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domenica 29 aprile 2012
nota: l'immagine sopra non era abbinata all'articolo originale,
ripreso da "Il Fatto Quotidiano"; la abbiamo associata noi.
di Enzo di Frenna
Mi sono occupato diverse volte della banca d’affari Goldman Sachsqui ed anche qui, poiché è considerata tra i principali responsabili del crac finanziario americano nel 2008. Nell’ultima puntata di Servizio Pubblico intitolata “fuori dall’euro?” il giornalista Federico Rampini, che vive negli Stati Uniti, ha ricordato che il Congresso americano ha messo sotto torchio i principali banchieri e li ha esposti alla gogna televisiva. Tra questi vi era anche il Ceo di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein, e i suoi collaboratori. Il senatore Carl Levin ha chiesto chiarimenti in merito ad alcune email in cui i clienti venivano definiti “pupazzi” a cui vendere “affari di merda”. Di recente Greg Smith, ex dirigente di Goldman Sachs e capo dell’equity derivatives business, ha denunciato un ambiente tossico e distruttivo nella banca d’affari americana, confermando che i clienti sono trattati come “pupazzi”.
In seguito ai miei post sul Fatto Quotidiano – relativi all’attività di questa banca d’affari – mi ha scritto l’economista Mariarita Iannone, esperta di investment banking che conosce bene il mondo della City finanziaria di Londra. Ha lavorato per banche d’affari come Merrill Lynch,Lehman Brothers (fallita nel 2008), Abn AmroCitibank. Ha vissuto, però, un’esperienza sconvolgente presso la sede londinese di Goldman Sachs International, in Fleet Street, dove è stata assistente alla compravendita di azionariato europeo sul trading floor.
Appena assunta ha affrontato turni di lavoro massacranti e una pessima organizzazione interna delle risorse umane, che le impediva di seguire i clienti con la dovuta attenzione. Lo spiegò ai suoi capi. Ma per risposta ricevette una lettera di licenziamento, firmata dal direttore del personale Catherine Harrison.
Il fatto risale a settembre del 2000, cioè il periodo in cui le banche d’affari costruivano in America il castello di sabbia dei titoli tossici che avrebbe poi avvelenato il mondo dopo il crac finanziario del 2008. La ex “Goldman girl” si è poi rivolta a numerosi studi legali inglesi, ma si è sentita dire che  non potevano mettersi contro Goldman Sachs. Poi finalmente l’avvocato David Michell, con studio a Newbury Street, ha accettato di occuparsi della vicenda e ha accusato la banca d’affari di “licenziamento illegittimo”, “gravi violazioni statutarie e contrattuali”, “discriminazione”.  
Successivamente la questione è approdata nei tribunali inglesi, ma non è stata ancora emessa una sentenza. Una vera anomalia per l’efficienza della giustizia anglosassone. Così il 27 luglio 2010 è stata presentata una denuncia alla Commisisone europea (prot. n. CHAP20102528), per “inadempienza giudiziaria di Stato membro, nei confronti del Regno Unito”. In questi giorni la vicenda di Mariarita è stata oggetto di due interrogazioni parlamentari, a firma di Elio Lannutti (Idv) e Franco Narducci (Pd), indirizzate al Ministero degli Esteri e una terza interrogazione è stata presentata a Bruxelles dall’europarlamentare Niccolò Rinaldi (Idv).
Ho incontrato Mariarita nella sua casa romana. Il suo racconto è davvero interessante: «In questa banca d’affari ho riscontrato una tale esaltazione che ti induce a crederti un dio in terra solo perché lavori in Goldman Sachs. Inoltre mi ha colpito la mancanza di considerazione verso la clientela. Nel mio caso, fin dall’inizio, fui sottoposta a orari di lavoro massacranti, anche dodici ore al giorno ed oltre, spesso senza pausa pranzo ne’ remunerazione per gli straordinari. Seguivo anche svariati progetti contemporaneamente. Le risorse umane e tecniche a disposizione erano insuffienti e, sebbene avessi ricevuto lodi per il mio impegno, non risultava possibile seguire i clienti in maniera efficace. Così sottoposi la questione ai miei superiori auspicando una soluzione.»
Mariarita fu convocata nell’ufficio del direttore del personale e le fu consegnata una lettera di licenziamento. Il motivo? «Non fu specificato – spiega – e inoltre mi chiesero di firmare un documento in cui mi impegnavo a non denunciare Goldman Sachs, offrendomi dei soldi in cambio del silenzio. Non firmai, poiché pretendevo una spiegazione per quel comportamento assurdo, che violava tra l’altro lo Statuto dei lavoratori, vari punti della normativa britannica, ma anche il mio stesso contratto. Nei giorni seguenti, però, gli agenti della sorveglianza mi impedirono di entrare in ufficio.» Come si spiega l’anomalia della mancata decisione giudiziaria nel suo caso? «Sinceramente? Perché si tratta di Goldman Sachs…», sostiene Mariarita.
La vicenda investe in pieno la questione dei diritti dei lavoratori durante la grave crisi economica che stiamo vivendo, scatenata proprio dalle banche d’affari a livello globale. Mario Monti – consulente di Goldman Sachs – ha tentato in tutti i modi si smantellare in Italia l’articolo 18, ultimo baluardo contro le prevaricazioni di quei datori di lavoro che abusano del loro potere, importando il “modello britannico” del dopo Margaret Thatcher. Su questo argomento Mariarita ha le idee chiare: «Ritengo che Goldman Sachs abbia interesse che in Italia sia indebolito l’articolo 18 e ridotti i diritti dei lavoratori, poiché è più facile mettere in atto licenziamenti illegittimi piuttosto che costruire un percorso di vera produttivita’ e di concorrenza leale a beneficio soprattutto della clientela nonché rispettando il mercato. La sua sete di potere è  sconfinata e vuole avere le mani libere. Ovunque e a ogni livello.»



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