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mercoledì 19 settembre 2012
di Michela Apostoli e Laura Rolleri (Palazzolo 5 stelle)
“La crisi”, termine cui siamo ormai assuefatti, come ogni problema dovrà pur avere una soluzione (per quanto scomoda per le lobby del potere finanziario). Criticare lo stato attuale e le politiche di austerity dei governi europei, senza proporre soluzioni, a poco servirebbe. Poniamo quindi i dubbi che ci assillano al Professor Paolo Becchi, docente di Filosofia del Diritto all’Università di Genova, che parla spesso attraverso il blog di Claudio Messora.
“La crisi”, termine cui siamo ormai assuefatti, come ogni problema dovrà pur avere una soluzione (per quanto scomoda per le lobby del potere finanziario). Criticare lo stato attuale e le politiche di austerity dei governi europei, senza proporre soluzioni, a poco servirebbe. Poniamo quindi i dubbi che ci assillano al Professor Paolo Becchi, docente di Filosofia del Diritto all’Università di Genova, che parla spesso attraverso il blog di Claudio Messora.
INTERVISTA A PAOLO BECCHI
Domanda: Nel sistema monetario su stampo della Fed americana, la moneta nasce dal debito, cioè: la Fed stampa moneta in cambio di obbligazioni (debito) stampate dal governo americano. Per legge ciò non può accadere in Europa, ma Draghi, a capo della BCE, ha aggirato l’ostacolo dando liquidità alle banche all’1% e chiedendo loro di acquistare il debito dei governi. Quindi indirettamente la BCE ha agito come la Fed. È evidente come una moneta che nasce dal debito sia un concetto paradossale. La moneta dovrebbe nascere dall’economia reale. La moneta dovrebbe essere un mezzo di scambio di beni e servizi (dati i limiti del baratto). Questo meccanismo inoltre alimenta la spirale del debito delle nazioni, in costante aumento, debito che i governi fanno pagare all’economia reale attraverso tasse che finiscono ad organismi sovranazionali europei e da questi a banche finanziarie private, che si fanno ripagare il default speculativo finanziario dall’economia reale (cittadini, famiglie, imprese che lavorano, producono beni e servizi e ... pagano le tasse).
Alla luce di questa distorsione dell’economia attuale, Lei come reimposterebbe il rapporto moneta/economia reale?
Paolo Becchi: Hai messo bene in luce l’attuale situazione. Un vero e proprio groviglio ormai difficile da dipanare. Come reimpostare il rapporto tra moneta ed economia reale? Beh, è una domanda che andrebbe rivolta a un economista più che a un filosofo del diritto come il sottoscritto. Anche se, per la verità, la mia impressione è che molti economisti oggi brancolino nel buio. Basti pensare a come di solito la crisi attuale venga presentata come una conseguenza dell’enorme indebitamento pubblico dei cosiddetti PIGGS ( Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna), considerati come Stati incapaci di controllare un’eccessiva spesa pubblica. Mentre l’enorme indebitamento pubblico in realtà è esploso perché gli Stati sono stati costretti ad intervenire per il salvataggio delle banche e della finanza privata. Si confondono gli effetti con le cause. E la causa di molte nostre sciagure è proprio una moneta: l’Euro, che è stata imposta ad economie molto diverse tra loro, con il risultato che oggi sta sotto gli occhi di tutti: i Paesi forti (la Germania) sono diventati ancora più forti e quelli più deboli, come il nostro, hanno perso di competitività, si sono ulteriormente indebitati. Ecco, io credo che la moneta, per poter ritornare ad esprimere i bisogni dell’economia reale di un Paese, dovrebbe essere la moneta di quel Paese. Al contrario di quanto avvenuto con l’Euro, che certo ha avuto un effetto positivo per la Germania, provocando per quel Paese una svalutazione competitiva, ma per noi è solo servita a far aumentare le importazioni e diminuire le esportazioni, con un peggioramento complessivo della bilancia commerciale. Tutto si potrà dire dell’Euro, tranne che la sua introduzione sia stata un bene per la nostra economia reale. Noi al momento siamo legati a una moneta troppo forte per la nostra economia e che pertanto la danneggia. È come agganciare la carrozza di un treno locale alla locomotiva di un Freccia Rossa. Se vogliamo uscire dalla crisi non possiamo far altro che sganciarci dall’Euro e ritornare alla vecchia ma pur sempre amata Lira.
Domanda: Specialisti di vario genere quali il Prof. di Economia Alberto Bagnai, il Nobel Nouriel Roubini, il giornalista Giulietto Chiesa, vedono nell’uscita dall’Euro, nel ritorno alla Lira e quindi nella svalutazione la soluzione. A riprova l’Argentina, che svalutò dopo la crisi speculativa di 10 anni fa, finisce oggi di ripagare i titoli Boden in valore dollaro ai suoi cittadini, a cavallo di una crescita costante decennale. Tuttavia scuole come quella di economia austriaca Ludwig Von Mises citano autori come il filosofo Immanuel Kant o Frédéric Bastiat per sostenere che la svalutazione porterebbe nel breve termine a un boom economico a causa dell’aumento delle esportazioni, ma nel medio-lungo termine a un ristagno a causa dell’aumento del costo delle materie prime e del lavoro per le aziende che ritornerebbero a non esportare. Sarebbe quindi necessaria un’ulteriore svalutazione. In sostanza con il boom delle esportazioni di fatto lo Stato italiano stamperebbe più Lire da “dare” agli acquirenti esteri per comprare beni italiani, il che equivarrebbe a stampare maggiore moneta su modello della Fed.
Ma certo il perseverare della crisi attuale con meccanismi sovranazionali ed austerity non può essere sostenuto a lungo dall’economia reale.
Come gestire quindi un corretto ritorno alla Lira che alimenti crescita anche nel medio e lungo termine?
Paolo Becchi: Per la verità pare che Nouriel Roubini abbia pian piano cambiato idea. Ogni uomo, dice Hobbes, ha il suo prezzo. Certo che certe giravolte fanno impressione... Non c’è dubbio che il ritorno alla Lira non sarebbe un’impresa facile, bisognerebbe farlo evitando quella spirale di attacchi di panico con l’assalto alle banche per ritirare i depositi, spiegando alla gente che non è la fine del mondo. Sarà inevitabile passare attraverso una svalutazione della nuova moneta, ma a parte i benefici immediati che potrebbe avere per le nostre esportazioni, non è affatto detto che questa si traduca in un insostenibile aumento dell’inflazione. Non si può neppure escludere che per proteggere l’economia interna siano necessarie misure di limitazione alla circolazione di merci e capitali. Inoltre credo si debba pensare a una riforma del settore finanziario, in modo che le risorse vengano dirottate dalla finanza all’economia reale. Uscire dall’Euro non basta se poi le banche continuano a fare attività di speculazione invece che aiutare le imprese in difficoltà. Uscire dall’Euro non basta se la Banca Nazionale continua a essere nelle mani della finanza privata. Occorre quindi come prima cosa superare il divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro, avvenuto all’inizio degli anni Ottanta. La Banca d’Italia dovrà tornare a svolgere il ruolo di acquirente di titoli di Stato eventualmente non assorbiti dal mercato. Insomma il nostro Paese ha bisogno di una politica economica che tenti almeno di accorciare le distanze tra finanza ipertrofica ed economia reale produttiva. Governare questo processo: questo è il compito dei prossimi anni. Ma le forze politiche attualmente in campo sono tutte (senza eccezioni) incapaci di farlo: stanno solo diligentemente eseguendo i “compiti” che i centri di potere di Bruxelles e Francoforte e - non dimentichiamolo - anche Wall Street hanno loro imposto per difendere la moneta unica. Per Obama anche la semplice uscita della Grecia dall’Eurozona metterebbe a repentaglio la sua rielezione. Ecco perché i Greci almeno fino al 6 Novembre saranno costretti a rimanere nell’Eurozona pagando un prezzo altissimo: la perdita della dignità di un popolo.
Rimanere nell’Euro per i Paesi che sin dall’inizio sono stati indeboliti dalla sua introduzione significa esporsi ad un’agonia fatta di continue perdite e sacrifici, insomma una lenta morte. Noi italiani dovremmo fare la stessa fine dei greci?
Non nascondo a me stesso le difficoltà dell’uscita dall’Euro, ma penso che sia“sempre meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine.”
Domanda: Svalutando, l’Argentina tutelò i cittadini e garantì la restituzione dei depositi in dollari entro 10 anni: i Boden che sono stati totalmente ripagati ad oggi. Passando alla Lira, il debito estero lo dovremmo ripagare in Lire (conveniente per noi, ma non per i creditori esteri che avendoci prestato ad es. 100 si vedrebbero restituire 70) o in Euro? Come tutelare i piccoli-medi investitori italiani (es: l’artigiano, il pensionato che ha BOT italiani)?
Paolo Becchi: Devo amettere la mia incompetenza. Proverò a rispondere come posso. Uscendo dall’Euro il debito rimarrebbe in parte (quella parte posseduta dagli investitori stranieri) in Euro e di conseguenza con la svalutazione a cui andrebbe sicuramente incontro la nuova moneta questo comporterebbe un aumento del debito stesso. Proprio per questa ragione penso che una qualche forma di default sarebbe indispensabile. Insomma potremmo decidere di “ripudiare” una parte, cioè quella parte, del debito. Del resto un’esperienza di questo genere in area europea c’è già stata e non mi pare che l’Islanda sia sparita dalla cartina geografica. Per quanto poi riguarda i titoli di Stato dei piccoli risparmiatori, questi sono già stati penalizzati dalla speculazione, ma non vedo perché verrebbero danneggiati dalla conversione dall’Euro alla nuova moneta. I titoli saranno semplicemente espressi nella nuova valuta. Quali difficoltà hanno avuto i piccoli risparmiatori nel passaggio dalla Lira all’Euro? Nessuna. Il problema è che andando al bar ed ordinando una tazzina di caffè invece di pagarla 1200 Lire d’improvviso siamo stati costretti a pagarla 70 centesimi (il 40% in piu’)...
Domanda: Uno degli spauracchi sventolati dai sostenitori dell’Euro è la presunta impossibilità da parte dell’Italia tornata alla Lira di competere con nazioni come la Cina. Premesso che anche così l’Europa (con livelli di tassazione record come quello italiano) sembra fare ben poco contro un mercato del lavoro non tutelato, basato sullo sfruttamento dei minori e su turni di lavoro di 16 ore, secondo lei quali sarebbero i punti a favore di un ritorno dell’Italia alla Lira?
Paolo Becchi: Gli stessi punti per cui la Svizzera si tiene il suo Franco e l’Inghilterra la Sterlina, solo per fare due esempi. Non vedo proprio che differenza possa fare Euro o Lira rispetto alle sfide che ci pongono i cinesi. Debbo inoltre constatare che nell’attuale dibattito questo argomento non ha trovato largo credito. L’idea è semmai generalmente che un Paese piccolo fuori dall’Euro potrebbe essere schiacciato da quelli grandi. Il grosso comanda, il piccolo ubbidisce. Ma è proprio quello che succede già ora. Basti pensare alla Grecia. L’essere “piccolo” a volte ha anche vantaggi: quando il piccolo rifiuta di essere colonizzato ed è in grado di rivendicare la propria indipendenza.
Tra l’altro c’è da tener presente che il problema della Cina non riguarda direttamente noi, ma semmai la Germania. Infatti se crolla l’Euro, è la Germania a veder compromesse le sue esportazioni. Avvantaggiata dai benefici della moneta unica, la Germania è divenuta l’interlocutrice privilegiata di Pechino. La metà delle esportazioni europee verso la Cina proviene infatti dalla Germania.
Domanda: Le crisi sono sempre aperture al cambiamento. Nascono nuovi modelli economico-politico-sociali quali quello dell’Institute of New Economic Thinking, con esponenti quali Joe Stiglitz e Mauro Gallegati, che individua il problema dell’Europa nel costo del lavoro diverso tra nazioni e la soluzione in modelli economici basati su cultura, servizi, reddito di cittadinanza (welfare state), redistribuzione degli utili d’impresa; il movimento di decrescita felice di Maurizio Pallante; il Venus Project di Jacque Fresco, basato sulla tecnologia che determina abbondanza per tutti senza impatto ambientale ed estirpazione della scarsità, che in ogni società presente e passata ha portato a conflitti di potere e ricchezza e parallela povertà (NB: ad oggi ¾ del mondo sono poveri).
Pensa che la società attuale sia pronta a compiere un salto di questo livello? Come crede insomma che in termini di politiche economiche reali si possa aiutarla a compierlo?
Paolo Becchi: Non c’è dubbio che la crisi possa anche offrire un’occasione di ripensamento dell’attuale modello di sviluppo. È possibile uscirne compiendo un salto di qualità? Difficile dirlo, anche perché non dobbiamo dimenticare che la crisi globale attuale è anzitutto una crisi di valorizzazione del capitale e non è affatto chiaro come e se possa ripartire un nuovo ciclo di valorizzazione reale del capitale. Come bene aveva già visto Marx.
La crisi è connaturata al sistema capitalistico, ma ciò a cui noi però oggi assistiamo è il fatto che la crisi sembra essere diventata il modo d’essere del capitalismo. Quello che concretamente possiamo fare è contrastare il fenomeno della globalizzazione ritornando al “locale”. Favorire anzitutto capacità produttive locali, rilocalizzare le attività. Un esempio semplice riguarda i generi alimentari: consumare i prodotti delle nostre terre. E poi abbiamo bisogno di una nuova politica energetica che punti decisamente sulle fonti rinnovabili (di cui il nostro Paese è ricchissimo) e sulla geotermia, in modo da ridurre la nostra dipendenza dal petrolio e che favorisca politiche di risparmio energetico.
Del resto devo anche dire che nutro seri dubbi sulla “crescita” di cui oggi tanto si parla. “Austerity” e “crescita” mi sembrano due facce della stessa medaglia. Crescita per che cosa? Per ritrovarsi in un paio d’anni nella stessa merda? E se usassimo questa crisi per uscirne con una nuova idea di economia ecocompatibile che non ci spinga solo a produrre e consumare sempre di più e sempre più in fretta? Se vogliamo ragionare sul lungo periodo più che sulla crescita dovremmo puntare sulla “decrescita”, uno sviluppo sostenibile per il pianeta. Dobbiamo cambiare stile di vita, imparare a essere frugali. Per dirla con Hans Jonas: “ Per arrestare il saccheggio, la diminuzione delle specie e l’inquinamento del pianeta in pieno corso, per prevenire l’esaurimento delle sue risorse e persino una fatale variazione di clima provocata dall’uomo è necessaria una nuova “frugalità” nella nostra abitudine di consumo”.
Domanda: Il 25-26 Febbraio scorsi si è tenuto a Rimini, nel silenzio generale di stampa e mass media, un Summit nazionale MMT (Modern Money Theory) promosso in Italia dal giornalista Paolo Barnard, durante il quale i professori Michael Hudson, Stephanie Kelton, Marshall Auerback, William Black e Alain Parguez hanno fatto una singolare panoramica, molto interessante e a tratti spaventosa nella sua drammaticità, su quello che hanno definito essere un “colpo di Stato finanziario” del nostro Paese che sta pian piano portando ad un collasso economico senza precedenti, a meno che appunto non si ritorni alla sovranità monetaria. Dal canto suo come vede questa scuola di pensiero che ha contribuito a risanare l’Argentina e vanta come principi fondamentali, tra gli altri, il potere esclusivo di emettere valuta e le relative leggi in materia fiscale, l’aumento della domanda anziché la deregolamentazione per una politica sociale che miri alla piena occupazione e alla creazione di reddito per le famiglie e le imprese incentivando e NON tagliando la spesa pubblica, l’idea del debito come un qualcosa di logico ed indispensabile in un contesto in cui il pareggio di bilancio è visto come una farsa?
Paolo Becchi: Devo ammettere che non so rispondere a questa domanda. La Modern Money Theory, che tra l’altro organizzerà alcuni importanti incontri a Rimini e Cagliari nel mese di Ottobre, è una scuola di pensiero che mi sembra cerchi di far valere nel nostro tempo una politica economica di tipo keynesiano e dunque di sostegno alla domanda interna, di ricerca del raggiungimento della piena occupazione e di redistribuzione dei redditi. Politiche espansive basate su forti interventi pubblici, che inevitabilmente comportano aumento di spesa per gli Stati. Negli anni seguiti alla fine della Seconda Guerra Mondiale questo ha funzionato. Può ancora funzionare questo oggi per il nostro Paese? Non lo so... La mia impressione è che la crisi attuale sia più complessa delle teorie che cercano di interpretarla.
Domanda: Riagganciandoci all’informazione distorta che Tv e giornali offrono quotidianamente sull’attuale situazione economica e sociale a livello mondiale, a seguito della scomparsa degli Stati sovrani che vantavano le proprie radici nella democrazia e nel Parlamento, (ad oggi di fatto esautorati dalle direttive comunitarie europee), ed in considerazione della crescente perdita di fiducia nello Stato da parte dei cittadini, come vede la crisi sotto una chiave di lettura più maliziosa e diffidente? Nello specifico, che idea si è fatto del così detto Nuovo Ordine Mondiale?
Paolo Becchi: Più che un nuovo ordine mondiale vedo un crescente disordine. Finita l’epoca della divisione in due blocchi, l’America è rimasta dominante. Ma nuove realtà si sono imposte nella storia: in particolare la Cina e l’India. L’Europa unita politicamente avrebbe potuto giocare un ruolo in questa nuova divisione della Terra, ma questa entità non è mai esistita; ad unire 17 paesi è stata una moneta che alla fine si è rilevata vantaggiosa solo per pochi. Con l’Euro si è tolto agli Stati nazionali il controllo su alcune variabili fondamentali della politica economica (moneta, tasso di conversione, tasso di sconto) per affidarlo ad un gruppo di banchieri, ma la crisi attuale ha paradossalmente finito per rivitalizzare gli Stati. Questo spiega il ritorno alle identità nazionali e la richiesta di recupero della propria sovranità monetaria. Corsi e ricorsi: gli Stati nazionali che sembravano ormai finiti sono stati rianimati da un’Europa che – come appare sempre più evidente – è un’Europa di banchieri in cui i cittadini non si riconoscono più.
Domanda: In un sistema in cui ormai la democrazia pare appunto sospesa, in cui le nostre aziende chiudono se non vengono trasferite selvaggiamente all’estero; un periodo in cui i leader politici (permettiamo di aggiungere corrotti) sembrano non essere più interessati all’economia reale, e le banche commerciali risultano essere più tutelate di ogni singolo risparmiatore se non addirittura dello Stato stesso; come inquadra l’ipotesi che il Governo, non disponendo dei mezzi necessari per garantire il proprio debito, si veda “costretto” a svendere il nostro patrimonio storico-culturale a favore di una finanza che indegnamente si appropria del dominio pubblico?
Paolo Becchi: Questo Governo è nato con “un colpo di stato sobrio”, guidato da Re Giorgio. Per l’amor di Dio, tutto è avvenuto nel rispetto della legalità, come nel rispetto della legalità è avvenuta la modifica della Costituzione ad opera del Parlamento con l’introduzione dell’obbligo di pareggio di bilancio. Mi viene in mente un romanzo di Brecht in cui alla fine il capo dei gangsters comanda ai suoi seguaci: “il lavoro deve essere legale”... La svendita del patrimonio pubblico è solo la ciliegina sulla torta. Del resto ci si può chiedere: chi ha oggi i soldi per comprare? Diciamolo con franchezza, il Parlamento e il Governo italiani sono andati persino al di là delle previsioni di Marx, non sono più i comitati d’affari della borghesia nazionale, prendono ordini dal potere sovranazionale di Bruxelles e Berlino e li eseguono. Ci vorrebbe una nuova Resistenza!
Domanda: Di recente, sempre nel silenzio generale, è stato firmato il nuovo trattato Europeo, l’ESM. Cosa ne pensa di questa imposizione sovranazionale che di fatto riduce ulteriormente la nostra Costituzione incatenandoci per così dire ad un servilismo ossequioso nei confronti di un’Europa a cui facciamo solo comodo?
Paolo Becchi: Con il fiscal compact e con l’ESM (o MES, vale a dire il cosiddetto Fondo Salva Stati) si cerca di diminuire il debito pubblico facendolo pagare ai cittadini. Facciamolo invece pagare a chi ha generato questo debito: poteri forti, lobbies finanziarie, banchieri, speculatori. Il nostro Parlamento, ormai uno strumento che serve solo a ratificare decisioni già prese dal Governo dei banchieri guidato da Mario Monti, ha già approvato tutto. Il MES tuttavia è ancora appeso alle decisioni della Corte Costituzionale tedesca, ma è abbastanza improbabile che la Corte lo ritenga incostituzionale. Comunque la cosa la dice lunga su chi comanda l’Europa oggi e sul ruolo che ci è stato riservato...
In pratica con il MES noi ci indebitiamo ulteriormente (l’Italia dovrà contribuire complessivamente con 125 miliardi di Euro) e lo facciamo affinché, qualora se ne presentasse la necessità, l’organizzazione intergovernativa che dovrà gestire il MES (dotata di un potere immenso e non sottoposta ad alcun controllo democratico) ci possa prestare a chissà quali tassi d’interesse un po’ di quello che abbiamo versato. Dal momento che per pagare la prima tranche del versamento dovremo fare dei debiti, quel meccanismo non farà che indebitarci ulteriormente: è lo strozzinaggio perpetuo ed il trattato che ha istituito il fondo è costruito in modo tale da permettere allo strozzino di fare qualsiasi cosa senza essere mai chiamato in giudizio per quello che fa. Un tassello importante per la dittatura europea sui popoli, i quali saranno costretti a subire politiche di austerity sempre più rigide non già per rilanciare lo sviluppo, ma per pagare il Fondo Salva Stati. C’è qualcosa d’inspiegabile, di demoniaco, in quello che sta succedendo.
Domanda: Alla luce di quanto emerso dalle risposte precedenti, se dovesse darci la Sua ricetta di base per l’uscita dell’Italia dalla crisi, cosa ci direbbe?
Paolo Becchi: È mia moglie che cucina benissimo, mentre io non ho nessuna ricetta da proporre. Scherzi a parte. L’uscita dall’Eurozona non è certo la soluzione di tutti i nostri guai, ma è una condizione necessaria per porre fine al massacro del popolo italiano, dopo avere assistito al massacro di quello greco. Ma, ovviamente, l’Italia ha bisogno di altro: anzitutto di una nuova classe dirigente. Dopo Mani Pulite abbiamo bisogno di un Parlamento Pulito. Tra pochi mesi due calvi si contenderanno l’uso del pettine, il pettine siamo tutti noi, ma soprattutto voi, giovani, avete una grande possibilità, quella di dare il pettine a chi ancora i capelli li ha. Come? Facendo sì che quel vostro movimento di opposizione che già esiste nel Paese, il Movimento Cinque Stelle, prenda posizione chiara ed esplicita sull’Euro in vista delle prossime elezioni politiche. Altrimenti il rischio è che quel movimento di lotta antisistema venga utilizzato come valvola di sfogo del sistema stesso. Insomma, da vecchio professore quale sono, consentitemi di dire: non c’è rivoluzione senza teoria. La rivoluzione della rete, l’idea di una democrazia diretta telematica può essere una grande risorsa per il futuro, ma ci vuole anche un programma contingente.
Un’ultima cosa, perché ho accettato questa intervista, rifiutandone molte altre? Perché ho sentito la voce candida e pura di una ragazza che me lo ha chiesto. Quello a cui andiamo incontro sarà inevitabilmente uno scontro generazionale, tra padri e figli. I padri con l’approvazione del fiscal compact e del MES, hanno abbandonato i loro figli a un futuro di infelicità e di miseria. Non dovevamo farlo, ma avevamo il diritto di farlo.
Domanda: Specialisti di vario genere quali il Prof. di Economia Alberto Bagnai, il Nobel Nouriel Roubini, il giornalista Giulietto Chiesa, vedono nell’uscita dall’Euro, nel ritorno alla Lira e quindi nella svalutazione la soluzione. A riprova l’Argentina, che svalutò dopo la crisi speculativa di 10 anni fa, finisce oggi di ripagare i titoli Boden in valore dollaro ai suoi cittadini, a cavallo di una crescita costante decennale. Tuttavia scuole come quella di economia austriaca Ludwig Von Mises citano autori come il filosofo Immanuel Kant o Frédéric Bastiat per sostenere che la svalutazione porterebbe nel breve termine a un boom economico a causa dell’aumento delle esportazioni, ma nel medio-lungo termine a un ristagno a causa dell’aumento del costo delle materie prime e del lavoro per le aziende che ritornerebbero a non esportare. Sarebbe quindi necessaria un’ulteriore svalutazione. In sostanza con il boom delle esportazioni di fatto lo Stato italiano stamperebbe più Lire da “dare” agli acquirenti esteri per comprare beni italiani, il che equivarrebbe a stampare maggiore moneta su modello della Fed.
Ma certo il perseverare della crisi attuale con meccanismi sovranazionali ed austerity non può essere sostenuto a lungo dall’economia reale.
Come gestire quindi un corretto ritorno alla Lira che alimenti crescita anche nel medio e lungo termine?
Paolo Becchi: Per la verità pare che Nouriel Roubini abbia pian piano cambiato idea. Ogni uomo, dice Hobbes, ha il suo prezzo. Certo che certe giravolte fanno impressione... Non c’è dubbio che il ritorno alla Lira non sarebbe un’impresa facile, bisognerebbe farlo evitando quella spirale di attacchi di panico con l’assalto alle banche per ritirare i depositi, spiegando alla gente che non è la fine del mondo. Sarà inevitabile passare attraverso una svalutazione della nuova moneta, ma a parte i benefici immediati che potrebbe avere per le nostre esportazioni, non è affatto detto che questa si traduca in un insostenibile aumento dell’inflazione. Non si può neppure escludere che per proteggere l’economia interna siano necessarie misure di limitazione alla circolazione di merci e capitali. Inoltre credo si debba pensare a una riforma del settore finanziario, in modo che le risorse vengano dirottate dalla finanza all’economia reale. Uscire dall’Euro non basta se poi le banche continuano a fare attività di speculazione invece che aiutare le imprese in difficoltà. Uscire dall’Euro non basta se la Banca Nazionale continua a essere nelle mani della finanza privata. Occorre quindi come prima cosa superare il divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro, avvenuto all’inizio degli anni Ottanta. La Banca d’Italia dovrà tornare a svolgere il ruolo di acquirente di titoli di Stato eventualmente non assorbiti dal mercato. Insomma il nostro Paese ha bisogno di una politica economica che tenti almeno di accorciare le distanze tra finanza ipertrofica ed economia reale produttiva. Governare questo processo: questo è il compito dei prossimi anni. Ma le forze politiche attualmente in campo sono tutte (senza eccezioni) incapaci di farlo: stanno solo diligentemente eseguendo i “compiti” che i centri di potere di Bruxelles e Francoforte e - non dimentichiamolo - anche Wall Street hanno loro imposto per difendere la moneta unica. Per Obama anche la semplice uscita della Grecia dall’Eurozona metterebbe a repentaglio la sua rielezione. Ecco perché i Greci almeno fino al 6 Novembre saranno costretti a rimanere nell’Eurozona pagando un prezzo altissimo: la perdita della dignità di un popolo.
Rimanere nell’Euro per i Paesi che sin dall’inizio sono stati indeboliti dalla sua introduzione significa esporsi ad un’agonia fatta di continue perdite e sacrifici, insomma una lenta morte. Noi italiani dovremmo fare la stessa fine dei greci?
Non nascondo a me stesso le difficoltà dell’uscita dall’Euro, ma penso che sia“sempre meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine.”
Domanda: Svalutando, l’Argentina tutelò i cittadini e garantì la restituzione dei depositi in dollari entro 10 anni: i Boden che sono stati totalmente ripagati ad oggi. Passando alla Lira, il debito estero lo dovremmo ripagare in Lire (conveniente per noi, ma non per i creditori esteri che avendoci prestato ad es. 100 si vedrebbero restituire 70) o in Euro? Come tutelare i piccoli-medi investitori italiani (es: l’artigiano, il pensionato che ha BOT italiani)?
Paolo Becchi: Devo amettere la mia incompetenza. Proverò a rispondere come posso. Uscendo dall’Euro il debito rimarrebbe in parte (quella parte posseduta dagli investitori stranieri) in Euro e di conseguenza con la svalutazione a cui andrebbe sicuramente incontro la nuova moneta questo comporterebbe un aumento del debito stesso. Proprio per questa ragione penso che una qualche forma di default sarebbe indispensabile. Insomma potremmo decidere di “ripudiare” una parte, cioè quella parte, del debito. Del resto un’esperienza di questo genere in area europea c’è già stata e non mi pare che l’Islanda sia sparita dalla cartina geografica. Per quanto poi riguarda i titoli di Stato dei piccoli risparmiatori, questi sono già stati penalizzati dalla speculazione, ma non vedo perché verrebbero danneggiati dalla conversione dall’Euro alla nuova moneta. I titoli saranno semplicemente espressi nella nuova valuta. Quali difficoltà hanno avuto i piccoli risparmiatori nel passaggio dalla Lira all’Euro? Nessuna. Il problema è che andando al bar ed ordinando una tazzina di caffè invece di pagarla 1200 Lire d’improvviso siamo stati costretti a pagarla 70 centesimi (il 40% in piu’)...
Domanda: Uno degli spauracchi sventolati dai sostenitori dell’Euro è la presunta impossibilità da parte dell’Italia tornata alla Lira di competere con nazioni come la Cina. Premesso che anche così l’Europa (con livelli di tassazione record come quello italiano) sembra fare ben poco contro un mercato del lavoro non tutelato, basato sullo sfruttamento dei minori e su turni di lavoro di 16 ore, secondo lei quali sarebbero i punti a favore di un ritorno dell’Italia alla Lira?
Paolo Becchi: Gli stessi punti per cui la Svizzera si tiene il suo Franco e l’Inghilterra la Sterlina, solo per fare due esempi. Non vedo proprio che differenza possa fare Euro o Lira rispetto alle sfide che ci pongono i cinesi. Debbo inoltre constatare che nell’attuale dibattito questo argomento non ha trovato largo credito. L’idea è semmai generalmente che un Paese piccolo fuori dall’Euro potrebbe essere schiacciato da quelli grandi. Il grosso comanda, il piccolo ubbidisce. Ma è proprio quello che succede già ora. Basti pensare alla Grecia. L’essere “piccolo” a volte ha anche vantaggi: quando il piccolo rifiuta di essere colonizzato ed è in grado di rivendicare la propria indipendenza.
Tra l’altro c’è da tener presente che il problema della Cina non riguarda direttamente noi, ma semmai la Germania. Infatti se crolla l’Euro, è la Germania a veder compromesse le sue esportazioni. Avvantaggiata dai benefici della moneta unica, la Germania è divenuta l’interlocutrice privilegiata di Pechino. La metà delle esportazioni europee verso la Cina proviene infatti dalla Germania.
Domanda: Le crisi sono sempre aperture al cambiamento. Nascono nuovi modelli economico-politico-sociali quali quello dell’Institute of New Economic Thinking, con esponenti quali Joe Stiglitz e Mauro Gallegati, che individua il problema dell’Europa nel costo del lavoro diverso tra nazioni e la soluzione in modelli economici basati su cultura, servizi, reddito di cittadinanza (welfare state), redistribuzione degli utili d’impresa; il movimento di decrescita felice di Maurizio Pallante; il Venus Project di Jacque Fresco, basato sulla tecnologia che determina abbondanza per tutti senza impatto ambientale ed estirpazione della scarsità, che in ogni società presente e passata ha portato a conflitti di potere e ricchezza e parallela povertà (NB: ad oggi ¾ del mondo sono poveri).
Pensa che la società attuale sia pronta a compiere un salto di questo livello? Come crede insomma che in termini di politiche economiche reali si possa aiutarla a compierlo?
Paolo Becchi: Non c’è dubbio che la crisi possa anche offrire un’occasione di ripensamento dell’attuale modello di sviluppo. È possibile uscirne compiendo un salto di qualità? Difficile dirlo, anche perché non dobbiamo dimenticare che la crisi globale attuale è anzitutto una crisi di valorizzazione del capitale e non è affatto chiaro come e se possa ripartire un nuovo ciclo di valorizzazione reale del capitale. Come bene aveva già visto Marx.
La crisi è connaturata al sistema capitalistico, ma ciò a cui noi però oggi assistiamo è il fatto che la crisi sembra essere diventata il modo d’essere del capitalismo. Quello che concretamente possiamo fare è contrastare il fenomeno della globalizzazione ritornando al “locale”. Favorire anzitutto capacità produttive locali, rilocalizzare le attività. Un esempio semplice riguarda i generi alimentari: consumare i prodotti delle nostre terre. E poi abbiamo bisogno di una nuova politica energetica che punti decisamente sulle fonti rinnovabili (di cui il nostro Paese è ricchissimo) e sulla geotermia, in modo da ridurre la nostra dipendenza dal petrolio e che favorisca politiche di risparmio energetico.
Del resto devo anche dire che nutro seri dubbi sulla “crescita” di cui oggi tanto si parla. “Austerity” e “crescita” mi sembrano due facce della stessa medaglia. Crescita per che cosa? Per ritrovarsi in un paio d’anni nella stessa merda? E se usassimo questa crisi per uscirne con una nuova idea di economia ecocompatibile che non ci spinga solo a produrre e consumare sempre di più e sempre più in fretta? Se vogliamo ragionare sul lungo periodo più che sulla crescita dovremmo puntare sulla “decrescita”, uno sviluppo sostenibile per il pianeta. Dobbiamo cambiare stile di vita, imparare a essere frugali. Per dirla con Hans Jonas: “ Per arrestare il saccheggio, la diminuzione delle specie e l’inquinamento del pianeta in pieno corso, per prevenire l’esaurimento delle sue risorse e persino una fatale variazione di clima provocata dall’uomo è necessaria una nuova “frugalità” nella nostra abitudine di consumo”.
Domanda: Il 25-26 Febbraio scorsi si è tenuto a Rimini, nel silenzio generale di stampa e mass media, un Summit nazionale MMT (Modern Money Theory) promosso in Italia dal giornalista Paolo Barnard, durante il quale i professori Michael Hudson, Stephanie Kelton, Marshall Auerback, William Black e Alain Parguez hanno fatto una singolare panoramica, molto interessante e a tratti spaventosa nella sua drammaticità, su quello che hanno definito essere un “colpo di Stato finanziario” del nostro Paese che sta pian piano portando ad un collasso economico senza precedenti, a meno che appunto non si ritorni alla sovranità monetaria. Dal canto suo come vede questa scuola di pensiero che ha contribuito a risanare l’Argentina e vanta come principi fondamentali, tra gli altri, il potere esclusivo di emettere valuta e le relative leggi in materia fiscale, l’aumento della domanda anziché la deregolamentazione per una politica sociale che miri alla piena occupazione e alla creazione di reddito per le famiglie e le imprese incentivando e NON tagliando la spesa pubblica, l’idea del debito come un qualcosa di logico ed indispensabile in un contesto in cui il pareggio di bilancio è visto come una farsa?
Paolo Becchi: Devo ammettere che non so rispondere a questa domanda. La Modern Money Theory, che tra l’altro organizzerà alcuni importanti incontri a Rimini e Cagliari nel mese di Ottobre, è una scuola di pensiero che mi sembra cerchi di far valere nel nostro tempo una politica economica di tipo keynesiano e dunque di sostegno alla domanda interna, di ricerca del raggiungimento della piena occupazione e di redistribuzione dei redditi. Politiche espansive basate su forti interventi pubblici, che inevitabilmente comportano aumento di spesa per gli Stati. Negli anni seguiti alla fine della Seconda Guerra Mondiale questo ha funzionato. Può ancora funzionare questo oggi per il nostro Paese? Non lo so... La mia impressione è che la crisi attuale sia più complessa delle teorie che cercano di interpretarla.
Domanda: Riagganciandoci all’informazione distorta che Tv e giornali offrono quotidianamente sull’attuale situazione economica e sociale a livello mondiale, a seguito della scomparsa degli Stati sovrani che vantavano le proprie radici nella democrazia e nel Parlamento, (ad oggi di fatto esautorati dalle direttive comunitarie europee), ed in considerazione della crescente perdita di fiducia nello Stato da parte dei cittadini, come vede la crisi sotto una chiave di lettura più maliziosa e diffidente? Nello specifico, che idea si è fatto del così detto Nuovo Ordine Mondiale?
Paolo Becchi: Più che un nuovo ordine mondiale vedo un crescente disordine. Finita l’epoca della divisione in due blocchi, l’America è rimasta dominante. Ma nuove realtà si sono imposte nella storia: in particolare la Cina e l’India. L’Europa unita politicamente avrebbe potuto giocare un ruolo in questa nuova divisione della Terra, ma questa entità non è mai esistita; ad unire 17 paesi è stata una moneta che alla fine si è rilevata vantaggiosa solo per pochi. Con l’Euro si è tolto agli Stati nazionali il controllo su alcune variabili fondamentali della politica economica (moneta, tasso di conversione, tasso di sconto) per affidarlo ad un gruppo di banchieri, ma la crisi attuale ha paradossalmente finito per rivitalizzare gli Stati. Questo spiega il ritorno alle identità nazionali e la richiesta di recupero della propria sovranità monetaria. Corsi e ricorsi: gli Stati nazionali che sembravano ormai finiti sono stati rianimati da un’Europa che – come appare sempre più evidente – è un’Europa di banchieri in cui i cittadini non si riconoscono più.
Domanda: In un sistema in cui ormai la democrazia pare appunto sospesa, in cui le nostre aziende chiudono se non vengono trasferite selvaggiamente all’estero; un periodo in cui i leader politici (permettiamo di aggiungere corrotti) sembrano non essere più interessati all’economia reale, e le banche commerciali risultano essere più tutelate di ogni singolo risparmiatore se non addirittura dello Stato stesso; come inquadra l’ipotesi che il Governo, non disponendo dei mezzi necessari per garantire il proprio debito, si veda “costretto” a svendere il nostro patrimonio storico-culturale a favore di una finanza che indegnamente si appropria del dominio pubblico?
Paolo Becchi: Questo Governo è nato con “un colpo di stato sobrio”, guidato da Re Giorgio. Per l’amor di Dio, tutto è avvenuto nel rispetto della legalità, come nel rispetto della legalità è avvenuta la modifica della Costituzione ad opera del Parlamento con l’introduzione dell’obbligo di pareggio di bilancio. Mi viene in mente un romanzo di Brecht in cui alla fine il capo dei gangsters comanda ai suoi seguaci: “il lavoro deve essere legale”... La svendita del patrimonio pubblico è solo la ciliegina sulla torta. Del resto ci si può chiedere: chi ha oggi i soldi per comprare? Diciamolo con franchezza, il Parlamento e il Governo italiani sono andati persino al di là delle previsioni di Marx, non sono più i comitati d’affari della borghesia nazionale, prendono ordini dal potere sovranazionale di Bruxelles e Berlino e li eseguono. Ci vorrebbe una nuova Resistenza!
Domanda: Di recente, sempre nel silenzio generale, è stato firmato il nuovo trattato Europeo, l’ESM. Cosa ne pensa di questa imposizione sovranazionale che di fatto riduce ulteriormente la nostra Costituzione incatenandoci per così dire ad un servilismo ossequioso nei confronti di un’Europa a cui facciamo solo comodo?
Paolo Becchi: Con il fiscal compact e con l’ESM (o MES, vale a dire il cosiddetto Fondo Salva Stati) si cerca di diminuire il debito pubblico facendolo pagare ai cittadini. Facciamolo invece pagare a chi ha generato questo debito: poteri forti, lobbies finanziarie, banchieri, speculatori. Il nostro Parlamento, ormai uno strumento che serve solo a ratificare decisioni già prese dal Governo dei banchieri guidato da Mario Monti, ha già approvato tutto. Il MES tuttavia è ancora appeso alle decisioni della Corte Costituzionale tedesca, ma è abbastanza improbabile che la Corte lo ritenga incostituzionale. Comunque la cosa la dice lunga su chi comanda l’Europa oggi e sul ruolo che ci è stato riservato...
In pratica con il MES noi ci indebitiamo ulteriormente (l’Italia dovrà contribuire complessivamente con 125 miliardi di Euro) e lo facciamo affinché, qualora se ne presentasse la necessità, l’organizzazione intergovernativa che dovrà gestire il MES (dotata di un potere immenso e non sottoposta ad alcun controllo democratico) ci possa prestare a chissà quali tassi d’interesse un po’ di quello che abbiamo versato. Dal momento che per pagare la prima tranche del versamento dovremo fare dei debiti, quel meccanismo non farà che indebitarci ulteriormente: è lo strozzinaggio perpetuo ed il trattato che ha istituito il fondo è costruito in modo tale da permettere allo strozzino di fare qualsiasi cosa senza essere mai chiamato in giudizio per quello che fa. Un tassello importante per la dittatura europea sui popoli, i quali saranno costretti a subire politiche di austerity sempre più rigide non già per rilanciare lo sviluppo, ma per pagare il Fondo Salva Stati. C’è qualcosa d’inspiegabile, di demoniaco, in quello che sta succedendo.
Domanda: Alla luce di quanto emerso dalle risposte precedenti, se dovesse darci la Sua ricetta di base per l’uscita dell’Italia dalla crisi, cosa ci direbbe?
Paolo Becchi: È mia moglie che cucina benissimo, mentre io non ho nessuna ricetta da proporre. Scherzi a parte. L’uscita dall’Eurozona non è certo la soluzione di tutti i nostri guai, ma è una condizione necessaria per porre fine al massacro del popolo italiano, dopo avere assistito al massacro di quello greco. Ma, ovviamente, l’Italia ha bisogno di altro: anzitutto di una nuova classe dirigente. Dopo Mani Pulite abbiamo bisogno di un Parlamento Pulito. Tra pochi mesi due calvi si contenderanno l’uso del pettine, il pettine siamo tutti noi, ma soprattutto voi, giovani, avete una grande possibilità, quella di dare il pettine a chi ancora i capelli li ha. Come? Facendo sì che quel vostro movimento di opposizione che già esiste nel Paese, il Movimento Cinque Stelle, prenda posizione chiara ed esplicita sull’Euro in vista delle prossime elezioni politiche. Altrimenti il rischio è che quel movimento di lotta antisistema venga utilizzato come valvola di sfogo del sistema stesso. Insomma, da vecchio professore quale sono, consentitemi di dire: non c’è rivoluzione senza teoria. La rivoluzione della rete, l’idea di una democrazia diretta telematica può essere una grande risorsa per il futuro, ma ci vuole anche un programma contingente.
Un’ultima cosa, perché ho accettato questa intervista, rifiutandone molte altre? Perché ho sentito la voce candida e pura di una ragazza che me lo ha chiesto. Quello a cui andiamo incontro sarà inevitabilmente uno scontro generazionale, tra padri e figli. I padri con l’approvazione del fiscal compact e del MES, hanno abbandonato i loro figli a un futuro di infelicità e di miseria. Non dovevamo farlo, ma avevamo il diritto di farlo.
Parole che infondono coraggio. Il futuro non ce lo possono togliere, come non ci possono negare la voglia di fare e la fiducia nei nostri progetti.
Aggiungere altro sarebbe superfluo e ci limitiamo quindi a ringraziare il Professor Paolo Becchi per la sincera collaborazione.
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