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giovedì 14 giugno 2012

Quest'uomo non sta facendo gli interessi della nazione. Ci sta svendendo. Ci sta affondando. E lo fa in piena consapevolezza.


di Sergio Di Cori Modigliani


Subdolamente, il sole24ore, ieri mattina, titolava “Schnell frau Merkel!”.
L’idea di base consisteva nel ricordare ai propri lettori, a nome della Confindustria, che la situazione italiana oggi, sarebbe –secondo loro- com’era nell’ottobre del 2011 quando decisero di eliminare Berlusconi.
Ricorderete che, in quei tumultuosi giorni, il quotidiano economico titolò “Fate presto” con anomale lettere cubitali, schiacciando il campanello d’allarme.
Il secondo significato, retrostante questo titolo, consisteva nel fornire un viàtico d’accompagnamento per il ragionier vanesio che stava partendo per Berlino, incitandolo a metter fretta alla Merkel, sapendo che a Berlino, a Wall Street, alla borsa di Londra, ilsole24ore è un giornale che viene letto quotidianamente con la lente d’ingrandimento, con il microscopio e con esperti interpreti di cose italiane, per comprendere che cosa stia accadendo nel nostro paese.
La Merkel ha risposto –ed era fin troppo chiaro che la frase era rivolta all’industria italiana- addirittura di persona. In un breve commento rilasciato a un giornalista di Der Spiegel ha detto: “L’Italia è un paese solido che sta facendo molto bene. E’ un momento delicato e ne siamo consapevoli. Non c’è fretta. Non c’è alcuna fretta”. Fine della trasmissione.
Poche ore dopo, in conferenza stampa, il nostro premier si è dilungato nella sua consueta melensaggine, imboccando la truppa mediatica asservita perché gli facessero la domanda giusta, che, va da sé, è puntualmente arrivata.
“Lei ritiene, signor presidente, che ci troviamo nella situazione in cui sarebbe il caso di prendere in considerazione l’ipotesi di dare il via alle dismissioni del patrimonio pubblico italiano?”.
Risposta ufficiale: “Le dirò di più, se è per questo. Posso tranquillamente dire che non soltanto è un ipotesi, ma stiamo studiando il progetto che è in fase avanzata, l’abbiamo già preparato, e sarà mio compito e dovere quello di informare molto presto sia il parlamento che l’opinione pubblica della scelta che il governo farà, in merito alla questione”. Fine della trasmissione.

Travolti dallo spread, rigore, tagli, ecc., la vendita del patrimonio pubblico verrà presentata come necessità, addirittura richiesta a gran voce da tutti, con l’aggravante suicida di un sospiro di sollievo, perché così si evita una manovra suppletiva per evitare che la massa sia costretta perfino a rinunciare all’ombrellone in spiaggia. Il che, in questo paese di bèceri, potrebbe far scatenare tumulti sociali. Per la serie TINA: non c’è alternativa. “O vendiamo o c’è il baratro”.
Così stanno organizzando la faccenda.

Ciò che non viene spiegato (approfittando dell’amnesia italiota) sono i precedenti.
Ricorderete il 10 gennaio 2012.
Il governo si era insediato da due mesi, era passato il decreto salva-Italia (???) con l’applicazione dell’Imu, il taglio delle pensioni, l’aumento dell’iva e la manovra suppletiva. Tutti adoravano Mario Monti dove contava, in Italia, su un saldo 75% di gradimento.
Il nostro baldo premier, sull’onda del successo, vola a Londra dove rimane tre giorni.
Ritorna più pimpante che mai.
Vengono rilasciate diverse dichiarazioni ufficiali nelle quali non si dice nulla di nulla. In teoria non si capisce neppure che cosa sia andato a fare in Gran Bretagna se non a prendere dei gran applausi, onorificenze varie, medaglie, premi e cotillons. Si disse, allora, che era un investimento d’immagine per mettere una pezza con gli inglesi laddove il sultano di Arcore aveva creato uno spaventoso vuoto di credibilità. Tutti d’accordo. Abbasso la fellatio, evviva la sobrietà!

Chiedo scusa ai lettori perché qui devo fare un’autocitazione, ed è davvero imbarazzante.

Questo blog fu l’unico, in Italia, a dare la notizia che Monti, in Inghilterra, si era incontrato con il management finanziario che gestiva fondi d’investimento in Italia presso la Black Rock hedge funds gestito da Goldman Sachs, emiri arabi, gruppi oligarchici della massoneria conservatrice inglese, e aveva chiuso un accordo che ruotava su questi princìpi: dava in garanzia (cioè vendeva) parte delle riserve auree dell’Italia (di cui non è tenuto a dar conto al popolo italiano –sorretto dalla Legge- perché la notifica, il presidente del consiglio la deve dare al ministro dell’economia (che è lui) il quale la deve poi sottoporre per approvazione al ministro del tesoro (che è sempre lui) e poi farla sottoscrivere dal governatore della Banca d’Italia, dal presidente e dal vice-presidente (da lui appena eletti in carica); in cambio otteneva la garanzia che la Royal Bank of Scotland e la Banca d’Inghilterra avrebbero acquistato bpt italiani fino a portare il differenziale di spread intorno ai 150 punti entro tre mesi al massimo; si accordò con il potere finanziario oligarchico che da sempre ha come sogno e come ambizione quello di appropriarsi dei gioielli italiani che appartengono allo Stato, quindi al popolo che paga le tasse, vendendoli di lì a sei mesi. In tal modo, si andava ad attaccare la spina dorsale della ricchezza della repubblica italiana statale, calcolata intorno ai 2000 miliardi di euro (unica garanzia per evitare di finire come lo Zimbabwe) oltre al fatto dell’importanza geo-strategica nell’avere sotto controllo statale ENI, ENEL, FINMECCANICA, ITALGAS (gestione delle risorse energetiche e militari); si andava ad intaccare la più importante risorsa italiana non finanziaria in assoluto: circa 10.000 opere d’arte e 2.500 edifici storici per un valore riconosciuto intorno a diverse centinaia di miliardi di euro; gran parte delle opere d’arte si trovano nei caveaux sotterranei della Galleria Uffizi, nei sotterranei sotto al Campidoglio, in Umbria, in 150 caveaux sigillati controllati dalla Guardia di Finanza; si consentiva il via libera nel conferimento delle licenze d’esercizio ad uso capione della battigia di tutto il litorale adriatico da Ravenna al Gargano, comprensivo di un piano d’investimento turistico-alberghiero che avrebbe visto la gestione proprietaria in joint venture dei Lloyd’s di Londra e della Allianz di Francoforte che avrebbe, inevitabilmente, finito per strozzare tutto il settore alberghiero gestito come impresa a conduzione familiare, e che dà da mangiare a circa 2 milioni di persone dal Veneto alla Puglia, passando per Romagna, Marche, Abruzzo. Poiché nell’accordo entrava anche la finanza araba, interessata sia a Eni (così vendono il petrolio a se stessi e il profitto finisce a Riad) sia alle grandi banche italiane (così gestiscono sia il patrimonio immobiliare del nostro paese sia la possibilità di avere gangli importanti per il lavaggio veloce di capitali di dubbia origine) venne garantita, in quell’occasione, che la imminente ricapitalizzazione della più importante banca “made in Italy” (così come richiesto dalla BCE) cioè Unicredit, sarebbe avvenuta in modo tale da far passare il pacchetto di maggioranza di controllo a un pool gestito da dodici emiri della EAU (Emirati Arabi Uniti) nel Golfo Persico, in tal modo liberi di poter intervenire a proprio piacimento nella gestione della finanza italiana.

Dieci giorni dopo, inizia la ricapitalizzazione ufficiale di Unicredit che si conclude con successo intorno all’ 8 febbraio. Il controllo del gruppo passa alla Aqbar Investment che sceglie come delegato a rappresentarli ufficialmente in sede di consiglio di amministrazione Luca di Montezemolo.
Il 10 febbraio 2012 il titolo valeva 4,76 euro.
Oggi, ne vale 2,34.
In data 6 giugno 2012, Corrado Passera ha definito Unicredit “una banca solida in piena salute”. A voi sembra possibile che sia in piena salute un’azienda che in tre mesi perde in borsa il 51% del proprio capitale?
La Aqbar ha fatto spostare circa 40 miliardi di euro, di cui non deve dar notifica a nessuno, per coprire parte dei quali sono state necessarie delle richieste alla BCE, immediatamente accettate. 
La banca è diventata un colabrodo ambulante.
Comunque sia, non è più italiana. La pubblicità televisiva recita un falso di mercato.

Quaranta giorni dopo, il 28 febbraio, il differenziale di spread scende fino a 274 punti. Certamente non lo fu grazie alle manovre economiche del premier, bensì grazie al fatto che i partners privati dell’accordo stavano rispettando la parola data. Esaltato dalla propria onnipotenza, Mario Monti annuncia in quel fatidico giorno: “Non vedrete più alcuna impennata di spread, ne potete star certi; stiamo calcolando il grande piano di investimento nazionale per la crescita basandoci sulla certezza che tra breve il differenziale di spread sarà ritornato a un sostenibile 150/200, forse, ma non voglio peccare di eccessivo ottimismo, addirittura sotto i 100 punti. In tal modo gli interessi che l’Italia deve pagare saranno molto ma molto inferiori a quelli precedenti e attuali”.

Tre mesi e mezzo dopo, cioè oggi, è a 480, il 232% in più delle previsioni del governo.

Calcolando (al millesimo) le aspettative del premier fatte in quel momento, e l’esatta ratio del mercato, mancano altri 32 miliardi di euro che devono essere coperti.
 A questo punto viene spontanea una reazione: sono degli incapaci, sono somari.
Magari!

Sono bravissimi, invece.
Il punto è che il loro obiettivo non consiste nel fare gli interessi dell’Italia.
Il loro obiettivo non consiste nel salvaguardare il patrimonio nazionale, quello finanziario, industriale, immobiliare, energetico, strategico, paesaggistico, geologico, artistico, culturale.
Il loro obiettivo non consiste nel pianificare una potenziale ripresa per impedire la svendita.
Proprio no.

Il loro obiettivo consiste proprio nel gestire la svendita.

Strozzata dall’accoppiata Berlusconi/Monti, l’Italia è in saldo al peggior offerente.

Sono bravissimi, non vi è dubbio: a fare interessi terzi.
Sono bravissimi, non vi è dubbio: a servire chi ha interessi strategici nel mettere in ginocchio la ricchezza del paese.
Sono bravissimi, non vi è dubbio: a garantire l’uscita dell’Italia (fino a pochi anni fa leader planetario nella produzione di merci, beni e servizi) dalle nazioni che contano perché sono ricche di loro.
Sono bravissimi, non vi è dubbio: a far credere al paese, per la seconda volta in otto mesi, che “o è così o il baratro”.

Anche Adolf Hitler propose se stesso, nel 1932, come unica alternativa possibile per recuperare la dignità perduta dal popolo tedesco.
Anche George Bush jr. propose se stesso nel 2000 come unica alternativa possibile per la ripresa economica planetaria e per la diffusione della pace nel mondo.
Ecc., ecc.

Quest’uomo non mi piace.

Non fa gli interessi del mio paese.

E io, al mio paese, davvero ci tengo.

Riguarda la destra e riguarda la sinistra, i settentrionali e i meridionali, i giovani e gli anziani.

E sia chiaro che non ha nulla a che fare con il nazionalismo.

Si tratta della inderogabile presa di coscienza collettiva che dobbiamo assumerci le nostre responsabilità individuali e cominciare a pensare in proprio, senza aspettare che arrivi l’uomo del destino o qualche potenza straniera a salvarci.

Sono otto mesi che l’uomo del destino è arrivato.
Sono otto mesi che le potenze straniere si sono schierate a disposizione per darci una mano.

I risultati odierni stanno sotto gli occhi di tutti.

La bagarre tra americani, inglesi, tedeschi e austriaci, su chi attacca oggi l’Italia e chi, invece, la difende, non è altro che una squallida giocata a poker tra squali bulimici e impietosi, seduti al tavolo dove li ha messi a giocare Mario Monti, garantendo tutti che le carte sono truccate, perché lui è il mazziere.

C’è chi strilla perché vuole un ulteriore sconto prima di passare alla cassa.

Tutto qui. Né più né meno.

“It’s just business”.

Sulla pelle di tutti noi.

Contano sul fatto che tanto gli italiani si bevono qualunque cosa.

Personalmente, preferisco fare lo sciopero della sete.



fonte: sergiodicorimodiglianji.blogspot.it tratto da seigneuriage.blogspot.it



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