erano alti, la Cgr giunse alla conclusione che un terremoto forte era ‘improbabile’ trascurando quanto era a sua conoscenza ed anche in netta contraddizione e con ‘tradimento’ scientifico delle stesse”. La ripetizione di una situazione del genere, sostengono gli autori del documento, “e’ inaccettabile”. Occorre quindi considerare “l’entita’ del terremoto piu’ forte che ci si puo’ attendere” e “l’entita’ del terremoto piu’ forte che puo’ essere definito su basi scientifiche” o, per lo meno, “l’entita’ dell’evento storico piu’ forte” comunicando alla popolazione il rischio associato a tali eventi “in modo che la stessa possa prendere in considerazione il problema”. La regola operativa deve essere quindi “quella di consigliare la popolazione, senza creare il panico, di stare all’erta e preparata alla possibilita’ del terremoto potenziale piu’ forte, ad esempio al Mce. Argomenti quali i lunghi periodi di ritorno o la bassa frequenza come base per definire un terremoto ‘improbabile’ portano ad un senso di sicurezza erroneo e ingiustificato”.
Cio’, sostengono, “e’ stato dimostrato” dai terremoti dell’Aquila e di Tohoku in Giappone nel 2011, “in occasione dei quali la bassa probabilita’ associata alla loro occorrenza non ha impedito il verificarsi di questi eventi e le loro disastrose conseguenze”. Nel caso del terremoto e del maremoto in Giappone, sottolineano gli scienziati, “l’impianto nucleare di Fukushima e’ stato danneggiato in modo spettacolare dallo tsunami, con onde alte 14 metri” perche’ “progettato per resistere ad uno tsunami con onde di 5,2 metri”. Casi di tsunami con onde alte, in prossimita’ della costa, fino a 40 metri, come quelle causate da questo terremoto, sono riportati nei documenti storici relativi alle coste orientali delle isole giapponesi: “Se fosse stato utilizzato il Mce di magnitudo M9+ e lo tsunami da esso derivante fosse stato considerato gia’ nella fase di progettazione dell’impianto nucleare di Fukushima, cio’ avrebbe certamente aiutato a ridurre in modo considerevole il danno causato dal megaterremoto”. Tra i firmatari del documento cinque italiani: Benedetto De Vivo, professore di Geochimica dell’Universita’ Federico II di Napoli; Alessandro Martelli, direttore del Centro Enea di Bologna; Giuliano Panza, medaglia ‘Beno Gutenberg’ conferita dall’European geophysical society e premio Linceo dell’Accademia nazionale dei Lincei; Antonella Peresan, ricercatrice presso il dipartimento di Geoscienze dell’Universita’ di Trieste; Francesco Stoppa, professore di Geochimica e Vulcanologia dell’Universita’ Gabriele D’Annunzio di Chieti.


fonte: meteoweb.eu


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