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venerdì 22 giugno 2012
nikki beachdi Januaria Piromallo e Marika Borrelli
E’ successo pure questo. Mentre l’Europa, tutta, è appesa al filo “greco”, come se fosse il filo d’Arianna, per uscire dal labirinto della crisi. Un gruppetto di gaudenti, russi, categoria della peggior specie di nouveaux riches, seduti al ristorante del Nikki Beach a St. Tropez paga un conto dall’esorbitante cifra di 107.524 euro. Sono in sedici e consumano, tra l’altro, una bottiglia Mathusalem di Dom Perignon Rosé da nove litri, prezzo di listino 50mila euro. E due bottiglie Jeroboam, sempre di bollicine Dom Perignon, da 6 litri per 40mila euro. Sui due cappuccini della grande abbuffata non si può fare troppo la cresta, costano solo 12 euro. Siamo ritornati ai tempi del basso impero, i servi della gleba da un lato e dall’altra la casta degli “intoccabili” (nel senso non toccategli le loro ricchezze).
I Nikki Beach sono un altro mondo, club sulla spiaggia per ricconi spocchiosi. Importati dalla casa madre di Miami, sono un concept più che uno stabilimento e hanno aperto nei vari angoli del mondo, S.Barth, Puerto Vallarta, Dubai e Koh Samui in Thailandia. Sono diventati oggi i templi del peggior briatorismo d’esportazione, del cattivo gusto senza freni. Eppure il primo Nikki Beach di Miami, tanti anni fa, era partito con spirito completamente diverso. I suoi fondatori erano genitori affranti dalla perdita della figlia, che si chiamava per l’appunto Nikki, morta all’età di vent’anni in un incidente stradale. Siccome amava la musica e la spiaggia, quale modo migliore per commemorarne la memoria, aprendo un lounge pied-dans l’eau come sarebbe piaciuto a lei. E difatti all’ingresso di ogni Nikki Beach campeggia una foto di una ragazza dai capelli biondi e dagli occhi grandi, occhi che in poco tempo avrebbero dovuto catturare quante più fette di mondo.

Oggi il Nikki beach, più trash che mai, è l’ultimo posto che riporterebbe a certi valori umani. Due mondi, sempre più stridenti tra di loro, quello degli happy few, sempre più few, e quello dei comuni mortali. E proprio nel momento in cui sto per postare mi arriva l’email di Umberto Pizzi, il nostro Cartier-Bresson di Zagarolo, fotografo di vecchia scuola che ha immortalato un’epoca, quella irripetibile della Dolce Vita. La sua Rolleiflex è stata come la Lettera 22 di Montanelli. Mi scrive affranto: Cara Januaria, la vita diventa sempre piu difficile, il lavoro e diventato uno schifo, non paga più nessuno. I giornali fanno i soldi con il lavoro gratis. Quasi quasi non conviene più lavorare, si mangia tutto le tasse. Forse, se riesco a vendere il mio archivio storico, mollo tutto e mi ritiro in campagna. Comunque, l’importante è star bene, grazie al cielo io non mi lamento per questo. Ciao un abbraccio, Umberto.

PS: il "Beluga 125g" è caviale, confezione da 125 grammi (vedi quiLangouste = aragoste, Evian è acqua

fonte: ilfattoquotidiano.it



3 commenti:

Anonimo ha detto...

Il matusalem e' una bottiglia da 6 litri! Mentre il jeroboam e' una bottiglia da 3 litri..correggete l articolo

deca67 ha detto...

Che vergogna!Una precisione va fatta pero' la bottiglia di Mathusalem ha una capacita' di 6 lt.,mentre quella di Jèraboam è di 3 lt.

Anonimo ha detto...

Ma scusa, se uno si vuol comprare una bottiglia di Mathusalem in spiaggia e se la può permettere che c'è di male? Sono ammirevoli i ricchi che spendono molto, che fanno girare i loro soldi, no?

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