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sabato 9 giugno 2012
di Rosa Ana De Santis
I risultati della Ricerca Rbm-Censis sulla sanità integrativa raccontano benissimo di come la crisi e la difficile congiuntura socio-economica che strangola le famiglie italiane stia compromettendo seriamente il diritto alla salute. Sono ben 9 milioni gli italiani, poveri e impoveriti, che per ragioni economiche non hanno più accesso alle prestazioni sanitarie necessarie.
Tagli e piani di rientro hanno drasticamente ridotto la spesa pubblica nella sanità. Si è passati dal 6% del periodo 2000- 2007 al 2,3% del biennio 2008- 2010 per arrivare all’ 1% nelle regioni con piano di rientro. E’ questo a generare liste d’attesa infinite, assenza quasi totale dei servizi intra-moenia, pessima qualità di servizi sanitari in moltissimi nosocomi. La distanza tra quello che servirebbe alla sanità pubblica per riprendersi e i tagli annunciati è pari a 17 miliardi di euro. Una cifra da capogiro che non nasconde l’iniquità che questa situazione porta con sé.
Soltanto i più ricchi possono permettersi infatti la cosiddetta sanità integrativa o privata che sia e la maggior parte di chi ci si rivolge lo fa a causa delle lunghissime liste d’attesa del pubblico. Come si può pensare di garantire il diritto alla salute dei cittadini se l’attesa per esami diagnostici di routine è di mesi e mesi? E soprattutto come si può parlare seriamente di prevenzione in queste condizioni? Chi controlla l’agenda degli ospedali, gli “imbucati” e quello scandalo senza controllo degli ospedali pubblici abbandonati da tanti medici nel pomeriggio, pronti a correre in clinica?

Interessante pensare cosa accadrebbe se tutte le donne in fascia di screening per il tumore del seno decidessero di diventare diligenti  e puntuali nei controlli, e si rivolgessero in ospedale per ecografie e mammografie con regolarità. Sarebbe pronto il servizio sanitario nazionale ad accoglierle?
Ad oggi la sanità è peggiorata per il 32% degli italiani e i Fondi  sanitari presenti (14 quelli presi in esame nella ricerca) di cui molti quelli aziendali più accessibili per le tasche di tutti, non riescono a coprire la quota di cittadini rimasti a piedi.
Inutile parlare di cosa non hanno i precari. E’ evidente che occorre trovare risorse aggiuntive per intervenire sulla sanità e per evitare che sulla crisi si ingrassi la sanità  privata, lasciando senza cure quote sempre più consistenti della popolazione.
In effetti se la sanità pubblica diventa un dogma senza diritto, senza quindi più la forza di esigibilità che dovrebbe essergli propria, si trasforma in un raggiro da politichetta per un paese che fino a ieri rivendicava la sua differenza con i sistemi a quasi totale sanità privata sul modello statunitense.
Il sistema italiano è già cambiato e il diritto alla salute nella sua pienezza (che comprende anche la prevenzione secondaria tanto osannata sui media) non è appannaggio di tutti. I più ricchi hanno la possibilità di spostarsi e di organizzare i pellegrinaggi della salute verso ospedali meglio attrezzati.  I più ricchi ancora hanno polizze personali o possono permettersi visite specialistiche  a pagamento.
Sono rimasti i più poveri a credere nel sistema sanitario nazionale che, seppure ricco di eccellenze e di servizi di altissimi qualità, spesso fondati unicamente sulla dedizione e il senso del dovere di chi lavora nella sanità pubblica, sta collassando dentro il buco degli sprechi e dei tagli fatti con il “machete”, per usare le parole del Presidente Napolitano.
L’importante è sapere che per ora a pagare per tutto questo sono loro: i più poveri e i malati. Quelli che più ne avrebbero bisogno.



fonte: altrenotizie.org



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