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domenica 1 aprile 2012
Scatoletta di tonno- Clicca qui per scaricare il report "I segreti del tonno" di GreenPeace
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Siamo ricuri che in una scatoletta di tonno ci sia veramente del tonno?
Quando apriamo una scatoletta di tonno, siamo davvero sicuri di ciò che stiamo per mangiare? È la domanda che si è posta l'associazione ambientalista Greenpeace che nel suo nuovo rapporto "I segreti del tonno”.
Secondo Greenpeace, infatti, una prima pecca delle scatolette è la scarsa trasparenza. Dopo aver condotto un monitoraggio in 173 punti vendita, la scorsa estate, sulle etichette di oltre 2mila lattine di tonno, l'associazione ha chiarito un punto: i consumatori sanno poco o nulla riguardo a quello che si apprestano a comprare (e a mangiare).
Fate la prova. Aprite la dispensa e provate a leggere cosa c'è scritto sulla scatoletta. Noi ci abbiamo provato. Nella scatoletta di tonno all'olio di oliva, a parte gli ingredienti (tonno, olio d'oliva e sale) non troviamo altro. Anche su quella del tonno al naturale troviamo gli ingredienti (tonno, acqua, sale, estratto di lievito) ma null'altro.
Ed ecco i dati di Greenpeace. Nella metà dei casi esaminati, non sappiamo assolutamente che specie di tonno abbiamo acquistato e solo il 7 per cento delle scatolette indica la provenienza. Silenzio assoluto sulla tecnica di pesca utilizzata, nel 97 per cento delle scatolette esaminate.

E volete sapere quali sono i marchi meno trasparenti secondo Greenpeace? MareAperto STAR, Maruzzella, Consorcio e Nostromo. Riomare, inoltre, non specifica mai area e metodo di pesca. Il sospetto degli ambientalisti, in quest'ultimo caso è che l'azienda voglia nascondere il fatto che usa metodi di pesca sostenibili solo nel 45 per cento dei suoi prodotti. Ma non si salva neanche Mareblu, che secondo Greenpeace è impegnata nella pesca sistemi FAD (Fish Aggregating Device - sistemi di aggregazione per pesci) sul mercato inglese.
Ma è così difficile garantire la trasparenza? Assolutamente no, se alcune aziende come AsdoMar, hanno iniziato a riportare il nome della specie, l'area di pesca e il metodo utilizzato.
Sappiamo tutti che la pesca del tonno, attualmente, è allo stremo, indiscriminata e molto spesso illegale, al punto da mettere a rischio l'ecosistema marino. Basti pensare che cinque delle otto specie di tonno di interesse commerciale sono a rischio, compreso il tonno pinna gialla, il più consumato in Italia.
Siete curiosi di conoscere le tecniche con cui viene più spesso pescato il tonno in Italia? Con metodi distruttivi come i palamiti, le reti a circuizione con FAD, che causano ogni anno la morte di migliaia di esemplari giovani di tonno, tartarughe, squali, mante. Significativo il video di Greenpeace che documenta le conseguenze distruttive della pesca con i FAD. Il filmato è stato girato da un informatore dell'industria del tonno su un peschereccio coreano nell'Oceano Pacifico.

"Sono trascorsi due anni dal lancio della campagna "Tonno in trappola" e la situazione non è migliorata – ha ribadito Giorgia Monti, responsabile della campagna Mare di Greenpeace Italia - Se alcune aziende hanno aggiunto delle informazioni in più sulle etichette, la maggior parte dei prodotti non offre garanzie né sul tipo di tonno che portiamo in tavola, né sulla sostenibilità dei metodi con cui è stato pescato. Tutto fa pensare che le aziende produttrici stiano cercando di nascondere qualcosa".
Continua: "Oggi i consumatori italiani sono complici senza saperlo della distruzione dei mari. In Inghilterra tutti i più importanti marchi hanno deciso di utilizzare solo tonno pescato in modo sostenibile, mentre in Italia non esiste ancora una scatoletta di tonno 100 per cento sostenibile. Cosa stiamo aspettando?".
Già, cosa aspettiamo a salvare il tonno, sempre meno presente nei nostri mari?
6 buone ragioni per eliminare dalla propria dieta il tonno
1) Innanzitutto, si sa che la quasi totalità della fauna ittica assorbe mercurio, ma questo è maggiormente preoccupante nel caso di pesci di grossa taglia e più longevi, per il semplice fatto che hanno più tempo per accumulare la sostanza nel proprio corpo. Ora, il mercurio è notoriamente tossico e negli uomini questo può causare disturbi neurologici di vario genere: dalla perdita di memoria, ai danni cerebrali, agli aborti spontanei e chi più ne ha più ne metta. Certamente un consumo ridotto non si traduce automaticamente in problemi di questo tipo, ma disturbi quali l’affaticamento e la perdita di memoria legati al consumo di pesce sono così comuni che esiste addirittura un termine medico specifico per indicarli: si parla infatti di “fish fog”, di “annebbiamento”.
2) La pesca intensiva del tonno impoverisce anche la fauna circostante: molto spesso nelle reti incappano accidentalmente anche balene e delfini, il cui destino non è quello di essere rimessi in libertà, bensì quello ben più triste di venire massacrati in quanto specie predatrici di tonni.
3) Nella stragrande maggioranza dei casi, il tonno non viene consumato nel luogo in cui viene catturato: il pescato viene dapprima congelato, poi venduto, trattato e poi spedito in ogni angolo del mondo. A causa di tutti questi passaggi il consumo di tonno accresce a dismisura la nostra impronta ecologica ogni volta che decidiamo di consumarlo: per metterci in pari - in termini meramente economici - dovremmo pagare non solo per la nostra piccola scatoletta, ma anche per tutta l’energia sprecata, per l’inquinamento prodotto, per i trasporti, per il depauperamento della fauna marina, nonché per l’indiscutibile preziosità biologica del prodotto.
4) In Italia la pesca del tonno rosso (bluefin) è diffusa soprattutto al largo di Sicilia, Sardegna, Calabria e Liguria. Buona parte del tonno consumato a livello mondiale viene però pescato molto lontano dal nostro Mediterraneo e commercializzato a prezzi concorrenziali dall’Australia o dal Giappone (dove viene utilizzato in quantità enormi per la preparazione del sushi). L’impatto della pesca “legale” – comunque troppo intensiva – è inoltre aggravato da quella illegale: è pratica diffusa infatti allungare la stagione di pesca fino a 4 mesi rispetto ai tempi naturali di cattura (in Maggio e Giugno), un’abitudine che stravolge i tempi di crescita e riproduzione dei pesci.
5) Nella sua campagna a tutela degli oceani, Greenpeace ha dedicato un intero capitolo al tonno: rispetto agli anni ’70 questa specie si è ridotta del 90% a causa della pesca intensiva e della crescente domanda da parte dei consumatori. “Sai che cosa c’è nella tua scatoletta?” è la domanda che ci martella in questo breve video: apri una lattina e scopri non solo che spesso al suo interno ci sono tracce di animali che non dovrebbero esserci, ma anche che un tuo piccolo gesto si ripercuote a catena su equilibri fragili, sulla sopravvivenza di interi ecosistemi, sulla tua salute e su quella del nostro mondo. Come fa notare l'associazione, il tonno rappresenta la conserva ittica più venduta sul mercato mondiale, ma l'industria del tonno, ad oggi non può essere considerata sostenibile.
6) ll WWF già nel 2008 – in occasione dell’incontro ICCAT (Commissione Internazionale per la Conservazione del Tonno Atlantico) - aveva avanzato la richiesta di sospendere per un periodo le autorizzazioni alla pesca del tonno rosso – questo per evitare un disastroso collasso biologico ed economico (non dimentichiamo che intorno al tonno ruotano anche molte economie locali e di qualità): il parere del WWF era comunque a favore di un utilizzo sostenibile delle risorse ittiche in appoggio dei pescatori che agivano correttamente entro i limiti delle leggi.
L’Italia ha poi effettivamente promosso una moratoria alla pesca del tonno rosso e l’Europa ne ha proposto il bando totale per tutelare questa specie. Bisogna però sottolineare che un’iniziativa del genere avrebbe ripercussioni purtroppo devastanti anche sulle economie locali di qualità e sulle comunità di pescatori, già gravemente provate dalle restrizioni e alla ricerca di nuove possibilità.
Rimane la convinzione che come sempre – non per niente si dice “in media stat virtus” – nella valutazione di rischi e benefici sia opportuno adottare un approccio equilibrato e ponderato. Lodevoli sono in questo senso alcune iniziative di sensibilizzazionepromosse a vari livelli.
Il consumo di un prodotto, e a maggior ragione di un prodotto così delicato, richiede dunque consapevolezza e informazione: le sole armi che abbiamo per garantire la sostenibilità e la qualità delle nostre scelte.
Così, se proprio non ce la facciamo a rinunciare ad una scatoletta di tonno, cerchiamo di acquistare marche che stanno cercando di rendere maggiormente sostenibile la loro produzione..

fonte: GreenMe


5 commenti:

Anonimo ha detto...

Articolo perfetto, in fondo ricalca un0indagine Greenpeace che ci fa riflettere sulla trasparenza di marche che mettono la qualità al primo posto.

Ma...il titolo! Non siamo tutti vegetariani e soprattutto noncensura non dovrebbe attrarre lettori tramite titoloni del genere.
Vorrei che un determinato trend cambiasse a partire da queste "sciocchezzuole" che fanno sembrare di primo cchitto tutto il tonno marcio...

Mostarda ha detto...

Assurdo che si usi un titolo del genere per colpire un'intera categoria di prodotti. Le realtà di attivisti, come GreenPeace ad esempio, ci hanno abituato a grandi battaglie giuste...e ad altre molto chiacchierate, perchè basate su un fondo ideologico. Il loro.

Nella relazione, molti errori e supposizioni sono presenti. Mentre solo un piccolo box è dedicato a spiegare E' CONSENTITO DALL'UNIONE EUROPEA etichettare il tonno così come fanno molte aziende, che invece la relazione tende a 'colpire'.

Santi in terra non ce ne sono, lo sappiamo. Nemmeno fra gli attivisti.

Anonimo ha detto...

io penso che il problema esiste un pò per tutti gli ingredienti che si acquistano soprattutto per quelli in scatola, per il pesce, le verdure e la stessa carne! Infatti non sappiamo da dove provengono, sappiamo di petrolio finito a tonnellate in mare ed io ultimamente noto che le sardine in scatola sembrano avere una strana velatura nera al posto del loro bel colore argento, come mai? E ancora che ne sappiamo da dove provengono le verdure e la carne in scatola o surgelati che mangiamo? Sappiamo di zone contaminate da veleni e da radiazioni nucleari che non si può sapere con certezza fino a dove arrivano ad agire con la loro pericolosità .... Siamo sicuri che nulla di ciò che mangiamo ogni giorno non ha subito contaminazioni di nessun genere?

Giuditta ha detto...

Un tempo amavo molto gli spaghetti al tonno. Li so fare molto bene, li cucinavo l'estate, con amore ... ma tre anni fa ogni volta che mettevo in bocca la prima forchettata iniziavano i conati di vomito (l'odore e l'aspetto erano appetitoso, non ero in cinta, ...).
Insomma ho smesso di mangiarli e cucinarli.
Bisogna fidarsi del nostro corpo, ci invia sempre segnali quando qualche cosa non va. E' l'istinto, anche noi lo abbiamo, non dimentichiamolo, e usiamolo.

Sergio ha detto...

Mi dispiace ma il tonno lo scelgo in base al prezzo, con quello che costa sono costretto a optare per quello più economico.
A parità di prezzo prenderò in considerazione quello più "trasparente e pescato in maniera sostenibile.

Manco a dirlo, sono goloso di tonno e non potrei mai farne a meno.

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