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lunedì 2 aprile 2012
di Guido Scorza

E’ una storia che ha dell’incredibile e che sembra provenire da un altro secolo quella che si sta consumando dinanzi al Tribunale di Pordenone, la cui Procura della Repubblica sta procedendo contro Francesco Vanin perché – stando a quanto si legge nel decreto di citazione a giudizio – “in qualità di responsabile delle trasmissioni di “PN BOX”, televisione via web, senza essere iscritto all’albo dei giornalisti e senza aver registrato la testata” avrebbe svolto “attività giornalistica non occasionale diffondendo gratuitamente notizie destinate a formare oggetto di comunicazione interpersonale specie riguardo ad avvenimenti di attualità politica e spettacolo relativi soprattutto alla provincia di pordenone”.
Ma andiamo con ordine e stiamo ai fatti, da soli sufficienti a raccontare l’assurdità di una delle più gravi aggressioni alla libertà di informazione ed alla libertà di impresa sul web consumatesi, nel nostro Paese, negli ultimi anni.

PN Box è un progetto nato nel 2006 con l’obiettivo di dar vita ad un nuovo modo di fare televisione attraverso il web e, ad un tempo, promuovere la libertà di manifestazione del pensiero online: l’idea è quella di porre chiunque abbia qualcosa da raccontare o un tema da approfondire nella condizione di farlo mettendo a sua disposizione una telecamera, un operatore o, più semplicemente, uno spazio per la pubblicazione di un video girato direttamente dall’utente e con mezzi propri.
Una TV in perfetto stile 2.0 e dal basso.
Nel maggio del 2010, il Presidente del Consiglio Regionale dell’ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia, prende carta e penna e denuncia alla procura della Repubblica di Pordenone “il caso di Francesco Vanin di Pordenone che, a quanto risulta e salvo verifica, gestisce una televisione via web denominata “PN-BOX” senza essere iscritto all’albo dei giornalisti e senza aver registrato la testata…Tanto – prosegue la denuncia – ai fini dell’accertamento di un eventuale esercizio abusivo della professione di giornalista”.
Solerte – come spesso non accade neppure per i crimini più efferati – la Procura della Repubblica di Pordenone, ricevuta la denuncia, avvia un procedimento contro Francesco Vanin, procedimento poi sfociato nella sua citazione a giudizio.
Ogni parola in più sarebbe superflua.
Il senso della denuncia del consiglio regionale dell’ordine dei giornalisti e la tesi dell’accusa nel procedimento penale in corso sono tanto semplici quanto dirompenti per l’ecosistema web: l’attività di divulgazione e pubblicazione di contenuti online sarebbe un’attività riservata ai soli giornalisti.
Centinaia di migliaia di blogger italiani starebbero esercitando abusivamente la professione di giornalista e, quindi, rischiando una pena fino a sei mesi di galera  e, con loro, analogo rischio starebbero correndo centinaia di piccole web TV.
Siamo di fronte ad un autentico attentato al web, alle dinamiche di produzione e circolazione dei contenuti online e, naturalmente, alla libertà di manifestazione del pensiero.
L’informazione ed il sapere sono beni comuni – i più preziosi tra i beni comuni – e la loro produzione e circolazione libera e non soggetta ad alcuna regola, vincolo, laccio o lacciolo è presupposto indefettibile per l’esistenza di qualsiasi democrazia moderna.
Guai se passasse il principio che per esprimere sul web la propria idea o raccontare ciò che è accaduto davanti ai nostri occhi o, ancora, per condividere il nostro sapere avessimo bisogno di un tesserino.
Sarebbe la fine della libertà di informazione sul web e non solo.
L’informazione online non è solo per i giornalisti. E’ di tutti!

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