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giovedì 21 giugno 2012
Bimbo di Gazadi Erica Balduzzi
Gaza, terra lacerata. Terra in cui i conflitti dei grandi ricadono – secondo un copione tristemente sempre uguale a se stesso – sulle spalle dei più piccoli: sono i bambini a subire le conseguenze più della precaria situazione sociale e politica, quelle conseguenze che hanno a che vedere con la vita di tutti i giorni come mangiare, bere, lavarsi.
È il rapporto “Gaza’s Children: falling behind” diffuso da Save the Children insieme all’organizzazione Medical Aid for Palestinians (MAP) a denunciare le drastiche condizioni igienico-sanitarie in cui è costretta a vivere la popolazione di Gaza, messa in ginocchio dall’embargo iniziato cinque anni fa.
Acqua negata. 
La difficoltà principale è l’accesso all’acqua per una larga fetta della popolazione. Sovraffollamento, infrastrutture danneggiate, blocco al transito di merci e persone: queste le problematiche che rendono l’accesso all’acqua potabile e corrente a Gaza non solo difficoltoso, ma anche pericoloso. Secondo il rapporto, infatti, l’unica fonte di acqua corrente disponibile sul territorio sarebbe contaminata da concimi e scorie umane, a causa del sovraffollamento (1.700.000 persone circa) in un’area decisamente ridotta, pari a 365 chilometri quadrati: area in cui vivono più di 800.000 bambini il cui stato di salute è particolarmente a rischio.

«I bambini di Gaza vivono in condizioni di prigionia, intrappolati in un lembo di terra avverso che gli impedisce anche solo di sognare un futuro migliore – dichiara Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia –. Dall’inizio del blocco nel 2007, è raddoppiato il numero di bambini al di sotto dei 3 anni curati per diarrea, perché costretti a bere un’acqua tossica e nociva.
Le condizioni igieniche nella Striscia si aggravano progressivamente, al punto che anche una banale diarrea ormai può essere mortale per i bambini di Gaza». Nel rapporto si evidenzia come il sistema di scarico delle acque sia stato completamente danneggiato durante l’Operazione Piombo Fuso e come gli impianti per il trattamento siano sovraccarichi o a corto di carburante. Ad oggi, soltanto 1/5 dell’attrezzatura necessaria per le riparazioni ha varcato il confine costantemente protetto, mentre il resto è bloccato nei depositi.
Non solo: la mancanza di fornitura costante di energia elettrica alle abitazioni civili (in moltissimi casi disponibile solo alcune ore del giorno e poche volte alla settimana) impedisce alle famiglie un corretto approvvigionamento idrico. Una situazione che spinge ad acquistare acqua da altri privati, senza avere la certezza che essa sia effettivamente sana e non contaminata da nitrati (presenti nelle feci e nei concimi e che potrebbero causare gravi forme tumorali).
Emergenza povertà.
«I bambini di Gaza, come quelli di tutto il mondo, dovrebbero poter godere dei diritti essenziali sanciti dalla Convenzione Onu per l’Infanzia e l’Adolescenza, primo tra tutti il diritto alla salute – afferma ancora Valerio Neri -. I numeri purtroppo raccontano tutt’altra realtà: oltre all’emergenza igienico-sanitaria, dall’inizio dell’embargo nel 2007 ben 605 bambini sono stati uccisi nella Striscia di Gaza, 2.179 quelli feriti durante i conflitti. La comunità internazionale ha l’obbligo politico e morale di intensificare la massimo gli sforzi per garantire quanto prima una maggiore sicurezza ai bambini, condizioni sanitarie umane e la fornitura di acqua potabile e sana».
Non solo mancanza d’acqua, dunque, ma anche povertà generalizzata: il 38% dei minori a Gaza vive in condizioni di indigenza e 630.000 bambini non godono degli standard di sicurezza alimentare a causa della difficoltà di produrre o acquistare le derrate: tant’è che il rischio di malnutrizione colpisce il 10% dei bambini al di sotto dei 5 anni, mentre l’anemia affligge il 58,6% di minori in età scolare, il 68,1% di quelli tra i 9 e i 12 mesi e il 36,8% di donne in stato di gravidanza.
Fonte: dirittodicritica.com tratto da ecplanet




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