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mercoledì 4 luglio 2012
Riceviamo e volentieri pubblichiamo la seguente "lettera aperta" che un insegnante precario di una Scuola Media Inferiore statale di Bologna rivolge al Ministro della pubblica istruzione Profumo che "smonta" il suo cosiddetto "pacchetto merito", che in realtà svela l'intento di mascherare gli ulteriori tagli alla scuola e all'università pubblica, a vantaggio di quella privata (vedi gli ultimi 200 milioni di € sottratti all'Università Statale e incostituzionalmente elargiti a quelle private, le peggiori d'Europa)


di Felice Spampanato

Gentile ministro della Pubblica Istruzione professor Profumo,

premetto che sono assolutamente d’accordo con chi vuole premiare il merito,non siamo tutti uguali e se in Italia il merito fosse una regola,colei che l'ha preceduta farebbe la sciampista a brescia o a reggio calabria,dove ha preso l’abilitazione all’esercizio forense dopo sonore bocciature ( non ho nulla contro le sciampiste,a meno che non facciano le ministre della pubblica istruzione...).

Soltanto che la meritocrazia da lei indicata mi sembra più mediatica che di sostanza. Non capisco infatti come si fa ad individuare “lo studente dell’anno” sulla base del reddito e dell’impegno sociale (cosa c’entrano con il merito?!).

Allora alla tennista numero uno al mondo, Maria Sharapova, dobbiamo dirle che non è lei la migliore perché è ricca e non va ad aiutare i poveri?!



Mi sembra assurdo,perché se si valuta il merito credo si debba prendere in considerazione solo la bravura. Non le sembra più equo premiare i più bravi e poi assegnare una borsa di studio a chi ha meno reddito?

Inoltre,sinceramente,fossi uno studente mi vergognerei di ricevere una card che si chiama “Iomerito” , che nome ridicolo, mi ricorda uno spot simile alla social card (che tante persone,giustamente, provano imbarazzo quando devono mostrarla quando vanno a fare la spesa) dei recenti tempi del governo del bunga bunga.

E poi le dico che non mi piace neppure tutta questa smania di competitività, la filosofia che ispira il suo “pacchetto merito” lascia infatti intendere che la scuola pubblica non sembra capace di dare il meglio di sé se non viene assoggettata alla logica economica della competizione per il guadagno. L’obiettivo di questa filosofia è quello della formazione come “corsa a ostacoli”,dovrebbe essere quello di fare della scuola un’impresa che premia il merito. Quindi la promozione, le gratificazioni morali, evidentemente non sono ritenute abbastanza attraenti. Occorre un premio tangibile, e che sia individuale,che non ricompensi semplicemente la partecipazione all’impresa educativa.

I governi precedenti hanno tagliato risorse alla scuola statale peggiorando la qualità del servizio, provando a introdurre valutazioni di merito con regole che nel fare graduatorie di scuole, atenei e pubblicazioni, burocratizzano il giudizio sul merito invece di renderlo trasparente.

Anche questo governo di cui fa parte, nonostante si sia presentato come un esecutivo di emergenza, sente di dover lasciare la propria impronta. Lo fa applicando alla scuola pubblica l’ottica del merito misurato e quantificato, seguendo il criterio economico di monetizzare il valore. Se lo scambio via mercato funziona come attribuzione equa di valore, perché non dovrebbe succedere lo stesso con le idee e i titoli di studio?

Lei propone di dare un premio in denaro al migliore alunno dell’intero istituto, a mio parere è un fattore molto preoccupante anche ai fini di rendere la scuola più capace di selezionare il merito.

Infatti il compito di una buona scuola statale dovrebbe essere prima di tutto quello di portare intere classi di studenti alla fine dell’anno scolastico con successo e il minor numero possibile di abbandoni.

Sembra però che questo obiettivo non valga gran che e non sia molto apprezzato se si propone di introdurre un diverso segno tangibile del successo degli istituti scolatici: quantificando cioè il risultato del lavoro collettivo di un anno (e di vari anni) con il premio a uno, al migliore. Arrivare al traguardo come in una gara sportiva significa concentrare tutte le energie a far salire sul podio il primo, trascurando se necessario tutti gli altri o la maggioranza degli studenti che, ovviamente,devono restare indietro (non tutti possono né devono salire sul podio).

Ma una scuola che è votata al “primo” è una scuola che rischia di essere votata alla mediocrità, non al merito,perché spronata non a formare molti studenti ma a blasonarsi con il nome di un vincitore.

Io penso che per studiare ci voglia una pace interiore, che i risultati più inaspettati nascano dall’amore per quello che si scopre e si conosce.

Nel “pacchetto merito” si legge anche un secondo tipo di incentivi,quello che propone sgravi fiscali alle aziende che assumono i più bravi e la cosa mi lascia a dir poco perplesso perché contiene una contraddizione che non può non saltare agli occhi quando si ragioni di incentivi e convenienza.Infatti, perché premiare chi è naturalmente incentivato — per ragioni di convenienza — ad assumere i migliori tra coloro che rientrano nei profili richiesti? Non è un sufficiente incentivo quello dell’interesse — ovvero che un’azienda cerchi il meglio per sé, poiché qui sta la condizione essenziale per essere più competitiva sul mercato? Che senso ha premiare ciò che è già nell’interesse dell’attore a fare?

La scuola,quella pubblica in primo luogo, perché scuola dalla quale devono uscire non solo buoni professionisti, ma anche cittadini competenti e con senso civico, dovrebbe avere come prima vocazione quella di neutralizzare il più possibile fattori esterni al valore individuale, cioè portare ragazzi di ogni classe sociale e con diversi punti di partenza culturali ad amare la conoscenza, a scoprire la propria vocazione, ad apprendere a formulare giudizi per poter scegliere con cognizione di causa e responsabilità. La gara scolastica dovrebbe essere quella che porta i migliori a cooperare per elevare tutti i compagni. Una competizione al meglio perché più l’ambiente è ricco di stimoli per tutti più numerosi saranno i talenti che emergono. La gara non è quindi ad esclusione, soprattutto quando la scuola è scuola pubblica di formazione, che prepara all’università e alla vita.

Premiare il primo dell’istituto può significare invitare dirigenti e insegnanti a distogliere lo sguardo dal meglio per tutti gli allievi in generale per concentrarlo su chi dovrà tagliare il traguardo.Una scuola che lascia a terra chi non arriva primo, che decreta “vincitori” e “sconfitti” è quanto di più distante

dalla filosofia della scuola pubblica di una società democratica. “Tirar su” classi intere di alunni è lo sforzo collettivo che più dovrebbe essere premiato nella scuola pubblica, il cui obiettivo è quello di arricchire la società di un numero alto di potenziali “migliori".

Da anni si parla di valutazione degli insegnanti (e da sempre lo auspico) ma il problema è come e quali sono i criteri oggettivi per farlo? Non penso che possano essere i risultati di alunni e alunne  a promuovere un insegnante. Io potrei essere il migliore professore  di tecnologia sulla piazza ma se poi i miei studenti non aprono un libro o le mie lezioni di teoria al pomeriggio i risultati non arrivano.

Mi fa piacere che finalmente dovrebbe riaprirsi il reclutamento tramite concorso pubblico (sono fermi dal 1999), bene inoltre internet e la tecnologia, ma non hanno senso se non viene restituita l’ora di informatica eliminata alle scuole medie anni fa (unico caso nel mondo occidentale) e se non ci si rende conto che,comunque,entrambe devono fare da supporto al sapere e non credere che possano sostituirlo. In quanto se una persona ignorante deve fare una ricerca su google o wikypedia,non sa neanche cosa cercare e dove cercarlo.Altrimenti se se ne fa un abuso senza una cultura di base,senza un uso "semantico" del web,si finisce per perdere solo l’umanesimo.

Infine è di oggi la notizia che l’ultimo decreto della “spending review” sottrae altri 200 milioni di € all’università statale per darli alle private.E questo sarebbe un governo che punta sull’innovazione…?!

Lei prima di fare il ministro della Pubblica Istruzione era rettore del Politecnico di Torino e se stavolta non batte i pugni sul tavolo per opporsi a questo ennesimo impoverimento della scuola statale a favore di quella privata, la peggiore d’Europa, farebbe bene a dimettersi; sarebbe l’unico modo per dimostrare che su quella poltrona c’è qualcuno che tutela la scuola di tutti e non la scuola dei pochi privilegiati (finanziati però incostituzionalmente col denaro pubblico)


Felice Spampanato


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