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lunedì 30 luglio 2012
Non solo Palermo. Ci sono almeno dieci grandi città italiane, con più di 150mila abitanti, che rischiano il fallimento. In cima alla lista, dopo il capolouogo siciliano, c'è  Napoli. Poi Reggio Calabria finita in rosso già nel 2007-20008. Nelle pieghe delle nuove norme sulla spending review c'è una norma che impone di svalutare del 25% i residui attrivi accumulati fino ad oggi. In pratica si tratta di entrate contabilizzate ma non ancora incassate come possono essere i proventi delle multe e le tasse sui rifiuti. Cifre che di fatto "fanno" il bilancio di unn ente che spesso per prassi gonfia queste voci pur sapendo di non riuscire a incassare il cento per cento degli importi messi a bilancio. 


La denuncia "Tagliando di colpo i residui attivi è chiaro che i bilanci non quadrano più", dice alla Stampa il presidente dell'Ancia Graziano Del Rio. In base ai dati a disposizione del Viminale il fenomeno dei Comuni che hanno dichiarato il dissesto negli ultimi due anni è letteralmente esploso: da uno o due casi l'anno si è passati a circa 25, comprese le amministrazioni del centro-Nord. E' esemplare il caso di Alessandria dove il sindaco, schiacciato dal peso di 100 milioni di euro di debiti, ha gettato la spugna. C'è un problema di tenuta dei bilanci e anche uno di cassa. La centralizzazione della Tesoreria ha da un lato fatto affluire alla cassa nazionale circa nove miliardi di liquidità aggiuntiva, ma allo stesso tempo, ha reso più complicato da parte degli enti poter beneficiare di anticipazioni da parte del sistema bancario. Un tempo col proprio tesoriere comunale il sindaco poteva, in caso di necessità, ottenere liquidità a costo zero, oggi se si rivolge alle banche deve pagare gli interessi. Sempre che ottenga il prestito. 



fonte: Libero Quotidiano


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