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lunedì 11 giugno 2012
Il 17 giugno i greci torneranno alle urne, e i leader europei ci ripetono che le prossime elezioni avranno un’importanza capitale: in ballo non c’è soltanto il destino della Grecia, ma anche quello di tutta l’Europa. Un risultato – quello più auspicabile, secondo loro – permetterebbe di portare avanti il doloroso ma necessario processo di ripresa attraverso le misure d’austerity. L’alternativa invece – la vittoria della coalizione di sinistra Syriza – scatenerebbe il caos, la fine del mondo (europeo) per come lo conosciamo oggi.
I profeti della catastrofe hanno ragione, ma non nel senso che credono loro. Secondo i critici del nostro attuale sistema democratico, oggi le elezioni non offrono una reale possibilità di scelta: siamo chiamati ad assegnare il nostro voto a partiti di centrodestra o di centrosinistra, ma i loro programmi sono pressoché indistinguibili. Il 17 giugno, invece, i greci potranno davvero operare una scelta di campo: l’establishment (Nuova democrazia e Pasok) da una parte, Syriza dall’altra.
Come sempre accade quando esiste una reale possibilità di scegliere, l’establishment va in preda al panico: se farete la scelta sbagliata, minacciano, seguiranno devastazione, povertà e violenza. La mera possibilità che Syriza possa vincere ha terrorizzato i mercati globali. Viviamo nei giorni della prosopopea ideologica: i mercati parlano come se fossero persone, esprimono preoccupazione per ciò che potrebbe accadere se il futuro governo greco non sarà disposto a rispettare il programma di austerity fiscale e riforme strutturali. Ma i greci non hanno tempo di preoccuparsi di tutto questo: devono pensare alla loro vita di tutti i giorni, che sta peggiorando fino a raggiungere livelli che in Europa non si vedevano da decenni.
Le minacce dei vertici europei sono profezie auto-avveranti. Scatenano il panico, e in questo modo favoriscono quegli stessi i meccanismi da cui ci mettono in guardia. Se vincerà Syriza, sperano che impareremo la lezione sulla nostra pelle e capiremo cosa succede quando si interrompe il circolo vizioso della mutua complicità tra i tecnocrati di Bruxelles e il populismo anti-immigrazione. Per questo Alexis Tsipras, leader di Syriza, ha dichiarato in una recente intervista che la sua priorità in caso di vittoria sarà quella di combattere il panico: “il popolo sconfiggerà la paura. La gente non soccomberà e non si lascerà ricattare”.
La missione di Syriza è quasi impossibile, ma la sua voce non è quella della follia di estrema sinistra. Al contrario, è la voce della ragione che lotta contro la scriteriata ideologia di mercato. Gli uomini di Syriza sono pronti a prendere in mano la situazione, e hanno superato la tradizionale paura di governare della sinistra. Hanno il coraggio di provare a rimediare agli errori commessi da altri. Per farcela dovranno mostrare una formidabile combinazione di principi e pragmatismo, di impegno democratico e capacità di agire rapidamente e con decisione quando necessario. Se vogliono avere una benché minima possibilità di successo, avranno bisogno di una solidarietà forte a livello pan-europeo: non soltanto un trattamento accettabile da parte degli altri paesi, ma anche un sostegno in termini di idee creative, per esempio per la promozione del turismo estivo.
Nei suoi Appunti per una definizione di cultura, T.S. Eliot sottolineava che ci sono momenti in cui l’unica scelta possibile è tra l’eresia e la non-fede. In altre parole, a volte l’unico modo di mantenere in vita una religione è provocare una scissione settaria. Oggi l’Europa si trova esattamente in questa situazione. Soltanto un nuova “eresia” – ai giorni nostri, Syriza – può salvare quanto di buono c’è nel progetto europeo: democrazia, fiducia nei popoli, egualitarismo, solidarietà… Se Syriza verra sconfitta saremo invece condannati a vivere in “un’Europa dai valori asiatici”, che naturalmente non avrà nulla a che vedere con l’Asia ma sarà soltanto lo specchio delle tendenza del capitalismo contemporaneo a calpestare la democrazia.
È questo il paradosso connaturato al “voto libero” nelle società democratiche: il cittadino è libero di scegliere, a condizione che faccia la scelta desiderata. Se l’opzione scelta è diversa (lo abbiamo visto quando gli irlandesi hanno rifiutato la costituzione europea) viene trattata come un errore, e per correggerlo l’establishment chiede immediatamente che il processo “democratico” riparta dal principio. Quando l’anno scorso il primo ministro greco George Papandeou ha proposto un referendum sul piano di salvataggio per la Grecia, la consultazione referendaria in sé è stata bollata come scelta sbagliata.
I mezzi di comunicazione veicolano due macro-storie a proposito della crisi greca: c’è la storia germano-europea (i greci sono irresponsabili, pigri, spendaccioni, evasori fiscali e hanno bisogno di essere controllati e di imparare la disciplina fiscale) e c’è la storia greca (la nostra sovranità nazionale è minacciata dalla tecnocrazia neoliberale di Bruxelles). Quando è diventato impossibile ignorare le sofferenze del popolo greco è emersa una terza storia: i greci vanno aiutati perché vittime di un'’mergenza umanitaria, come se fosse in corso una guerra o se il paese fosse stato colpito da una calamità naturale. Tutte e tre le storie sono chiaramente false, ma la terza è la più disgustosa. I greci non sono affatto vittime inermi. Sono uomini in guerra contro i vertici dell’economia europea, e ciò di cui hanno bisogno è la nostra solidarietà, perché la loro battaglia è anche la nostra battaglia.
La Grecia non è un’eccezione, ma uno dei tanti banchi di prova per un nuovo modello socioeconomico dalle applicazioni potenzialmente illimitate: una tecnocrazia depoliticizzata in cui i banchieri e altri “saggi” demoliscono ogni forma di democrazia. Se riusciremo a salvare la Grecia dai suoi presunti salvatori, salveremo anche l’Europa


fonte: infoaltra.blogspot.it


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