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mercoledì 20 giugno 2012
Simone, 15 anni: “Ma è come a Monopoli: se sei senza soldi devi vendere case e terreni; però poi se non hai più un patrimonio non incassi e ti indebiti sempre di più finché non fallisci“.
Questo il commento, non sollecitato, alla notizia che il governo Monti ha deciso di vendere le proprietà dello stato per rifinanziarsi. Con tutte le ovvie semplificazioni, un ragazzo senza competenze specifiche capisce che se per ottenere liquidità vendi il tuo patrimonio, inneschi un circolo vizioso dal quale si esce in un modo solo: falliti.
Eppure sono tutti lì, sindacati in testa, ad applaudire il governo che, a detta loro, finalmente si è deciso a fare qualcosa di giusto. Anzi, secondo lor signori avrebbe dovuto farlo prima, ma a questo Monti ha risposto in maniera insolitamente chiara: non lo ha fatto prima “perché avrebbe trasmesso un messaggio sbagliato ai mercati”. In effetti fino a qualche mese fa chi avesse voluto comprare un immobile si sarebbe potuto preoccupare delle tasse; oggi invece, grazie all’esenzione dall’IMU per fondazioni bancarie, immobiliaristi, soggetti poco-profit e altri, sarà tutto più semplice. Ora le garanzie sono state date per cui si può procedere.
Già, ma chi lo compra il patrimonio immobiliare pubblico?

Lo compra chi ha liquidità, cioè i soggetti di cui sopra e la criminalità organizzata (evitando di fare le pulci per cercare il confine); ma soprattutto lo comprano gli stranieri, dando così il via, dopo aver fissato i criteri per la svendita dei terreni, alla seconda parte delsaccheggio. Una quantità di immobili di pregio da cedere a prezzo di realizzo a qualche Pantalone pronto a comprarsi il suo pezzo di Italia. Poi sorridiamo quando la Grecia mette in vendita le sue isole…
Prima i terreni, poi gli immobili. E poi? Poi arriverà il terzo blocco, per certi versi quello più sostanzioso: le aziende pubbliche. Da tempo se ne parla, e presto vedremo realizzato anche questo incubo: Eni, Enel, Finmeccanica e tante altre aziende verranno cedute a poco prezzo a qualche multinazionale. A quel punto ci ritroveremo con i conti in ordine, grazie a quel poco di liquidità che riusciremo a rimediare, e saremo liberi di… ubbidire al diktat dei nostri nuovi padroni.
Abbiamo un sistema produttivo che da alcuni decenni viene sistematicamente distrutto da pseudo-imprenditori (con il pieno supporto del mondo politico), attirati dal guadagno facile e miope della delocalizzazione, incapaci di capire l’esigenza di una continua ricerca tesa al miglioramento dei prodotti anziché alla concorrenza con i prezzi cinesi; un sistema produttivo che oggi riceve il colpo di grazia dalla crisi economica e dalla sostanziale impossibilità di accedere al credito bancario. A questo affianchiamo lo smantellamento del settore pubblico, sia per quanto riguarda i servizi erogati, sia relativamente alle proprietà e in particolare a quelle produttive. Aggiungiamo poi una tassazione che è tra le più alte d’Europa e non solo, e otterremo il risultato finale: un popolo disposto ad accettare qualsiasi condizione pur di mangiare.
Quello che ieri i nostri pseudo-imprenditori cercavano in Asia orientale, tra poco sarà disponibile qui in Italia. Le aziende europee apriranno i loro stabilimenti in Italia, potendo così usufruire di manodopera a basso costo e, grazie all’elevata disoccupazione, facilmente ricattabile, senza avere i problemi logistici legati alla distanza; inoltre potranno approfittare di una legislazione sempre più favorevole (non si parla molto di “zone franche” ma sono già pronte da tempo); la moneta comune, che impedisce l’attuazione di una propria politica economica, e la stabilità dei prezzi garantita dalla BCE faranno il resto.
“La Cina è vicina” recitava uno slogan di qualche tempo fa; la verità è che ormai la Cina siamo noi.
A questo ci ha portato una classe politica corrotta fino al midollo; a questo ci ha portato una classe imprenditoriale avida e incapace; a questo ci ha portato la nostra indifferenza.
La terza guerra mondiale si concluderà, come la precedente, con gli italiani nel ruolo degli sconfitti. Nel 1945 diventammo una colonia degli USA, che da allora ci utilizzano come una portaerei nel Mediterraneo; domani saremo la colonia dei produttori di tutta Europa, piegati alla logica del mercato neoliberista. Un mercato caratterizzato da una sempre maggiore sperequazione tra chi è in cima alla piramide e tutti gli altri, con la ricchezza che si accumula in alto e i danni sociali e ambientali che si accumulano in basso.
Forse se mettessimo le nostre sorti in mano ad un gruppo di quindicenni, più abituati a giocare a Monopoli che a pavoneggiarsi nei vari G8, G20, G71, vivremmo con maggiore tranquillità. E comunque potremmo sempre dire “non gioco più”.



Fonte: reset-italia.net tratto da stampalibera.com



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