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domenica 16 settembre 2012
Nel corso della trasmissione "Cominciamo bene" su Rai 3 il deputato dell'Idv Antonio Borghesiha litigato vivacemente con il prof. Paolo Becchi di Genova, filosofo, simpatizzante del Movimento 5 Stelle, fautore dell’uscita dell’Italia dall’Euro. Ecco il VIDEO (credit: Claudio Messora) in cui altri economisti, tra cui Alberto Bagnai (vedi articolo sotto) e Claudio Borghi, definiscono Borghesi "criminale dell’inflazione". Che ne pensate?
Il contenuto di questo articolo, pubblicato sul blog di Antonio Borghesi, vice presidente del gruppo Italia dei Valori alla Camera dei Deputati - che ringraziamo - esprime il pensiero dell' autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

Mercoledì 29 agosto ho partecipato alla trasmissione "Cominciamo bene" in diretta su Rai 3. Nel corso della trasmissione ho vivacemente contestato le tesi economiche del prof. Becchi di Genova, filosofo, simpatizzante del Movimento 5 Stelle e che propugnava l’uscita dell’Italia dall’Euro. Qualche giorno dopo ha iniziato a circolare nella rete un video nel quale vengo definito "criminale dell’inflazione" o anche semplicemente "criminale" per i giudizi espressi in quella occasione. 

Il video qui sotto e' di byoblu, il blog di Claudio Messora



Vorrei oggi confutare in modo argomentato quanto dichiarato nel video ed in particolare segnalare le omissioni che gli economisti Bagnai e Borghi commettono nel paragonare la situazione attuale a quella del 1992.



Nel 1992 (periodo di Tangentopoli) l'imperativo categorico era recuperare un minimo di credibilità sui mercati, alleggerire il peso degli interessi che cresceva a ritmo esponenziale facendo volare il deficit. Una spirale infernale, poiché l'alto debito costringeva il Tesoro a offrire rendimenti sui propri titoli che superavano il 12,5 per cento. In questa situazione di grande fragilità partì l'attacco alla lira. L'antipasto venne servito il 10 luglio con una manovra correttiva da 30mila miliardi delle vecchie lire, con tanto di patrimoniale del 6 per mille sui depositi bancari e postali. Il 4 settembre, all'apertura del mercato dei cambi, la lira crollava a quota 765,50 contro il marco (poi avrebbe raggiunto quota 800). Vano anche l'ennesimo tentativo della Banca d'Italia che portava il tasso di sconto al 15%, un livello mai raggiunto dal 1985.

Domenica 13 settembre 1992. Il presidente del Consiglio, Giuliano Amato, annuncia in tv la svalutazione della lira. Dopo un' intera estate di tensioni e dopo una estenuante, costosa battaglia per difendere il cambio, la moneta italiana perde il 7 per cento del suo valore, frutto di una svalutazione del 3,5 per cento e di una rivalutazione di egual misura di tutte le altre monete europee. L' indomani la Bundesbank agisce. Ma sui mercati le tensioni non si placano. Tre giorni più tardi, un vertice notturno convocato d' urgenza a Bruxelles cerca di trovare i rimedi per riportare ordine nei cambi. E' una seduta drammatica: la sterlina esce dallo Sme; la lira deve autosospendersi.
Quali le differenze tra la crisi del 1992-1993 e quella del 2008-2009? (come emerge da uno studio della Banca d’Italia).

La crisi del 1992-93 è "endogena": si tratta del redde rationem di oltre due decenni di politiche economiche figlie della temperie sociale e politica iniziata alla fine degli anni Sessanta e proseguita per tutto il decennio Settanta. Dal momento in cui il debito pubblico che ne risulta inizia a essere collocato presso investitori stranieri, verso la metà degli anni Ottanta, parte un conto alla rovescia Il sistema politico detto della Prima Repubblica, ormai corroso dall’interno, implode rovinosamente pochi mesi dopo.

La crisi del 2008-09 è certamente "esogena": è una crisi statunitense, figlia di errori politici protrattisi per molti anni in quel paese nel governo della moneta e nella regolazione della finanza, una crisi che contagia il resto del mondo con rapidità fulminea, traducendosi per tutti nella paralisi dei mercati monetari e, di conseguenza, in un irrigidimento dei circuiti finanziari. Le conseguenze sull’economia reale sono inevitabili e acute.

Fra il 1991 e il 1995 la lira perde quasi un terzo (svalutazione =33%) del suo valore esterno, cioè della sua quotazione media sui mercati dei cambi. Nello stesso periodo, il valore interno della lira, cioè il potere d’acquisto dei consumatori italiani, si riduce solo di un sesto (inflazione =17%). È, questo, un evento inusuale. In occasione dell’altro ciclo di acuta svalutazione del cambio della nostra moneta, dal 1972 al 1976, la relazione fra le due variazioni fu opposta: a una perdita di valore esterno di poco più di un terzo (svalutazione=33%)corrispose una perdita di valore interno molto maggiore, quasi pari alla metà(inflazione=50%).

Che cosa ha impedito, all’indomani della crisi valutaria del 1992, la trasmissione amplificata degli impulsi di svalutazione del cambio ai prezzi interni? Tre elementi:

una profonda recessione della domanda interna, «da sfiducia»;
il favore dei prezzi internazionali;

la moderazione salariale, in particolare il tempestivo disinnesco delle indicizzazioni.

Nel quadriennio fra il 1991 e il 1995 le retribuzioni pro capite in termini reali diminuiscono del 3,3 per cento nel complesso dell’economia; restano immutate nell’industria, dove la produttività progredisce quasi dell’8 per cento. In termini nominali, il costo complessivo del lavoro per unità di prodotto nell’industria aumenta in quattro anni solo di poco più del 2 per cento. Vent’anni prima, nell’altro quadriennio di drammatico indebolimento del cambio della lira, dal 1972 al 1976, quella stessa variabile era cresciuta del 94 per cento! In più il governo Amato che avvia una manovra di 95.000 miliardi di lire (in moneta odierna sarebbero 150.000 miliardi di lire o 80 miliardi di euro. Il debito pubblico era il 105% del Pil.

L’inflazione tra il 92 ed il 93 risulta del 4,7% e poi inizia a calare e nel mese di giugno scende sotto il 4%. Il rendimento di un titolo dello Stato a dieci anni è del 5,7 per cento per i Btp italiani e del 5,3 per i bund tedeschi.

In conclusione:

1992-94 Svalutazione concordata 33% con profonda recessione della domanda interna, prezzi internazionali in calo, salari reali in calo, debito pubblico 105% Pil, spread 40, manovra da 80 miliardi di euro. Interessi sui Buoni del tesoro 12,5%. Risultato inflazione 4%

2012-14 Recessione domanda interna, prezzi internazionali crescenti (anche a causa del deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro), salari non più comprimibili (anzi forte richiesta per una loro crescita causa elevatissima pressione fiscale, debito pubblico 120% Pil, spread 400-500, nessuna manovra prevista. Cosa è lecito aspettarsi? E’ evidente che non potrà che esserci che un alto tasso di inflazione (anche del 20-30%) come già avvenuto nel quadriennio 1972-76 (quando fu del 50%).

Bagnai mi definisce criminale per questa mia posizione evidentemente perché non ha argomenti per contrastare questo punto di vista.

Quanto a Borghi sostiene che l’alto tasso di disoccupazione sarebbe un antidoto alla crescita dell’inflazione. Come dire che se usciamo dall’euro, ad esempio passando dall’attuale 10% di disoccupazione al 20%, forse non avremo inflazione. Alla faccia dei disoccupati!


fonte


1 commenti:

Anonimo ha detto...

Che logica ferrea: trattasi forse di antidoto da creare o alimentare ex novo?

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