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domenica 9 settembre 2012
Non spendo troppe parole per dire una verità che ormai più o meno tutti conoscono: le economie emergenti, selvagge e prive di norme di protezione per donne, bambini e lavoratori in genere, ci stanno surclassando con le loro produzioni superconcorrenziali: produrre una spilla in Cina costa il 10% che produrla in Italia; produrre un paio di scarpe in Brasile, costa il 10% che produrle in Italia. Voglio però spendere qualche parola sulle strategie e le conseguenze delle politiche europee, tutte concentrate a salvare il culo agli speculatori finanziari, attraverso la mungitura fiscale di chi ha ormai appena il reddito sufficiente per vivere.

Per quanto riguarda le strategie, ottimo è il fondo scritto su SardegnaLand Blog, sulla vicenda Alcoa. Scrive l’autore:

"A tal proposito è sintomatico del nostro decadimento economico la notizia che all’acquisto della Vinyls di Porto Torres siano interessati i brasiliani. Domanda: ma quando mai i brasiliani hanno fatto shopping industriale in Europa? Beh, la risposta è semplice: da quando produrre in Europa è diventata attività folle per via dei costi e del fisco. E allora altra domanda: se così fosse, perché acquistano? Perché l’Europa ha il know how e lo Stato finanzia con soldi pubblici il salvataggio delle aziende fallite. Dunque, i brasiliani (ma anche i cinesi e gli arabi), acquistano perché per loro è un investimento con la garanzia del rimborso e dell’acquisizione di conoscenze tecnologiche e produttive che poi possono impiegare nei loro paesi. Cosicché, una volta ottenuto quello che vogliono, chiudono in Europa, con tanti saluti ai polli che gli hanno regalato conoscenze, tecnologia e lavoro."


Perfetto! Questo brano riassume realisticamente la strategia dei paesi delle economie emergenti. Usufruire della nostra esperienza e della nostra tecnologia, approfittando del vecchiume politico in odor di muffa che ormai avvolge e stritola la nostra economia. L’Europa è un paese economicamente vecchio. E i giovani rampanti si stanno facendo avanti.


La conseguenza? Stiamo lentamente diventando un paese economicamente colonizzato, da Terzo Mondo. Siamo il nuovo Terzo Mondo. Ci sono tutti i sintomi: burocratizzazione eccessiva, spreco di denaro pubblico, fisco elevatissimo, classi sociali superprivilegiate, un divario sempre più enorme tra i supericchi e i poveri.
Soprattutto è la categoria di questi ultimi che si sta allargando sempre più. Dati alla mano – secondo quanto riporta l’agenzia Asca – dal 2008 a giugno 2012 il tasso di disoccupazione in Europa è passato dal 7% al 10,4%. La crisi ha prodotto in tutta Europa circa 25 milioni di disoccupati, 18 milioni dei quali nell’Eurozona. Il lavoro è diventato più precario. Circa il 94% dei posti di lavoro creati nel 2011 è infatti part-time, senza distinzione di età. Inoltre, quattro giovani lavoratori su dieci (il 42,5%) ha contratti a tempo determinato. Preoccupa poi un altro dato: nel 2011 il numero delle persone a rischio povertà in Europa è arrivato a 116 milioni. Capito? 116 milioni di europei sono a rischio povertà. Un’enormità se pensiamo che in Europa siamo all’incirca 730 milioni. Praticamente rischia la povertà il 15% della popolazione europea. I dati poi sono più allarmanti se ci si occupa del lavoro femminile: tre donne su dieci hanno un impiego part-time, mentre tra gli uomini solo uno su dieci ha questo tipo di lavoro. Parlare di dramma, pare essere ormai un eufemismo. Se poi guardiamo ai dati italiani, credo che si possa tranquillamente parlare di un incubo senza fine, alimentato peraltro dalle costanti prese per il sedere di questo governo, che finora ha fatto di tutto per demolire quel che resta del nostro ormai asfittico tessuto economico. Soluzioni? O morire o emigrare da qualche altra parte (fosse possibile, persino su Marte o sulla Luna). L’Europa non è un paese per esseri umani, ma per bestie da soma e da macello.

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