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sabato 7 aprile 2012
Il rapporto annule. 676 condanne accertate nel mondo. La denuncia di Amnesty: impossibile sapere

di Francesco Semprini 

ROMA Decapitazioni, impiccagioni, fucilazioni e iniezioni letali. Sono state almeno 676 le esecuzioni capitali praticate lo scorso anno in tutto il mondo al netto della Cina. Perché, come spiega il rapporto «Death Penalty 2011» di Amnesty International, il regime di Pechino considera la «pena di morte» un segreto di Stato e per questo non rende disponibili statistiche ufficiali. Dal dossier emerge un dato «allarmante», le 149 esecuzioni in più rispetto al 2010, (imputabile totalmente a Iran e Arabia Saudita). Ma anche un altro positivo, ovvero la riduzione di un terzo negli ultimi dieci anni delle nazioni che ricorrono alla pena capitale, 20 su 198. Alla fine del 2011 infine erano 18.750 le persone su cui pendeva una condanna a morte. «La grande maggioranza dei Paesi ha preso le distanze dalla pena di morte», avverte Salil Shetty, segretario generale di Amnesty.

Diversi i capi di imputazione per cui si viene giustiziati. In Iran si può morire per adulterio e sodomia (ricordiamo il caso di Sakineh), in Pakistan per blasfemia (è in attesa di esecuzione la cristiana Asia Bibi). In Arabia Saudita si muore per stregoneria, mentre in dieci Stati la condanna può essere emessa per reati di droga. Secondo Amnesty nella maggior parte dei Paesi dove è prevista la pena capitale, i procedimenti giudiziari non hanno rispettato gli standard internazionali sui processi equi mentre in alcuni casi, il giudizio si è fondato su confessioni estorte con tortura o altri metodi coercitivi, come in Arabia Saudita, Cina, Corea del Nord, Iran e Iraq.



I cittadini stranieri sono stati più colpiti dalla pena di morte in Arabia Saudita, Malesia, Singapore e Thailandia. In Bielorussia e Vietnam invece i condannati non sono neanche stati avvertiti della loro imminente esecuzione.
Il dato più inquietante arriva dal Medio Oriente dove c’è stato un aumento del 50% delle esecuzioni rispetto al 2010. In cima alla lista nera c’è l’Iran con almeno 360 persone finite al patibolo, segue l’Arabia Saudita con 82, l’Iraq con 68 e lo Yemen con 41. Queste quattro nazioni da sole contribuiscono al 99% delle condanne a morte praticate tra Medio Oriente e NordAfrica, in tutto 558. I dati più incerti riguardano la Repubblica islamica, dove in realtà le esecuzioni sarebbero il doppio e dove almeno tre persone sono state giustiziate per reati commessi prima della maggiore età in violazione alle leggi internazionali.

La Cina rappresenta il buco nero nel rapporto di Amnesty secondo cui migliaia di persone sarebbero state giustiziate nel 2011. Gli Stati Uniti sono la pecora nera in ambito Osce assieme alla Bielorussia unica a praticare la pena di morte in Europa. Negli Usa sono state giustiziate 43 persone, in 13 dei 34 stati dove è ammessa la pena capitale.
Il rapporto offre anche spunti positivi. In Cina il governo ha eliminato la pena di morte per 13 reati. Negli Stati Uniti il numero delle esecuzioni e delle nuove condanne a morte (78) è diminuito notevolmente rispetto a 10 anni fa. L’Illinois è diventato il 16esimo stato abolizionista e l’Oregon ha annunciato una moratoria. Tra i paesi di religione islamica, Algeria, Giordania, Kuwait, Libano, Marocco, Sahara occidentale e Qatar limitano molto le esecuzioni, così come alcune realtà dell’Africa subsahariana. «Possiamo notare graduali progressi, piccoli passi ma visibili», spiega Salil Shetty secondo cui «non avverrà certo nel giro di una notte mia un giorno la pena di morte sarà consegnata alla storia».
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fonte: "La Stampa"



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