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lunedì 30 luglio 2012
Dal sito di Asia News 1 (da cui triamo questo articolo) si apprende che in Arabia Saudita, migliaia di lavoratori sono rimasti uccisi da sfruttamento, torture e alcolismo. A rivelarlo è una ricerca dell'ambasciata nepalese a Riyad. Dal 2000 sono morti oltre 3mila lavoratori migranti nepalesi. La media è di uno ogni 162 persone


KATHMANDU
 - In 12 anni sono oltre 3mila lavoratori migranti nepalesi in Arabia Saudita morti per le pessime condizioni di lavoro e per lo sfruttamento. Su un totale di 484.701 emigrati nel Paese arabo, la media è di uno ogni 162 persone. È quanto rivela una ricerca dell'ambasciata nepalese a Riyad, che individua fra le principali cause di decesso l'abuso di alcolici comprati sul mercato nero. 

L'alcol fa sopportare loro le umiliazioni. Udaya Raj Pandev, ambasciatore del Nepal in Arabia Saudita e promotore dello studio, spiega che per sopportare le condizioni di lavoro umilianti e massacranti, migliaia di lavoratori cedono al vizio dell'alcool, aggirando i divieti vigenti nel Paese islamico. Secondo il diplomatico, oltre 30 persone muoiono ogni mese a causa dell'alcolismo. Molti di loro tornano a casa stremati, bevono e muoiono nel sonno. Un altro fattore di morte sono gli incidenti sul posto di lavoro.   

Partono senza protezioni del proprio Stato.
 A causa della grave crisi economica, ogni anno migliaia di persone lasciano il Paese in cerca di un lavoro. A differenza di Stati come le Filippine, dove proliferano agenzie di collocamento in Paesi esteri, in Nepal la popolazione preferisce partire con visto turistico e cercare lavoro sul posto, attraverso la rete di parenti e amici. Ciò però impedisce allo Stato di tutelare i propri cittadini in caso di incidenti in un Paese straniero, aumenta la percentuale di immigrati clandestini e il business criminale del traffico di esseri umani. Le destinazioni dei migranti nepalesi sono oltre 50. In cima alla lista, ci sono Qatar (68,844), Arabia Saudita (44.741) e Malaysia (31.157). 

Molti gli arrestati senza alcun diritto. Mahdendra Pandev, presiente del Parvasi Nepali Coordination Comitee 2, comitato che denuncia da anni le pessime condizioni dei migranti nepalesi nei Paesi islamici, afferma che "i lavoratori hanno bisogno di formazione e di un periodo di orientamento prima di lasciare il Paese". L'attivista invita il governo a creare agenzie di impiego che costringano l'Arabia Saudita e altri Stati a rispettare gli standard minimi di sicurezza sul posto di lavoro dove in molti casi si rasenta la schiavitù. Allo sfruttamento si aggiunge la totale assenza di giustizia per i migranti accusati di reati. A tutt'oggi sono oltre 200 i cittadini nepalesi rinchiusi nella carceri saudite in attesa di processo. Molti di loro non conoscono nemmeno le ragioni della propria condizioni, non hanno diritto a un avvocato o a un interprete.

Sono la principale risorsa del Nepal.
 In totale sono circa  7 milioni i lavoratori emigrati all'estero soprattutto impiegati nel settore dell'edilizia e dell'industria pesante, ma anche come custodi e domestici. Partiti dal Paese per sfamare le loro famiglie. Nel corso degli anni sono divenuti una delle principali risorse dell'economia del piccolo Paese himalayano. Con le loro rimesse, i migranti contribuiscono a quasi il 40% del bilancio statale.





fonte: la Repubblica



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