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martedì 3 aprile 2012

quarto_stato

di Marcella Stumpo

Non so se è successo anche a voi, qualche volta, di percepire che stavate lasciando andar via qualcosa  o qualcuno che avreste dovuto invece trattenere; di capire all’improvviso che senza quel qualcosa o qualcuno la vita sarebbe stata più piccola, più stretta, senza più orizzonti liberi e certezze.
Sembra esagerato, lo so, e per chi ha la fortuna di essere più giovane di me forse incomprensibile, ma la distruzione dell’articolo 18, cardine del glorioso Statuto dei Lavoratori, per me è stata un colpo al cuore, un lacerante senso di lutto per la fine dei sogni di equità sociale e progresso collettivo che hanno accompagnato tutti i miei giorni nel mondo del lavoro.
No, non si tratta di porre veti, di intestardirsi su barricate ideologiche o di non voler cedere tutti qualcosa, come hanno ripetuto fino alla nausea i nostri tecnici al potere, con l’arroganza incrollabile di chi poi conclude che “tanto noi andiamo avanti” ( idea ben strana e davvero singolare di concertazione con le  parti sociali, a ben vedere).

Qui si tratta di  lasciar rotolare nella polvere i capisaldi della nostra civiltà sociale; perché  davvero tutta e solo italiana è stata in questi decenni la costruzione giuridica che ci ha tutelato, in ossequio alla Costituzione che dichiara l’Italia fondata sul lavoro; che ha consentito a chi non aveva il censo e nemmeno l’istruzione di mantenere la dignità del lavoro, l’unica forza che poteva fare di quella nostra  sgangherata monarchia una democrazia.
Nelle pagine dello Statuto dei Lavoratori resta il sangue dei braccianti, dei contadini, degli operai e dei sindacalisti che hanno dato la vita perché ciò che per noi è stato fino a ieri diritto intoccabile ( e forse con troppa superficialità dato per scontato) diventasse realtà, in  tempi nei quali era delitto di lesa maestà parlare di giustizia sociale, di salario garantito, di lavoro come forma di riscatto umano e morale.
E oggi si sono alzati a parlare questi professori ricchi e algidi, lontani anni luce dalla quotidianità di chi vive di lavoro, fatica e problemi, e con un colpo di penna hanno cancellato la nostra dignità, la speranza di indipendenza dei nostri giovani, ripetendo con tono da lezioncina imparata a memoria che bisogna fare sacrifici, e che “ ce lo chiede l’Europa”.
Balla grossa come una casa, e detta sicuramente in malafede: non è pensabile che persone del livello del nostro Presidente del Consiglio ignorino che quasi tutti i paesi europei hanno le stesse tutele che l’articolo 18 sanciva, a cominciare dalla tanto osannata Germania. Così come certo sanno benissimo, e l’ineffabile Marchionne in primis, che alla Volkswagen si concerta con i sindacati ogni piccolo tassello dei contratti di lavoro, che l’esclusione del sindacato più rappresentativo sarebbe stata impensabile, e che ogni centesimo di euro di premio di produzione è stato puntualmente pagato agli operai. Per non parlare dei modelli innovativi di macchine prodotti, degli investimenti massicci in ricerca, del costante tentativo di evitare licenziamenti, diminuendo turni, orari di lavoro e quindi anche stipendi, ma scongiurando la perdita di posti di lavoro.
Proprio come da noi alla Fiat, vero?
Ed ecco che il nostro orizzonte si è ristretto ancora, i diritti sono diventati privilegi da abolire, la sicurezza del lavoro monotonia da sfigati: oltraggiati e irrisi ogni giorno da questi professionisti della finanza, la stessa finanza che ci ha portati nel baratro e dalla quale proclamano di essere stati chiamati a salvarci. Ma chi ci salverà dalla loro violenza verbale senza cuore e senza sentimento, dalla loro spocchia di superuomini e superdonne, dalla vigliaccheria di chi dice sì alla distruzione dello stato sociale mentre dovrebbe difendere i lavoratori, dalla morte della speranza che sta seppellendo i nostri cuori ?
Dopo gli anni di angoscia e di vergogna che il precedente governo ci ha fatto vivere, la giornata di ieri ha scandito un diverso senso di sconfitta dentro di me : prima prevaleva la rabbia, a volte una furia cieca intrisa di stupore per quello che gli italiani riuscivano a ingoiare, ora invece il cuore diventa piccolo piccolo, stretto dalla perdita di diritti per la conquista civile dei quali ero orgogliosa di dirmi italiana, e meridionale.
Berlusconi non era riuscito a togliermi la voglia di sognare, Monti e la Fornero hanno impoverito la mia anima con la loro implacabile contabilità di tecnocrati; ma resto convinta che i veri poveri sono loro, che non sanno com’è bello continuare a volere il pane e anche le rose.


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