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giovedì 10 maggio 2012
Bruno Amoroso

Il nodo da risolvere è quello di togliere tutti quegli spazi di autonomia che i sistemi finanziari si sono conquistati rispetto ai sistemi politici e economici. La finanza va disarmata chiudendo le istituzioni mediante le quali può operare in modo autonomo (borse, società di rating, grandi società finanziarie e banche nazionali e transnazionali). La finanza va drenata del proprio potere togliendo alla moneta la funzione di “strumento di accumulazione di ricchezza”, riportandola a quella di “misura di conto” e “strumento di scambio”. La moneta deve essere emessa dagli Stati con funzioni precise di sostegno dell’economia e dei suoi equilibri interni. L’accumulo di moneta per operazioni finanziarie crea ostacolo all’uso della moneta per gli scambi commerciali e gli investimenti; è di fatto un’appropriazione indebita della moneta emessa dallo Stato che i privati fanno, sottraendo così lo strumento necessario per investimenti e per il consumo.
Il meccanismo d’intervento necessario è semplice: tassare in forma fortemente progressiva tutte le forme di risparmio e di accumulo finanziario che superino i limiti del “risparmio famigliare”. La moneta va rimessa in circolazione per investimenti e consumo, limitando così anche il bisogno di espandere le emissioni con effetti inflazionistici. A mio avviso, i sistemi finanziari hanno costruito legami che impediscono ogni forma di competizione interna e hanno anche il pieno controllo dei sistemi monetari (dollaro, sterlina e euro) come dimostra la loro presenza nei posti chiave del governo dell’economia e della moneta sia negli Stati Uniti sia in Europa. La possibilità di rompere questo monopolio risiede anzitutto nel formarsi di volontà politiche diverse che sono la premessa indispensabile perché l’euro possa eventualmente svolgere un ruolo autonomo rispetto a obiettivi sia interni sia internazionali.
Questo non è raggiungibile né con le attuali istituzioni monetarie europee, controllate dalla Goldman Sachs (Mario Draghi), né con iniziative di sovranità nazionali che, per la loro debolezza intrinseca, potrebbero forse aiutare le condizioni socioeconomiche interne, ma rimanendo dipendenti per il loro ruolo internazionale; questo è quanto oggi avviene, ad esempio, con la corona dei paesi scandinavi. Diverso sarebbe il caso del formarsi di 
Mario Draghiaree monetarie forti dentro il sistema dell’Ue (come è oggi il caso della sterlina inglese) che, concatenando moneta e sistemi produttivi, potrebbero tornare a svolgere un ruolo di trascinamento dell’euro in nuove direzioni.
La prima proposta è quella degli economisti keynesiani, che propongono il superamento della parentesi dell’euro. Si tratta di una proposta di ritorno al sistema del “serpente monetario”, con le sovranità monetarie nazionali, e con fasce di variazione concordate nei cambi. Inoltre si propone un Fondo di solidarietà al quale dovrebbero concorrere sia i paesi con un eccesso di surplus sia quelli con un eccesso di deficit nella bilancia dei pagamenti. Il Fondo dovrebbe aiutare in modo mirato i paesi in difficoltà. È una proposta lineare e che si rifà sia al modello keynesiano, sia alle esperienze di cooperazione monetaria del sistema europeo precedenti all’euro. La debolezza della proposta è che non tiene conto che gli Stati nazionali non dispongono più di governi autonomi e di forze politiche capaci di gestire queste politiche. La globalizzazione ha modificato tutto questo in forma irreversibile.
La seconda proposta, nella quale io colloco la mia, è quella di tentare di risolvere i problemi prodotti dall’euro dentro questo sistema. I problemi nascono da una divisione tra i paesi dell’area tedesca e quelli dell’Europa del sud. Per questo è ipotizzabile una divisione dell’euro in due zone, con rapporti di cambio concordati e meccanismi di solidarietà del tipo di quelli descritti sopra. Le ragioni della mia preferenza per questa proposta sono due. Prima, le debolezze dei governi nazionali singolarmente presi sono Giulietto Chiesa evidenti, ormai ridotti a ruoli prefettizi rispetto alla Bce. Un semplice ritorno ai sistemi statali nazionali porterebbe probabilmente a una dissoluzione dell’intero progetto europeo.
La divisione proposta della zona euro costringerebbe i governi e i movimenti politici dell`Europa del sud a riprendere una propria iniziativa più aderente alla realtà dei propri sistemi produttivi e sociali, e consentirebbe uno spazio d’intervento ai movimenti sociali, politici e sindacali di questi paesi. Seconda, si riaprirebbe un processo di rifondazione dell’assetto istituzionale europeo, che ponga una alternativa al modello istituzionale centralizzato di Bruxelles in direzione di una struttura federale europea, costruita però non su singoli stati e paesi ma su aree mesoregionali omogenee. Questo è quanto di fatto già avviene nell’area dei paesi baltici e dell’Europa centrale, mentre è assente per i paesi dell’Europa del Sud (Europa mediterranea). È evidente che questo richiederebbe una ricontrattazione di tutti i passaggi strategici della fase post guerra fredda (Maastricht, Lisbona, ecc.) totalmente inadeguati a questi nuovi indirizzi.
(Bruno Amoroso, “Disarmare la finanza per rifondare l’Europa”, estratti delle dirichiarazioni rilasciate a Giulietto Chiesa per l’intervista apparsa il 30 aprile 2012 su MegachipIl professor Amoroso, insigne economista e docente universitario in Danimarca, è membro del comitato scientifico del laboratorio politico “Alternativa”).




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