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venerdì 7 settembre 2012

Erano contractors ingaggiati dall' intelligence i quattro armati fermati in Libano. Si era trattato di un cover operation in terra siriana. Restano tanti misteri.
Contractors ingaggiati dall'Aise, il serizio segreto italiano e molto probabilmente impegnati in un'operazione congiunta con elementi della Cia. Dopo alcuni giorni emergono nuove indiscrezioni sul "giallo" raccontato da Globalist dei mercenari italiani arrestati a luglio in Libano poco dopo essere rientrati dalla Siria. Quattro armati con regolari passaporti italiani intestati a cittadini dal nome anglofono, prima fermati e interrogati dagli 007 del Libano e poi rilasciati dopo l'intervento dall'ambasciatore statunitense a Beirut, Maura Connelly e di personale della stessa ambasciata italiana.
Non mercenari o avventurieri qualsiasi, quindi, ma uomini ingaggiati dai servizi segreti per qualche missione clandestina in Siria, nel pieno della guerra civile. Secondo fonti vicine al sito di informazione Sama Syria, i quattro sono sospettati di aver in qualche modo preso parte ai combattimenti. Ma si tratta di una indiscrezione impossibile da verificare, né si capisce da quale parte della barricata sarebbero stati.

Ma le ipotesi che si possono fare sono tante: una missione di ricognizione per avere notizie di prima mano da passare alle due centrali di intelligence; attività di addestramento o di assistenza militare a qualcuno dei contendenti (probabilmente più agli insorti che alle truppe regolari di Assad) oppure la presa di contatto con elementi operanti in Siria per costruire una rete spionistica. Tutto ciò resta un mistero, al momento. Ma ciò che sembra certo è che le autorità libanesi abbiano intercettato e posto fine ad una delle tante, troppe, "cover operations" che stanno avvenendo ai margini del conflitto in Siria, dove gli interessi palesi e sotterranei di tanti stati esteri sono enormi e dove, accanto ai combattimenti sul campo, molte cose vengono regolate da guerre e manovre segrete.

I quattro presunti contractori ingaggiati dall'Aise, come scritto daGlobalist giorni addietro, avevano esibito regolari passaporti italiani, ma con nomi anglofni: James Newton, Andrew Robert, Thomas Oliver e Sam, la cui presenza non era passata inosservata ad alcuni miliziani delle forze tribali dell'area nord della Bekaa che si erano accorti dei movimenti sospetti dei quattro ed avevano notato la presenza di una Range Rover nera e di una Jeep Tri Blazer nera con le quali i contractors erano andati in Siria per poi tornare in Libano due giorni dopo. E proprio al rientro l'arresto da parte dell'esercito libanese e l'interrogatorio da parte degli 007 di Beirut con la confessione dei quattro del loro viaggio in Siria. Sul resto top secret fino, come detto, al provvidenziale intervento delle autorità diplomatiche italiane e statunitensi e al rilascio.

Se, come sembra del tutto verosimile, la ricostruzione delle fonti di Sama Syria fosse corretta, il mistero dei passaporti italiani autentici non sarebbe più tale. Infatti nel nostro ordinamento sono previste norme che consentono il rilascio di falsi passaporti là dove ci siano esigenze di sicurezza o interesse nazionale. In altri termini, l'autenticità dei passaporti rappresenterebbe un'ulteriore conferma del legame dei 4 con l'intelligence italiana.

Questa la storia, che però non deve meravigliare: sarebbe molto più strano se in Siria non ci fossero servizi segreti di tutte le risme e reti spionistiche di questo o quel paese. Tanti, troppi gli interessi.




fonte: globalist.it


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