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martedì 19 giugno 2012

Si fa un gran parlare di 'spending review', ma poi si ha paura a intervenire su quelle strutture e su quegli enti che servono soltanto alla politica per garantirsi poltrone, clientele e voti. Ecco qualche esempio, facile facile

di Orazio Carabini

Il documento, lungo nove pagine, si può leggere a questo link. Uno dopo l'altro vi sono elencati tutti gli enti e le società che fanno parte del settore pubblico. Non solo lo Stato centrale con i suoi ministeri, quindi, ma anche le Aziende sanitarie locali, gli istituti di previdenza, gli enti territoriali (regioni, comuni, province), le autorità di sorveglianza (dalla Consob all'Antitrust), le Agenzie fiscali e una serie infinita di organismi nati con i più disparati mandati. Che, tutti insieme, compongono la Pubblica amministrazione, quel corpaccione di strutture burocratiche attraverso il quale ogni anno lo Stato e le sue propaggini spendono 800 miliardi di euro: 13.300 per ciascun italiano, dai neonati agli ultracentenari. 

Dentro c'è di tutto: sicurezza, difesa, giustizia, istruzione, sanità, previdenza, interessi sul debito pubblico. Ma quella somma è cresciuta continuamente a partire dagli anni '70 fino a raggiungere il 50 per cento del Prodotto interno lordo. Trascinandosi dietro sempre più tasse da pagare. Già, perché man mano che la spesa cresce anche le entrate dello Stato devono aumentare se non si vuole (o non si può, come di questi tempi) chiedere altri soldi al mercato finanziario collocando titoli del debito pubblico.



Il governo Monti si è dato come primo obiettivo il pareggio di bilancio, un risultato importante per la stabilità finanziaria dell'Italia che dovrebbe essere raggiunto nel 2013. Per centrarlo ha costretto il paese a pagare un prezzo altissimo sotto forma di nuove tasse o di inasprimento di quelle esistenti: dall'Imu alle addizionali Irpef, dalle "patrimonialine" mirate all'Iva (forse, da settembre). Anche grazie alla pressione dell'opinione pubblica si è però reso conto di aver spinto troppo su quel pedale e ora sta provando a correre ai ripari. Poiché la riforma delle pensioni solo tra parecchi anni darà frutti in termini di contenimento della spesa, il ministro Piero Giarda si è messo al lavoro per la cosiddetta " spending review",
la revisione dei meccanismi di spesa che dovrebbe consentire di risparmiare 4,2 miliardi nel 2012 intervenendo su voci che valgono 100 miliardi nel complesso. Con qualche conflitto all'interno del governo tra lo stesso Giarda e il superconsulente Enrico Bondi che ha stabilito il suo quartier generale al Tesoro dove lavora a stretto contatto con il capo di gabinetto Vincenzo Fortunato e il Ragioniere generale Mario Canzio.

Gli obiettivi di riduzione della spesa sono ambiziosi. Nel Documento di economia e finanza le uscite correnti, esclusi quindi gli investimenti, al netto degli interessi, scendono di due punti entro il 2015 in rapporto al Pil: dal 42,5 al 40,5 per cento. Dopo che per anni erano costantemente aumentate. Ma raggiungere questi risultati non sarà facile. Soprattutto se l'economia non tornerà a crescere.

Che gli sprechi ci siano è peraltro abbastanza evidente. E l'elenco degli organismi che fanno parte del settore pubblico ne è la conferma. Più complicato è eliminarli perché c'è sempre un buon motivo per non toccare la spesa: si devono licenziare le persone che l'amministrano, si devono chiudere aziende che forniscono servizi non indispensabili o che ricevono sussidi, si deve rinunciare a obiettivi culturali, sociali, religiosi che solo lo Stato, secondo le consuetudini di questi anni, può perseguire. E allora si indigna il sindaco, se la prende il governatore, si mobilitano deputati e senatori, si firmano appelli. Alla fine la spesa non si tocca. 
Come insegna l'esperienza degli enti inutili che, soppressi da leggi a ripetizione, sono ancora vivi e vegeti. E soprattutto costosi. A ridurne il numero ci hanno provato in tanti: più volte i governi Berlusconi, quello di Prodi. Il parlamento ha regolarmente approvato. Ma per un motivo o per l'altro di effetti concreti quei provvedimenti non ne hanno avuti. Solo un po' di pubblicità per ministri in cerca di gloria. Come Roberto Calderoli che ne aveva fatto un suo cavallo di battaglia. Alcune vicende sono grottesche. Quella dell'Ice, per esempio. Soppresso dall'ultimo governo Berlusconi, l'Istituto per il commercio estero, che si occupa della promozione dei prodotti made in Italy sui mercati internazionali, è stato riportato in vita da Mario Monti.




fonte: l'Espresso



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